uno sguardo sul mondo della moda islamica

La moda islamica sta per sbocciare ma c'è molto di più rispetto allo hijab e agli abiti tipici.

di Felix Petty
|
23 aprile 2015, 3:10pm

Il mese scorso 2.000 persone si sono messe in coda in attesa che aprisse un nuovo negozio nell'East End di Londra. Non si trattava di un negozio molto conosciuto e nemmeno si trattava dell'apertura del nuovo store del Palace (prevista per il 25 di aprile), ma di Aab, uno dei marchi di moda islamici più importanti al mondo, specializzato in moda semplice e sobria, hijab e cappotti che piacciono molto alle donne musulmane. Precedentemente acquistabile solo online, il primo vero e proprio negozio Aab è stato un pretesto per celebrare la moda islamica, e un nuovo segnale della forza dei mercati emergenti nel mondo della moda. 

Si prevede che nel Regno Unito la moda islamica crescerà di 100 millioni di sterline nei prossimi anni. A livello mondiale, nel 2013, il guadagno è stato di 266 miliardi di dollari. Dal 2019 si prevede che si raggiungerà uno strabiliante 484 miliardi, e che la popolazione musulmana raddoppierà. La moda islamica e la modest fashion [la "moda modesta", che rispetta i precetti] stanno diventando grandi business.

Ma non lo sono solo ora che i primi negozi arrivano nelle capitali europee: The Islamic Fashion Festival, una celebrazione mondiale della moda islamica, sta arrivando alla decima edizione. Dubai sta offrendo agevolazioni fiscali ai designer così da incoraggiare i giovani musulmani a tornare nel Golfo, e anche l'Iran, che per anni è stato malvisto dall'Occidente per le norme repressive sulle donne, a maggio avrà a Tehran la sua Settimana della moda.

Il mondo arabo sta costruendo un'industria che probabilmente non è in diretta concorrenza con i mercati occidentali, ma che riprende quel modello di successo, e che cerca di prendersi una fetta dei guadagni che l'Occidente vorrebbe fare in quel mercato. Ci sono blog di street style che da Istanbul a Tehran documentano gli hijab più cool, DKNY ha realizzato una collezione speciale per il periodo del Ramadan, e Karl Lagerfeld ha scelto Dubai come sfondo della sua collezione Resort del 2015, giocando con la cultura araba unita all'idea di rappresentare l'Oriente moderno, una nuova storia de "Le mille e una notte".  

Ma rischiamo spesso di vedere la modest fashion cool come qualcosa di nuovo, quando il mondo arabo ha in realtà cominciato da tempo a fare concorrenza all'occidente, e ha avuto tanta influenza sui nostri vestiti quanto la moda occidentale l'ha avuta su loro. 

Prima della rivoluzione che ha portato l'Ayatollah Khomeini al potere nel 1979, l'Iran era, insieme alla Turchia, il centro creativo del Medio Oriente. Aveva una scena musicale e cinematografica nuova, che non derivava dalle tradizionali forme turche, ma spesso le univa al rock inglese e al funk americano. La ragazza più cool in Iran all'epoca era Googoosh, una cantante, attrice e icona di stile; appena cambiava pettinatura, tutti in Iran la copiavano. È stata la prima donna del Medio Oriente a indossare un paio di hot pants, ed è celebre per l'oltraggioso riferimento alla fellatio fatto durante la scena di un film che ha scioccato i più conservatori della società. La sua carriera è stata stroncata quando la rivoluzione islamica è arrivata al potere e lei ha passato tre mesi in carcere per aver vissuto con un uomo che non era suo marito. Inoltre le è stato vietato di fare performance. È rimasta in Iran e recentemente è diventata una delle voci leader in difesa dei diritti LGBT. Tutto questo è un esempio per dimostrare che c'è un universo fatto di storia, moda, stile e musica del mondo islamico dietro la moda modesta e i veli che adesso vengono visti come una possibile fonte di guadagno, e indipendentemente dall'industria, c'è sempre stato un legame tra questi due aspetti, e anche tra l'Oriente e l'Occidente. 

C'è un messaggio che l'artista marocchino Hassan Hajjaj comunica attraverso il suo lavoro e che solitamente deriva dai ritratti che realizza nel crossover culturale tra Oriente e Occidente. Nella serie Kesh Angels, ha rappresentato una donna nordafricana in sella a una moto con abiti tradizionali ma con visibile i loghi di brand occidentali o con vistose stampe pop. Oppure in altri ritratti, unisce gli abiti occidentali con stampe arabe, un tradizionale abito da lavoro ricontestualizzato come qualcosa di esotico e coloratissimo. È un complesso gioco che punta sull'appropriazione e come le influenze sono partite da entrambe le culture e come sono andate avanti. 

La moda spesso è descritta, culturalmente parlando, come un'espressione di sè, ed è facile cadere nel cliché che la moda islamica sia fatta più per mettere dei limiti e dei paletti, contro il racconto dei giovani occidentali che trovano uno stile personale che rappresenti loro stessi attraverso la moda delle sottoculture. Questo è il motivo per cui la modest fashion sta diventando un business estremamente grande, perché l'espressione dell'individualità è sempre presente, indipendentemente dalle leggi e dai codici imposti che cercano di proibirla, e dalle diverse realtà culturali che non rappresentano vere e proprie barriere al mondo della moda.

Amir Hossein Mehdizadeh ha lavorato per Alexander McQueen prima di tornare in Iran, il suo paese natale, per dare vita alla sua produzione sartoriale per donne. In un pezzo sul numero estivo di Tank Magazine ha condannato il conservatorismo della realtà in cui era ritornato a vivere, "L'abbigliamento da giorno in Iran è fermo come se fosse pietrificato" ha affermato, "Non c'è alcuno spazio per giacche da biker o trench." E non conta nulla il fatto che nel mondo della moda islamica molti chiedano una maggiore apertura e un approccio occidentale all'abito e alla moda stessa, ma sempre mantenendo il legame con lo stile tradizionale. E anche se molti designer in Iran stanno già lavorando in questo modo, non significa che non ci sia un universo fatto di artigianato, bellezza e inventiva nella produzione di questi capi, soprattutto da quando c'è stata una maggiore apertura del paese grazie all'elezione come primo ministro Hassan Rouhani nel 2013 e l'abolizione della censura e dei divieti sul modo di vestire. Ma sicuramente la moda del mondo arabo non è così omogenea da poter raggruppare semplicemente tutto sotto lo stesso conflitto tra espressione e repressione, pudore e tolleranza. 

Alcuni dei più importanti e iconici nomi della moda arrivano dal mondo arabo: Hedi Slimane, Azzedine Alaïa e Yves Saint Laurent. Si sono tutti, nel tempo, appropriati della cultura francese, definendosi loro stessi designer francesi. Hedi è cresciuto a Parigi ma sua madre era marocchina, e al contrario, Yves era pied noir, algerino, figlio di bianchi francesi stanziati in Maghreb, e ha passato i suoi primi diciotto anni in Algeria per poi spostarsi a Parigi dopo aver vinto una gara tra designer. Alaïa era nato e cresciuto in Tunisia da genitori tunisini, prima che anche lui si spostasse a Parigi per lavoro. 

Yves forse è stato il più sensibile e il più influenzato dalla cultura del Nord Africa e costantemente vi tornava quando aveva un momento di pausa, e acquistò anche un giardino pubblico in Marrakech che amava per evitare che venisse trasformato in un hotel privato. E inoltre le sue ceneri sono state sparse in Marocco dopo la sua morte nel 2008. Yves attingeva costantemente ai ricordi dei suoi anni in Nord Africa per trovare l'ispirazione per le sue collezioni, da ricordare è la sua sfilata del '67 per la sua collezione primavera/estate, che è rimasta sempre un punto di riferimento per grandi nomi come John Galliano e Jean Paul Gaultier.

Anche dopo che il Nord Africa ottenne l'indipendenza dalla Francia alla fine degli anni '60, la relazione tra la madrepatria e le colonie è rimasta sempre attiva. Alber Elbaz - nato in Marocco - si è trasferito in Israele prima di spostarsi a New York, e sostituire lo stesso Yves per le collezioni ready-to-wear di YSL. Anche Hedi finì per seguire le orme di Yves, anche se, dopo aver assunto il controllo del marchio, tolse il primo nome del designer dall'iconico logo del brand composto da tre lettere. Per i suoi lavori Hedi non prese molti spunti dal Nord Africa, invece di disegnare seguendo i punti di riferimento che dal Sunset Strip l'avevano portato alla Rive Gauche.

Tutto questo serve a dire che il mondo della moda islamica, anche se non è spesso evidente, è sempre esistito, e per il fatto che adesso sta diventando un promettente e immenso mercato che le case di moda occidentali non posso più ignorarlo e nasconderlo sotto il tappeto ritenendolo qualcosa di pericoloso nei confronti dei valori femministi e di libertà di espressione. L'Occidente ha sempre preso spunto dalla cultura e dalla storia araba e si è impossessato di designer come Yves, Hedi e Azzedine.

Ma adesso che questo mercato comincia ad avere un certo peso, i designer delle capitali occidentali poteranno il hijab sulle loro passerelle? O sarebbe un'appropriazione culturale troppo estrema?

Crediti


Testo Felix Petty
Foto Hassan Hajjaj, Kesh Angels, 2010

Tagged:
Islam
Yves Saint Laurent
femminismo
Μόδα