Immagine su gentile concessione dell'artista

sophie vallance dipinge gatti per sconfiggere ansia e altre paure

Per Sophie, i gatti sono un talismano perfetto, perché misteriosi e circondati da un'aura magica.

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lug 5 2018, 1:44pm

Immagine su gentile concessione dell'artista

Instagram l'ha aiutata nella sua carriera da artista, è amata dal mondo della moda e sente su di sé tutto il penso di una generazione che deve dimostrare di avere successo, molto. E subito.

Abbiamo incontrato Sophie Vallance, giovane artista scozzese oggi basata a Berlino, all'apertura della mostra collettiva Predatory Bhavior presso la Galleria T293 di Roma. Ci ha raccontato le sue ossessioni per gli animali, in particolare i gatti, simboli fluidi e magici che esorcizzano ansie e paure nate da una contemporaneità difficile da decifrare.

Chi è Sophie Vallance?
Sono nata in Scozia e cresciuta in Cornovaglia. Ho studiato pittura al Camberwell College of Arts a Londra, ma alla fine del secondo anno ho dovuto mollare tutto per poter continuare a vivere nello stesso paese di mio marito Douglas (tutto questo a causa delle ridicole restrizioni finanziarie sulle coppie sposate in cui uno dei due non è cittadino europeo). Oggi vivo a Berlino da due anni.

Com’è iniziata la tua carriera nel mondo dell’arte?
Spesso i giovani artisti hanno l’impressione che nessuno si accorga di quanto stanno lavorando sodo e migliorando. Instagram ha avuto un ruolo di primo piano all’inizio della mia carriera, se devo dirla tutta. Circa un anno e mezzo fa @odeandiefreude ha condiviso un mio lavoro e mi ha poi proposto di fare un takeover del loro account, che si pone come una sorta di aggregatore di contenuti d’arte creati da donne di tutto il mondo. Sebbene non fosse un’idea particolarmente rivoluzionaria, grazie a loro i miei lavori hanno avuto un’esposizione enorme, aiutandomi a farmi conoscere e far capire alle persone ciò che faccio.

Con il passare del tempo sono aumentate le mostre, sia personali che ho curato da sola, sia corali a cui sono stata invitata a partecipare. Ora tutto corre a un ritmo più veloce che in passato, ed è fantastico vedere che tutto il duro lavoro e tutti i sacrifici fatti in passato siano serviti a qualcosa

Credi che oggi essere un giovane artista sia più difficile che in passato?
Sì, per certi aspetti è sicuramente più difficile essere un giovane artista oggi, perché la mia generazione esercita su se stessa una fortissima pressione. Ci diciamo continuamente che dobbiamo avere successo, e possibilmente quando ancora siamo giovanissimi. È difficile non farsi condizionare da queste dinamiche, incanalandovi energie che dovremmo invece sfruttare per ciò che conta davvero, cioè continuare a fare progressi nella mia pratica artistica.

D’altra parte, Instagram è incredibilmente utile in termini di diffusione dei propri lavori, ci permette di riacquistare potere nel diagramma tradizionale dell’arte istituzionale. Per secoli, le regole del gioco le hanno scritte loro, ma oggi le cose stanno cambiando. Quindi è anche un momento storico molto interessante in cui essere giovani artisti, ma solo se riusciamo a mettere le cose nella giusta prospettiva e capire cos’è davvero importante.

King Botoño II, 2017

In passato hai anche lavorato nella moda. È un mondo a cui sei ancora legata?
Subito dopo essermi trasferita a Berlino ho lavorato un po’ come modella. Era divertente, ma dopo qualche tempo ho capito che avevo bisogno di concentrare tutte le mie energie sulla mia arte. Non escludo la possibilità di fare altri lavori nella moda, ma solo nel caso in cui la collaborazione mi sembrasse personalmente interessante, magari con qualcuno che ammiro e stimo da anni.

Perché hai scelto di esprimerti attraverso la pittura?
La pittura è misteriosa, ha un qualcosa di nascosto che mi attrae da sempre a lei. La storia dell’arte, e della pittura in particolare, è un mondo incredibile; trovo estremamente interessante il modo in cui il suo passato si lega alla libertà creativa che la tela bianca ti offre. È difficile da spiegare, ma c’è della magia in tutto ciò.

Che rapporto hai con la natura?
Non ho mai riflettuto molto sulla mia relazione con la natura. Ora che vivo a Berlino sento la mancanza del mare, perché in Gran Bretagna non sei mai così lontano dall’oceano. Pensarci mi rende ansiosa. Probabilmente nei miei quadri ci sono alcuni riferimenti al mondo naturale, come gli animali o alcuni sfondi, ma è qualcosa di inconscio.

Perché gli animali, e i gatti in particolare, sono spesso i soggetti dei tuoi quadri? Cosa rappresentano per te?
I gatti sono diventati un simbolo fondamentale nelle mie opere, perché hanno un’identità fluida e possono rappresentare molte cose. A volte sono i miei protettori, altre simboleggiano la mia ansia, oppure sono un veicolo per raccontare e scendere a patti con le emozioni umane più complesse. I gatti sono l’emblema del mistero, tema che ha poi un riscontro diretto nei miei quadri. Voglio che la mia arte abbia sempre un alone misterioso a circondarla, voglio che la magia sia parte dell’opera. Non tutto può essere spiegato, e per trasmettere questo concetto non ho ancora trovato altri medium altrettanto validi.

Come sono nate le opere in mostra nella Galleria T293?
Soar Mussels/My Boy Dreams of Fishes è un ritratto di mio marito Douglas. È nato in Colombia, vicino al fiume più grande del paese, quindi l’ho dipinto mentre sogna la sua infanzia. È un intersecarsi di culture, ma anche la presa di coscienza che il tuo percorso ti porterà inevitabilmente ad allontanarti dalle tue origini, e lo trovo davvero bellissimo. Volevo catturare l’intimità che nasce dal conoscere così bene qualcuno, nonostante le nostre esperienze e background siano totalmente diversi.

Mother Fokker parla di empowerment. La protagonista in realtà è una donna, anche se non sembra. Il fulcro dell’opera è scegliere liberamente chi vuoi essere, fregandotene di ciò che dicono gli altri. Il gatto e la donna combattono la stessa battaglia, non l’uno contro l’altro.

Cosa vuoi comunicare ai fruitori dell’opera con un titolo come Mother Fokker?
Nel periodo in cui l’ho dipinto ero abbastanza fissata con i Die Antwoord, un duo sudafricano che trovo tanto strano quanto affascinante. Mother Fokker è il nome di una loro canzone, e mi ha colpito l’idea che queste due parole potessero assumere significati completamente diversi a seconda di chi si trova davanti all’opera. Il concetto che io personalmente collego a questo titolo non è importante.

Constipated and Anxious II, 2017

Provocazioni e frasi ad effetto sono spesso presenti nei tuoi quadri, perché?
La mia ricerca artistica non attinge esclusivamente dai lavori di altri pittori. Mi ispiro a tutto, che siano piastrelle dipinte, editoriali di moda o vecchi manga giapponesi. Colleziono di tutto, sempre. Disseziono cose che vedo in giro, e faccio lo stesso anche con la scrittura; mi annoto frasi interessanti che ascolto in giro, in tv o alla radio. Molte delle mie citazioni derivano dalla mia vita quotidiana, magari da una conversazione tra Douglas e me. A volte non hanno nessun senso per chi si trova a osservare le mie opere, ma è una sorta di inside joke tra me e lui.

Cosa pensi della scena artistica italiana?
Per me è un mondo abbastanza nuovo, quindi non posso dirti molto. Roma però è incredibile. Camminare tra le sue strade ti fa provare emozioni uniche, perché unisce l’antichità alla contemporaneità in un modo che non avevo mai visto altrove. E poi ci sono ovunque sculture di gatti!

Cosa c’è nel futuro di Sophie Vallance?
Nei prossimi anni spero di riuscire a guadagnarmi la libertà di vivere tra più posti diversi. Sarebbe incredibile spostarmi continuamente tra Londra, New York, Scozia e Colombia. E ovviamente continuerò a dipingere.

Le opere 'Soar Mussels/My Boy Dreams of Fishes' e 'Mother Fokker' di Sophie Vallance sono in esposizione presso la mostra collettiva 'Predatory Behavior' nella Galleria T293 di Roma.

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Crediti


Testo di Alessio de Navasques
Fotografie 1, 3 e 5 di Alejandro Otero
Fotografie 2 e 4 su gentile concessione dell'artista