Fotografia di Émilie Régnier 

icone, celebrità e perfetti sconosciuti in abiti leopardati da testa a piedi

Émilie Régnier analizza il simbolismo dell’iconica stampa animalier, dalle sue origini tribali alle contemporanee mode sartoriali.

di Sarah Moroz; traduzione di Gaia Caccianiga
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16 aprile 2019, 4:00am

Fotografia di Émilie Régnier 

Émilie Régnier è una nomade. Nata in Canada e cresciuta in Gabon, si divide oggi tra Africa ed Europa. Si è fatta conoscere prima grazie alla serie Hair, in cui ha fotografato le donne di Abidjan, e poi con Leopard, una sorta di diario che racchiude scatti di persone da tutto il mondo con una grande passione per la stampa animalier. Tra lusso, ferocia e kitsch, Leopard è un caleidoscopio di colori e personaggi assurdi. C'è l’imitatore di un dittatore congolese famoso per indossare sempre un cappello maculato, l’attrice francese Arielle Dombasle che posa accanto a un leopardo impagliato e un texano completamente ricoperto di tatuaggi che riproducono la pelle di un felino a macchie. Alcune immagini della serie sembrano ritratti fatti in studio, altre sono più vicine alla street photography. Detto ciò, le opere di Régnier si adattano a molti contesti differenti, e sono state esposte un po’ ovunque, dal Bronx Documentary Center al Photo Vogue Festival.

Così l'abbiamo contattata, curiosi di sapere come diavolo le è venuto in mente un progetto simile. Non sappiamo bene neanche noi come sia successo, ma ci siamo ritrovati a parlare con lei non solo di Leopard, ma anche di Diane Arbus, come si scovano soggetti su internet e delle difficoltà della rappresentazione.

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Cosa ti ha attratta verso la fotografia in prima battuta?
Mio nonno mi ha regalato la mia prima macchinetta fotografica quando avevo sei o sette anni. Era una Polaroid e mi ci sono fissata subito. La prima macchina semi-professionale invece me la sono comprata con i miei risparmi a 16 anni. La creatività mi ha sempre affascinata, così studiato arti visive, peccato poi io abbia dato di matto e intrapreso un percorso più tradizionale, convinta che avrei dovuto fare un lavoro più "serio", tipo l’avvocato. Ho studiato scienze politiche, filosofia e storia. Poi un giorno ho di nuovo dato di matto e sono diventata un'insegnante di sub professionista, ma durante una lezione di immersioni ho capito di essere claustrofobica.

Allora mi sono trasferita in Australia, ho conosciuto un ragazzo che faceva il fotografo e mi sono di nuovo innamorata della fotografia. Una volta tornata a Montreal ho studiato fotografia commerciale, tipo come illuminare una bottiglia di olio d’oliva e quelle cose lì. Ho fatto l’assistente per due anni su progetti di moda e commerciali. Il mio sogno era diventare una reporter di guerra, così mi sono trasferita in Senegal per farlo. Non mi è andata molto bene, perché era una situazione veramente difficile. Da lì ho iniziato ad apprezzare la bellezza. Oggi non credo di potermi definire una fotografa di moda, sono più una fotografa d’arte... In generale credo che la fotografia sia un modo per essere molto presente e consapevole di ciò che fai.

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Stai continuando a lavorare alla serie Leopard?
Sì. Ci saranno nuovi ritratti, solo quattro, ma di persone importanti, che hanno un legame molto stretto con il tema del leopardo. Tutti quelli che ho scattato hanno una storia particolare, non mi interessa il quotidiano. Ero in Sud Africa a un raduno Zulu, ma quando ho visto Larry ho pensato: qua non si sta parlando solo di una stupida stampa, ma della storia di questa persona. Gli ho detto, 'Hey! Ti ho visto su Google Immagini, vorresti far parte del mio progetto?' E lui ha subito accettato. Poi mi ci sono voluti sei mesi per trovare i soldi per il volo dall’Africa dell’Ovest al Texas, ma questo è un altro discorso.

Ho visto su Instagram che hai provato a contattare Jocelyn Wildenstein [una donna diventata famosa perché si è sottoposta a numerosi interventi chirurgici per assomigliare a un gatto, NdA].
Lei è davvero una tizia interessante, ha un forte legame con i felini. Vorrei davvero sapere come mai, ma sfortunatamente non sono mai riuscita a ottenere una risposta.

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Ci sono altri modi in cui pensi di proseguire con la serie?
Non farò un progetto legato alle zebre, questo è sicuro. Ma ho ricevuto molte foto da sconosciuti e ho un sacco di materiale inedito. Sai, la gente vede cose leopardate e mi pensa. Un amico di Bamako mi ha mandato la foto di una moto da cross, uno di Boston quella di una ragazza con un abito bellissimo e super kitsch. Mi piacerebbe aprire un Instagram con tutte le foto che ricevo, da Los Angeles a Kinshasa, come se fosse un progetto di gruppo. Sarebbe un modo per entrare in contatto con le persone. Mi piacerebbe pubblicare un libro — lavorando con uno storico e uno studioso di moda magari, perché ci sono storie di cui parlo a malapena, non avendo le basi adatte.

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Il modo in cui parliamo di bellezza e rappresentazione sta cambiando negli ultimi anni. Questa cosa come ha influenzato il tuo lavoro?
Dipende dal lavoro di cui parliamo. Per il progetto che ho fatto sui capelli ho sentito un sacco di commenti positivi— ma anche alcuni dolorosi, e non solo provenienti dalla cultura occidentale. Si giudicano le donne nere che si lisciano i capelli, quando alla fine è un risultato dovuto alla colonizzazione; alcune donne sono state costrette a nascondere i propri capelli naturali dai tempi della schiavitù. Le donne che ritraggo invece sono nate dagli anni '80 in poi e sono state influenzate da Rihanna o Beyoncé, quindi vogliono tutte esprimersi liberamente. I capelli dei tempi della colonizzazione sono stati imposti, e poi reinventati: finalmente oggi le donne se ne stanno riappropriando. Per il leopardato è il contrario. Non viene solo dall’Africa, ma anche dall’Asia e dall’Europa dell’Est, ma poi quando Christian Dior ha usato una stampa chiamata "jungle" ha scelto come nome dell'abito "The African". Prima che arrivasse lui questa fantasia era considerata cheap e pacchiana, mentre ora può essere sexy e selvaggia.

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Quali fotografi hanno una grande importanza per te, per quanto riguarda la rappresentazione?
Lorna Simpson. La serie di Omar Victor Diop Diaspora, per quello che mostra, per quello che dice. Una cara amica, Hélène Jayet, basata a Montpellier, ha fatto un progetto lungo diversi anni, tutto incentrato sui capelli naturali. Ha fatto una mostra a Parigi e la gente le ha detto: "Perché ci mostri così?" Ma con il suo lavoro sta cambiando le cose. La mia più grande ispirazione è Diane Arbus, comunque. Ha parlato di rappresentazione — non necessariamente nera, ma di persone emarginate. Ogni volta che rimango bloccata su un progetto, guardo le sue opere. Poi ho scoperto Lee Miller, e sono rimasta colpita dalla sua vita. Adoro anche il lavoro di Zaneli Muholi. Usa il suo corpo per parlare di attivismo e gender, è davvero fantastico.

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Hai fatto delle mostre in tutto il mondo. Hai notato reazioni diverse di fronte alle tue foto, a seconda del luogo in cui le hai esposte?
Ho fatto mostre a Dakar, New York, Parigi… non sono luoghi esattamente controversi. Stiamo pianificando una mostra a Durban — ho scattato dei ritratti lì, uno è incluso nella serie — dove la maggioranza della popolazione è Zulu. Lì la reazione potrebbe essere interessante, perché per loro la stampa leopardata è l’emblema della famiglia reale. Quindi non vedo l’ora di vedere come si rapporterà a questo la gente. Una delle immagini è un quadro di Mbutu, l’ex leader del Congo e un’altra è un ritratto di Samuel Weidi che imita Mbutu. È un po’ una celebrità locale: va alla radio, fa dei programmi educativi.

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Stai lavorando ad altri progetti nel frattempo?
Ne sto facendo uno sul DNA, ma è un processo molto lungo. Ho fatto un test del DNA l’anno scorso; mi ha connessa a 1224 persone con cui ho legami di sangue. Così li ho contattati tutti, e in 40 mi hanno risposto. Sto facendo un autoritratto in cui mi taglio in due, e ci sono anche alcune di queste persone con cui condivido il DNA. Quindi parenti e sconosciuti che fanno tutti parte di me, in un modo o nell'altro. Sono tutti bianchi, ma userò un’altra piattaforma che trova legami tra persone di origine africana, così posso collegarmi a diverse origini, posso trovare il villaggio da cui provengono i miei antenati, prima della schiavitù.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D US

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