"sofia" è il film che denuncia una legge marocchina ferma al medioevo

Oggi in Marocco avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio è considerato reato penale. Il risultato sono 150 parti illegali al giorno.

di Benedetta Pini
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26 marzo 2019, 10:55am

“Da un mese a un anno di reclusione per chi intrattiene relazioni sessuali consenzienti al di fuori del matrimonio.” Così recita l’articolo 490 del codice penale del Marocco, tutt’oggi in vigore. Una legge che costringe ogni giorno 150 donne a partorire di nascosto, in situazioni al limite della decenza umana, rischiando la propria vita e quella dei loro bambini.

È da qui che la giovane regista marocchina Meryem Benm’Barek ha preso le mosse per scrivere e dirigere il suo primo lungometraggio: Sofia, miglior sceneggiatura al Festival di Cannes nel 2018. Interamente girato in Marocco, il film affonda le radici nella società del paese, avvilita da un divario profondissimo tra classi sociali, e riflette su un quadro reale ormai diventato insostenibile.

La storia è quella di Sofia (Maha Alemi), una ragazza di 20 anni a cui improvvisamente si rompono le acque, dopo aver ignorato ogni sintomo della gravidanza. Per evitare il carcere per sé e i suoi genitori, la soluzione è una sola: sposarsi il prima possibile con il presunto padre, un ragazzo dalla disastrosa situazione economica di nome Omar (Hamza Khafif). Si innesca così un susseguirsi di vittime e carnefici che reitera una gerarchia sociale rigidissima, in cui non esiste spazio alcuno per migliorare la propria condizione.

Meryem ha poco più di 30 anni e determinazione da vendere nel dar voce (e spazio mediatico, di conseguenza) a storie che il suo paese preferirebbe vedere taciute. Così, dopo l’anteprima stampa italiana, ci siamo seduti di fronte a lei per approfondire le tematiche che Sofia esplora con egual grazia e durezza.

Sei nata in Marocco, ma hai studiato all’estero. Una volta finita l’università, però, hai deciso di tornare nel tuo paese. Come mai questo percorso?
La decisione di studiare all’estero è stata in parte una necessità: in Marocco ci sono ottime scuole, ma sono nella maggior parte dei casi private, e io non potevo permettermele. Tornare a vivere nel mio paese, invece, è stata una scelta dettata dalla voglia di riflettere con uno sguardo più lucido, maturo e consapevole sulla società marocchina, il modo in cui la vivono i giovani e i profondi divari culturali, sociali e generazionali che la spaccano nettamente in due. La prospettiva di migliorare il proprio status è pressoché inesistente: vige un determinismo che confina le persone dei quartieri popolari ai margini della società, obbligandoli a rimanere in quella condizione, senza alcuna possibilità di costruirsi un futuro migliore.

A Parigi hai studiato lingue orientali e solo successivamente sei passata al dipartimento regia dell’INSAS di Bruxelles. Quindi il cinema è effettivamente arrivato dopo, o hai sempre voluto occupartene?
Non ho mai davvero preso in considerazione l’idea di occuparmi cinema, non mi interessava proprio. Anzi, era lontanissimo da ciò che volevo fare. Ho sempre desiderato scrivere, ma non sapevo bene come muovermi. A essere sincera quando ero più giovane avevo pensato di fare film, ma mi sembrava qualcosa di troppo grande e impegnativo, di irrealizzabile, e non avevo abbastanza sicurezza nelle mie capacità. Diciamo che è stato il contrario: iniziare a studiare cinema e fare film mi ha portato a credere in me stessa.

Quella di Sofia è una storia drammatica molto forte, da dove è nata l’idea di raccontarla? In Marocco sono situazioni diffuse o il suo è un caso limite?
Si tratta di situazioni piuttosto frequenti in Marocco, perché le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio sono ancora un fortissimo tabù e la negazione di gravidanza è una conseguenza di questo clima di oppressione. Ricordo che quando ero adolescente mia madre mi raccontò di una ragazza che i miei nonni avevano accolto in casa perché aveva 17 anni, era incinta e stava per partorire. Rimasi sconvolta, eppure crescendo mi resi conto che non era affatto un’eccezione. Si tratta di situazioni gravi, che comportano per i genitori e i ragazzi coinvolti il rischio di essere perseguiti penalmente. Per questo l’unica soluzione è il matrimonio. L’idea del film è nata spontaneamente, ho iniziato a riflettere su questi drammi e di come siano una cartina di tornasole del malfunzionamento generale della società marocchina.

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Il tuo precedente film, Jennah (2014), è un cortometraggio su una ragazza di 13 anni che scopre la sessualità. Ci dici qualcosa di più di questo lavoro?
Si tratta di un film molto difficile da descrivere, perché è in parte autobiografico. In linea di massima, parla di un’adolescente che cresce senza il padre. Si ritrova così a costruire se stessa e la propria personalità esclusivamente in relazione all’immagine della madre; un’immagine iper femminile rispetto alla quale Jennah si trova in un rapporto conflittuale molto sfaccettato, senza la possibilità di avere una controparte maschile a creare un equilibrio nella sua crescita e nella definizione di sé. Ho girato questo film durante la scuola, che per me era un terreno di sperimentazione e ricerca, mentre oggi ho maturato un approccio diverso.

Dunque una riflessione agli antipodi rispetto a quelle sollevate da Sofia , soprattutto per quanto riguarda il rapporto con il proprio corpo.
Sì, Sofia ha un rapporto con la propria femminilità molto chiuso, a tal punto da negare una gravidanza in corso. Questa mortificazione del corpo, oltre a essere la conseguenza di una serie di vicissitudini drammatiche, rappresenta una metafora della società marocchina e di tutte le problematiche al suo interno. Non volevo infatti limitarmi a parlare della condizione della donna, perché sarebbe stato riduttivo farlo senza tenere conto del contesto sociale, politico ed economico del Marocco di oggi.

Sullo sfondo incombe poi l’altro grande tema del film, quello della disparità sociale. E ho trovato che è quella la porta di accesso al film per un pubblico di qualsiasi tipo, perché è una disparità che esiste in ogni tipo di società, non solo in quella marocchina, e nella quale chiunque può riconoscersi. Era questa la tua idea?
Sì, esattamente. Per questo ho scelto di ambientare il film a Casablanca, la capitale economica del paese, dove il divario sociale è ancora più accentuato che nel resto del Marocco. In gradi diversi, credo sia una dinamica riscontrabile ovunque. Viviamo in un mondo capitalista e ultraliberale all’interno del quale ci sono enormi storture sociali ed economiche.

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Ed è una dinamica terribile, che innesca una catena di soprusi ben rappresentata nel film.
Sofia è una vittima che prende in mano la situazione, rifiuta lo status di attrice passiva della sua esistenza e si rifà su Omar, non perché è un uomo, ma perché è povero e si trova su un gradino ancora più basso all’interno della società marocchina, senza gli strumenti per potersi difendere. Il matrimonio nel mio paese è ancora oggi uno dei pochi veri ascensori sociali, sia per le donne che per gli uomini. Non è una questione di genere ma, economica: ricchezza significa potere e libertà, per le persone di sesso maschile come per quelle di sesso femminile.

Lo zio francese di Sofia incarna esattamente questa tipologia sociale, o sbaglio?
Jean-Luc è una presenza costante nel film, ma non viene mai mostrato sullo schermo, rimanendo fuori campo per tutta la durata di Sofia. È una scelta che ho preso per rendere la sua influenza ancora più forte, in quanto si tratta dell’unico strumento di cui la famiglia dispone per elevarsi socialmente. È una visione strettamente borghese nei confronti dei francesi, mentre nelle classi popolari, memori del passato coloniale, vengono visti con più distacco.

Ho trovato la caratterizzazione dei personaggi molto accurata, soprattutto della protagonista e della cugina. Rappresentano le due principali classi sociali marocchine, però in modo non convenzionale, perché alla fine Sofia risulta molto più sveglia della cugina Lena, che la aiuta ad affrontare la situazione ma si dimostra naif e ingenua.
Rappresentano le due parti in cui è divisa la società marocchina. Sofia proviene dalla classe medio-bassa, ancora legata alle tradizioni, parla meglio l’arabo del francese, ha un modesto lavoro in un call-center che è il massimo a cui potesse aspirare. Lena appartiene alla classe medio-alta, ha una visione occidentale della società, libera da certe imposizioni, parla alla perfezione sia francese che arabo e la attende un promettente futuro da medico. Eppure, con lo sviluppo della vicenda, Sofia si dimostra molto più lucida rispetto alle dinamiche interne alla società marocchina, mentre Lena crolla di fronte alla presa di coscienza di certe convinzioni che erano solo illusioni. La situazione iniziale, in cui Sofia sembra essere un po’ tonta, si ribalta.

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Come hai gestito il casting?
Sofia non è un’attrice, ma aveva interpretato una piccola parte in un film qualche anno prima. Quando ho iniziato a scrivere la prima riga di Sofia mi è venuto in mente quel film e ho costruito il personaggio pensando a lei, alla sua bellezza spigolosa, al suo sguardo intenso e determinato. Una volta finita la sceneggiatura mi sono messa a cercarla e quando l’ho finalmente trovata ho dovuto convincerla ad accettare il la parte. Non voleva recitare in un altro film e i suoi genitori non le avrebbero dato il permesso di farlo, in parte per via dell’argomento, ma anche perché il mestiere dell’attore non è ben visto da alcune famiglie marocchine. Poi, però, quando ha letto la sceneggiatura e ha capito che il film sarebbe stato molto pudico, ha accettato. In quel momento ho deciso di chiudere il casting: era lei quella giusta. Per Lena è stato completamente diverso: ho visto oltre 200 ragazze e ho trovato l’attrice che cercavo, vivace e composta, a sole tre settimane dall’inizio delle riprese.

Hai mai sentito su di te il peso di una sorta di responsabilità nel mettere in discussione quella che di fatto è una legge?
Per me era importante che il film non subisse alcuna censura e fosse visibile a tutti in Marocco. Infatti mi limito a costruire un quadro reale: ogni giorno nel mio paese 150 donne partoriscono illegalmente al di fuori del matrimonio. Quando abbiamo deciso di fare il film non abbiamo riflettuto molto su ciò che stessimo facendo, è successo tutto in fretta e non mi sono proprio posta la questione. Ma una volta che il film era terminato ed è uscito in Marocco mi sono resa conto delle conseguenze delle mie azioni, ma prima di quel momento non l’avevo ancora realizzato.

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Conseguenze di che tipo?
Mi riferisco ad alcuni feedback sul film che non mi aspettavo. In particolare da parte della critica femminista borghese marocchina, molto affine al femminismo “bianco”, che ha criticato il film perché dicono che non mostra una rappresentazione positiva delle donne marocchine perché Sofia è manipolativa e Omar viene rappresentato solo come una vittima rubando il ruolo a Sofia. Quando ho letto queste critiche mi sono resa conto che queste persone non avevano colto il senso del mio film. Per me è stata una reazione inaspettata e piuttosto violenta. Forse sono stata un po’ naif nel pensare che proprio le classi alte della società marocchina avrebbero potuto capire il film e trarne spunti per ripensare i propri privilegi. Ma non è stato così, non ha funzionato per niente. Ma sai, quando vivi di privilegi non vuoi cambiare la tua condizione.

E i tuoi amici e parenti, invece, come hanno reagito?
Mia madre e le mie sorelle, per esempio, adorano il film, perché l’hanno trovato accurato nella rappresentazione della società marocchina, cogliendo a pieno il mio intento, e molto pudico, che è un aspetto importante nella cultura del mio paese. I miei parenti hanno amato il film e l’hanno capito, pur non essendo cinefili. Spero che lo stesso accada per il pubblico che vedrà Sofia al cinema: vorrei che capisse istintivamente il mio lavoro, perché non ho girato questo film pensando che l’avrebbero guardato solo gli appassionati del settore.

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Crediti


Intervista di Benedetta Pini
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa

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