Immagini via searchingeva.com

"quando fai il tuo film, puoi fare la tua rivoluzione"—ecco il documentario "searching eva"

Presentato al Milano Film Festival, questo documentario vi farà mettere in discussione tutti i dogmi in cui avete sempre creduto ciecamente. Ne parliamo con Pia Hellenthal e Adam, rispettivamente regista e protagonista di "Searching Eva".

di Benedetta Pini
|
10 ottobre 2019, 3:04pm

Immagini via searchingeva.com

Eva Collé, 1992. Residente a Berlino. Non-binary, Vergine, Bisessuale. Autistica autodiagnosticata. Ufficialmente diagnosticata con disturbo borderline della personalità. Sex worker, scrittrice, musicista. Anarchica, femminista, tossicodipendente in cura. Alla ricerca non troppo convinta di un nido.

Uno, nessuno, centomila. L’esistenza è un divenire perenne, lo era per Vitangelo Moscarda e lo è per Adam, che qualche mese fa avevate conosciuto come Eva Collè. Ma il nome poco importa, è solo un dettaglio, proprio come ogni altra definizione identitaria, di genere, razza e origine. Se vi sembrano frasi senza senso, aspettate di vedere al Milano Film Festival Searching Eva, il documentario girato dalla regista tedesca Pia Hellenthal e scritto da lei insieme a Giorgia Malatrasi, e poi ne riparleremo.

I tempi erano certo acerbi a inizio Novecento, quando Pirandello raccontava la presa di coscienza di Vitangelo Moscarda e i suoi tentativi di distruggere le proprie auto-narrazioni, così come da quelle che gli altri proiettavano su di lui per incastrarlo a forza in categorie predefinite. Il tentativo disperato del protagonista di Uno, nessuno e centomila era lo stesso di Adam: liberarsi dalla schiavitù dell’oggettività e dell’unicità dell’io, che si dissolvono in una concezione esistenziale che assume la metamorfosi come unica costante. I tempi forse non sono ancora maturi neanche per Adam, nonostante sia passato un intero secolo.

Il titolo del documentario, Searching Eva, rimanda proprio a queste riflessioni: un’azione in corso, in atto, potenzialmente all’infinito e senza un punto di arrivo. Perché ciò che conta è la fase di ricerca, secondo un processo costantemente in fieri che come unico punto di arrivo ha proprio la ricerca stessa. Difficile mettere tutto in discussione, vero? Difficile liberarsi di tutto ed esserci e basta, talmente difficile che sembra impossibile. Per questo abbiamo deciso di incontrare Pia ed Eva, che ci hanno spiegato meglio queste riflessioni guidandoci a fare un primo passo verso il nulla.

Benedetta Pini: Ciao Pia! Cominciamo inquadrando la gestazione di Searching Eva, sia in termini temporali che personali. Quando hai incontrato Adam? E com’è nata poi l'idea di fare un documentario su di lui?
Pia Hellenthal: Era il 2014 quando Giorgia Malatrasi, la co-sceneggiatrice, ha iniziato a seguire il blog di Eva appassionandosi sempre di più a ciò che leggeva, finché non me l’ha passato e anch'io ho iniziato a seguirlo con assiduità. Dopo un po’ di tempo siamo entrate in contatto con lei e l’abbiamo incontrata portandoci solo una telecamera e un microfono, perché non sapevamo ancora bene che cosa fare, eravamo semplicemente interessate a lei.

Eva scrive molto bene e ha sempre affrontato in modo aperto argomenti di cui nessuno ha parlato fino all’esplosione del #MeToo, grazie al quale sono state verbalizzate, comunicate e infine esposte molte problematiche sociali già nell'aria da un po' di anni. Ed è proprio l'onestà l’aspetto che più ci affascinava di Eva. Nonostante questo, era impossibile capire chi fosse davvero, perché rifuggiva ogni definizione. Eravamo confuse. All’inizio pensava sarebbe stata la solita intervista sul sex work, perché è stata una delle prime persone italiane a parlarne apertamente, ma per noi si trattava solo di una parte del lavoro, non era il nostro focus principale.

Abbiamo continuano a vederci per circa un anno, trascorrendo il tempo insieme a lei nel suo appartamento. Durante quei mesi Eva cambiava continuamente: ogni volta che la incontravamo stava vedendo una persona diversa, aveva un aspetto diverso, seguiva uno stile diverso, ascoltava musica diversa, era interessata ad ambiti diversi, viveva in un ambiente diverso. Non sapevamo ancora cosa fare in quel periodo, finché non abbiamo capito che lei era trasparente e inafferrabile. Nel momento in cui provavi a definirla non facevi altro che proiettare su di lei la tua necessità di catalogare ogni cosa, ma di fatto lei continuava a essere indefinibile e come uno specchio ti restituiva solo un’immagine di te. Il film non è un ritratto di Eva, ma un lavoro sulle proiezioni che chi la guarda riversa i lei, è un’indagine sullo sguardo su di lei.

Quindi non avevate una vera e propria sceneggiatura?
Pia: In qualche modo si è creata da sola durante le riprese. Abbiamo cambiato molto spesso i piani, adattandoli di volta in volta. Molti aspetti di lei e della sua vita li conoscevamo già perché li scriveva sul suo blog, che cosa pensava e faceva, con chi stava. Così prendevamo queste situazioni e le trasformavamo nelle scene del film. Per immaginare il documentario bastava leggere il suo blog e lo vedevamo prendere forma direttamente dalle sue parole.

Secondo quale criterio avete gestito l’editing e il montaggio, avendo così tanto materiale da elaborare?
Pia: È stato un processo molto lungo. Avevamo più di 100 ore di girato, ma sapevamo già quali erano le scene che preferivamo. Oltre a quelle, però, facevano parte del materiale da elaborare anche il blog, le domande dei follower e i messaggi privati. Un punto di svolta per individuare un criterio è stato capire che il film non doveva procedere in linea retta, ma circolare. Abbiamo così optato per una struttura tematica: prendevamo di volta in volta un argomento—ad esempio il mondo del lavoro—e a quel punto individuavamo tutti i materiali che tra il girato, il blog di Eva e le domande dei follower vi ruotavano attorno. In generale, tutti hanno in comune il fatto riflettere sull’identità.

1570718917576-searching_eva_screenshot_20190111_0020447

Uno degli aspetti più interessanti del documentario è la scelta di inframezzare il susseguirsi delle diverse scene con i messaggi che Eva riceve sui social media. Questo suo modo così trasparente di mostrarsi in pubblico mi ha fatto riflettere sul concetto di privacy oggi, che per lei sembra privo di senso, un qualcosa da superare per essere davvero liberi. Come affrontate l’argomento nel documentario?
Pia: Se ci pensi, molte delle cose che consideriamo private sono legate al senso di vergogna. Quando vedi un blog come quello di Eva, in cui viene reso pubblico ogni aspetto considerato “privato” della vita di una persona e in modo così aperto, di primo acchito ti senti strano, un po’ a disagio. Ma più sono stata vicino a Eva e ho passato del tempo con lei, più ho capito che non ha alcun senso stabilire una gerarchia di valore tra le cose che facciamo: Eva svaluta tutto, toglie di mezzo il concetto di valore da ogni sua azione, si smarca da ogni tipo di giudizio e mette ogni cosa sullo stesso piano.

Perché postare su Instagram un corpo nudo dovrebbe causare più vergogna di una colazione?

Bisognerebbe cercare di capire perché certe cose sono considerate private, qual è l’idea dietro alla scelta di proteggere qualcosa e tenerla solo per te o per poche persone. È tutto un processo legato ai valori e alle tradizioni con cui siamo cresciuti, alle mode, all’educazione che ci hanno impartito. Lei mette in discussione proprio tutto questo. La dimostrazione è che mostrando esattamente tutto di sé, la sua identità sta scomparendo: se non stabilisci giudizi di valore e metti tutto sullo stesso piano, è impossibile definire una persona, ed è questo il suo modo per ribellarsi alla società capitalistica e fare in modo che non possa sfruttare la sua persona, non potendole assegnare un numerino per inserirla in una categoria.

Hai parlato dell’onestà di Eva. Cosa intendi con questo termine? Credi che solitamente le persone non lo siano e si nascondano dietro a personaggi costruiti?
Pia: È una cosa che facciamo sia online che offline, allo stesso modo. A partire dall’identità che individuiamo per noi, costruiamo attorno un sistema di credenze a cui rimaniamo legati e che ci blocca, ma ci dà anche sicurezza, perché delimita chi siamo, qual è il nostro percorso, quali sono le tappe passate che ci hanno reso ciò che siamo. Proiettiamo chi siamo - o meglio, chi abbiamo deciso di essere - sulle cose attorno a noi.

L’onestà di Eva è che ha smesso di credere alle tutte queste stronzate che si raccontava da sola come delle storielle: appena le costruisce le distrugge subito o le corregge il giorno dopo. Eva ogni mattina si sveglia ed è una persona diversa e pensa nuove idee; tutte le cose che dice sono già delle bugie nel momento in cui le verbalizza. È molto onesta verso se stessa.

Alla scorsa Berlinale 69 abbiamo intervistato Adele Tulli, la regista di Normal, il documentario presentato nella sezione Panorama. Guardando Searching Eva ho trovato alcuni punti in comune con il lavoro di Adele, soprattutto per il modo di riflettere sullo script, le aspettative incorporate nella società e per il desiderio di liberarsene. Tu l’hai visto?
Pia: Sì, mi è piaciuto molto e credo sia davvero interessante. La seconda scena, quella in cui vengono fatti i buchi alle orecchie a una bambina, l’ho trovata davvero forte: la sua espressione è sofferente per via del gesto doloroso, ma è anche felice per il fatto che quel gesto le assegna automaticamente un posto, un ruolo nella società, e quando gli adulti si complimentano con lei, il suo viso esprime tutta la soddisfazione che si prova quando si rispettano le aspettative di qualcuno su di te. Si è comportata proprio come una “brava bambina” ed è contenta di essere ammirata per questo. Eppure rimane una sofferenza profonda nei suoi occhi che si accompagna a questi schemi inconsci.

Ho amato del film soprattutto la scena finale, dove viene celebrato il matrimonio di una coppia gay: la mia lettura è che stanno compiendo un gesto perché finalmente possono farlo, ma senza riflettere sul reale perché, e finiscono con l’assecondare lo stesso sistema di script e aspettative di qualsiasi altra coppia, sono anzi felici di finire in quella solita stessa prigione chiamata normalità, che sembra così rassicurante. È un finale molto intelligente. Ma il film non porta ad alcuna conclusione, lascia in realtà aperto il discorso e si limita a suggerire delle riflessioni. Alcune persone hanno visto in quella scena un momento positivo, in cui viene finalmente accettato come “normale” qualcosa di “diverso”, ma che bisogno c’era?

Seguire le regole è più facile, mentre starne fuori è difficile. È una continua negoziazione tra la sicurezza che deriva dal sentirsi parte di una categoria e la paura di starne fuori, perché ti fa sentire perso e non sai cosa ti aspetta.
Pia: Le nuove generazioni stanno iniziando a percepire che tutte regole, normative e idee con cui sono cresciute non contano più, non funzionano e nessuno ci crede. Ora il mondo è diverso. Per me è una questione di credenze: la società lavora sulle credenze, il sistema stesso è basato sulle credenze; quella capitalistica, ad esempio, crede nel denaro e senza quello crollerebbe. Oggi stiamo attraversando un momento di cambiamento di tali credenze e, di conseguenza, il sistema si sta incrinando.

Oggi anche un singolo like ha il potere di un’arma, perché è uno strumento per legittimare un contenuto. Stando insieme a Eva, è cambiata la tua consapevolezza sulla responsabilità delle proprie azioni sui social media?
Pia: Credo che le generazioni più giovani se ne stiano rendendo conto, a differenza della mia e delle precedenti, che sono cresciute con l’idea che i social media siano uno strumento cool su cui caricare i tuoi selfie senza pensarci più di tanto e non hanno ancora compreso appieno il potere di questo strumento; ma i più giovani sono molto consapevoli che tutto ciò che postano può rivoltarsi contro di loro o si può usare per intervenire nel mondo. Non ho una risposta definitiva, sono sul confine tra le due posizioni e sicuramente girare questo documentario mi ha resa più consapevole.

1570718299092-searching_eva_screenshot_20190111_0087002

Tu sei di Berlino ed Eva e Giorgia sono nate e cresciute in Italia, quando vi siete confrontate sul tema del sex work, quali differenze sono emerse riguardo al modo in cui i due paesi percepiscono e parlano dell’argomento?Pia: Abbiamo girato l’intero film fuori dall’Italia. C'è solo una scena che avviene a Bologna, ma credo fosse un'eccezione, perché era una situazione molto aperta e piena di giovani che conoscevano l’argomento. Quindi non ho mai provato sulla mia pella la chiusura mentale dell’Italia di cui mi hanno parlato Giorgia ed Eva. La mia impressione è che sia ancora una società sciovinistica, dove certi lavori vengono stigmatizzati facendo leva sul senso della vergogna. Ora sono davvero curiosa di scoprire che cosa succederà nel tour italiano, tra Milano, Roma e Torino, vediamo come verrà accolto. Credo che in generale in Germania il sex work sia ancora un argomento poco comune, le persone sembrano più aperte ma solo perché sono più riservate, ma non lo sono davvero: c’è ancora un grande tabù attorno a quel lavoro, è solo meno in mostra.

Adam, in altre interviste hai spiegato che spesso i sex worker sono bannati dai social media. In che modo questa policy influisce sul vostro lavoro e lo danneggia?
Adam: Molti sex worker sono stati bannati da vari website in seguito al progetto di legge americano FOSTA/SESTA, che criminalizza ogni sito che offre una piattaforma ai sex worker. Ci danneggia perché non possiamo più usare le blacklist per tenerci informati a vicenda sui clienti potenzialmente pericolosi, non possiamo più fare annunci in modo sicuro e anche gli account personali che non avevano niente a che fare col nostro lavoro sono stati cancellati (Instagram, Tinder, Google…). Impedirci di fare annunci in modo sicuro e di proteggerci porta letteralmente a conseguenze mortali, ma non farà magicamente scomparire il sex work.

Uno degli stereotipi sul sex work è che sia pericoloso, e probabilmente in alcune situazioni lo è davvero. Ma questo stereotipo è radicalizzato ed è un problema, perché legittima le persone a vederlo come un lavoro da legalizzare o da vietare, imponendo regole rigidissime come se non fosse al pari di tutti gli altri. Invece credo che ci sia bisogno di diritti, non di regole. Cosa pensi a riguardo?
Adam: Il sex work ha bisogno di essere decriminalizzato, è l’unico modo per proteggere chi lo pratica. E le persone devono capire una volta per tutte che il sex work e il traffico di esseri umani illecito sono due questioni diverse: il secondo è abuso e stupro e dovrebbe essere trattato come tale. Sotto il capitalismo siamo tutti (e intendo ogni singolo lavoratore) violentati, ma questa è tutta un’altra storia.

Ci sono altri stereotipi sul sex work di cui sarebbe ancora ora di liberarsi?
Adam: Le persone dovrebbero liberarsi dell’idea che sia una tipologia “speciale” di lavoro che necessita un insieme di regolamentazioni speciali, questa mentalità è tendenziosa. Il sex work è semplicemente lavoro.

Esistono categorie privilegiate nel sex work, forme di razzismo o pregiudizi?
Adam: Sì, ci sono. Le stesse relazioni di potere e di sfruttamento che in generale esistono nel mondo sono riflesse e amplificate nel sex work. Non credo sia necessario che io faccia una lista dei gruppi emarginati.

Che cosa pensi dei clienti?
Adam: Odio tutti i clienti. Capisco perché un cliente diventa un cliente ma non provo empatia, solo odio.

1570717837533-searching_eva_screenshot_20190111_0090507

A proposito dei clienti, il documentario comunica anche una visione della società, che essendo fondata sul lavoro e l’iper-funzionalità, in qualche modo ti rende sempre stanco, impedendoti di avere il tempo per fermarti e riflettere. È per questo che ammiro Adam e le scelte che ha fatto...
Pia: Molti paesi stanno mettendo in discussione la struttura capitalista e non credo sia un caso che sempre più persone cerchino conforto nello yoga o nella terapia. Ma è un qualcosa di talmente radicato nella società contemporanea che è difficile pensare fuori dagli schemi. È un desiderio che riflette una necessità di cambiare, una stanchezza generale, una crisi e una paura di quello che verrà dopo, anche se sentiamo sempre più il bisogno di vederlo.

Viviamo in una società che è forse la più critica di sempre nei confronti del capitalismo. Le istituzioni cercano di sopravvivere inglobando le istanze dei movimento che vorrebbero contrastare. Eppure rimane un certo conservatorismo, come se non riuscissimo a trasformare questa crisi una radicale decostruzione della società. Perché, secondo voi? E come potremmo agire?
Pia: Le vecchie generazioni credono che le nuove siano disinteressate alla politica, ma non è così: sta emergendo una consapevolezza sempre più profonda delle cose che succedono nel mondo, i giovani vogliono capire e agire. Ed è quello che fa sostanzialmente Eva: pensare, mettere in discussione e decostruire le credenze con cui è cresciuta. È un processo ancora in corso e sarà molto lungo, ma potenzialmente ha la forza per rivoluzionare tutto. Siamo all’inizio di qualcosa, perché il mondo in cui viviamo e il modo in cui lo facciamo non funzionano più. Questo implica però anche andare verso un enorme spazio vuoto sconosciuto e senza regole, che chiaramente fa paura.

Adam: Dovremmo lavorare tutti insieme per trovare un modo che ci permetta individuare il nemico pur rimanendo incomprensibili ai suoi occhi, invece di offrirgli continuamente nuovi meccanismi per sfruttarci come identità politiche. Dovremmo diventare consapevoli che il nemico è anche dentro di noi e capire che cosa fare per liberarcene, organizzandoci in una sorta di costellazione post-autonoma, perché credo fermamente che il movimento Autonomia abbia ancora molto da insegnarci.

Insomma: la tua mentalità, il tuo approccio alla vita e le tue posizioni hanno subito delle trasformazioni grazie a questo lavoro?
Pia: Assolutamente! Credo che anche Giorgia e le altre persone coinvolte siano cambiate molto con Searching Eva, perché in qualche modo chi ha permesso di dare il via a un processo di sviluppo personale. Tutti noi siamo cresciuti credendo in determinati principi, ma Eva ci ha spinti a metterli in discussione. Ci raccontiamo tutti storie su noi stessi e la nostra vita, ma dobbiamo iniziare a decostruire tali storie per capire da dove arrivano e liberarcene. Chiudo tornando al concetto di onestà, ancora una volta, perché è questo che Eva mi ha insegnato.

Segui i-D su Instagram e Facebook

Crediti

Intervista di Benedetta Pini
Tutte le immagini via searchingeva.com

Altro film che è stato presentato al Milano Film Festival, altra intervista che vi farà riflettere su questioni per nulla frivole:

Tagged:
Documentário
interviste di cinema
Milano film festival
searching eva
eva collé
pia hellental