Fotografia di Piotr Niepsuj

regola #1: parlare di streetwear solo con chi lo conosce

15 anni di cultura underground in una conversazione, quella tra il designer di United Standard, Giorgio Di Salvo, e la nostra Editor At Large Gloria Maria Cappelletti.

di Gloria Maria Cappelletti
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19 febbraio 2019, 2:38pm

Fotografia di Piotr Niepsuj

Esiste un problema editoriale. Com’è possibile pensare che giornalisti e contributor possano scrivere delle review di sfilate senza neanche aver il tempo di approfondire? Il prodotto sì, quello può essere veloce da raccontare. Volumi, tessuti, cromie, chi c’era, qualche paragone con brand simili o associabili per posizionamento.

In alcuni casi, però, è necessario concedersi del tempo per indagare sistema di idee, circostanze fisiche e relazionali da cui nasce un progetto, soprattutto se agli esordi. United Standard, brand che ha debuttato lo scorso gennaio sulle passerelle di Milano, si inserisce in un contesto contemporaneo cosi complesso, tra moda, streetwear, design, processi industriali e teorie dell’algoritmo. Abbiamo incontrato Giorgio Di Salvo, fondatore del brand, per capire meglio il suo approccio meta-collettivo. La conversazione è lunga, lo so, ma sono sicura ne valga la pena.

Ritratto Giorgio di Salvo intervista i-D
Giorgio Di Salvo

Gloria: Si è parlato molto della tua prima sfilata, intitolata Factory Progresso, ma forse non tutti conoscono il contesto da cui nasce. Tu lavori da diversi anni in ambito moda, quindi possiamo dire che è stato un avvicinamento graduale.

Giorgio: Da sempre sono molto attento—già da ragazzino voglio dire—alle logiche della piazza di Milano. La scarpa nuova, la giacca, tutto quello che è il mondo del vivere la strada e i suoi codici. Poi via via negli anni un capitolo fondamentale è diventato l’esperienza di King Kong con Ivano [Atzori, NdA] e Fede [Sarica, NdA]. Lì sono nate le prime connessioni vere: la prima t-shirt l’ho fatta per loro.

Gloria: Quando è nato King Kong? Vorrei creare uno storico.

Giorgio: L’anno preciso ora non me lo ricordo, ma potrebbe essere il 2002 circa e ha poi chiuso attorno al 2008. Quando andavo al liceo ero già appassionato di grafica. La cosa figa di King Kong è che era assolutamente impostato sull’autoproduzione. C’era Camilla Donzella che faceva le sue cose, ragazzi che stampavano, Ivano che quando voleva si faceva le magliette. Era tutto molto aperto, quelli che orbitavano nel nostro contesto erano sempre bene accetti.

Gloria: Ti piacerebbe ritrovare quel tipo di dinamica? Perché a Milano non esiste uno spazio così adesso.

Giorgio: No, infatti! È una cosa di cui sento molto la mancanza. Mi piacerebbe aprire un negozio che sia anche un punto d’incontro. Ad aprile forse farò un temporary store per un paio di mesi, perché mi daranno uno spazio in zona Moscova.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Beh, questa è un'ottima notizia! Molto bello.

Giorgio: Sai, che sia for free aiuta… Devo capire un attimo come impostarlo. Non vorrei metterci la collezione, ma il merchandise della collezione, quindi fare delle cose più easy. Bisogna trovare un taglio che abbia senso e poi vorrei coinvolgere il mio amico Daniel Sansavini che fa magliette, magari stamparne dieci per modello senza che costino tanto e poi coinvolgere tutti i miei amici che operano nel campo culturale a Milano.

Gloria: Potrebbe essere uno spazio con attività performative.

Giorgio: Sì, l’idea è proprio quella. Come passo successivo mi piacerebbe un vero e proprio store, che presuppone però un altro tipo di impegno.

Gloria: A Milano manca davvero uno spazio così aperto oggi.

Giorgio: Manca assolutamente. Oggi se ti piace quel tipo di abbigliamento il posto più autorevole è sicuramente Slam Jam [Via Giovanni Lanza, 1 a Milano, NdA], che però non riesce completamente a gestire in maniera più profonda queste realtà un pò più fresche.

Gloria: Manca qualcosa più vivo, veloce e capillare sul territorio.

Giorgio: È esattamente quello il problema: manca un negozio indipendente a Milano dove puoi trovare delle cose fatte dai ragazzi. Sempre legato a Slam Jam c’è anche lo Spazio Maiocchi, che trova modi di mostrare il contemporaneo. Ma non è uno spazio veramente indipendente come lo intendo io, cioè uno spazio in cui ci sia piena libertà creativa. A Milano non è facile riuscire a fare delle cose in maniera agile. La sfilata di gennaio [colpo di tosse, NdA] è stata un bagno di sangue da questo punto di vista.

Gloria: Immagino!

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: Tornando al discorso di prima invece, mi sono sempre mosso tra la grafica e l’abbigliamento. Nel 2004—insieme al mio amico ed ex socio Paolo Budua—avevo fondato un marchio che si chiamava VNGRD. Lì c'era già con un’ottica più costruita, nel senso che non era la maglietta Fruit Of the Loom stampata, e nel 2007/2009 era diventato un vero e proprio brand con i primi total look. Kanye West ne sentì parlare e ci contattò in tempi non sospetti, quando stava realizzando il suo primo progetto. Si chiamava PASTELLE, ma poi non è mai veramente uscito.

Gloria: Come vi siete incontrati?

Giorgio: Aveva visto la nostra collezione su Hypebeast e ci aveva fatto contattare dal suo assistente. Anzi, per essere più precisi ci aveva rebloggato, perché ai tempi il suo sito era un blog di moda, fondamentalmente. Poi abbiamo iniziato a parlare con lui direttamente. Gli ho disegnato il logo e poi tutta la parte dei capispalla.

Gloria: Ti piace occuparti della parte progettuale?

Giorgio: Sono sempre stato molto in fissa con tutto quello che riguarda l’abbigliamento tecnico, già ai tempi avevo fatto le mie prime ricerche, sia di materiali che lavorazioni. Comunque Kanye era un martello pneumatico. Ci chiedeva: "Quando mi girate i disegni?" e noi: "Lunedì alle 17:00." Alle 17:01 arrivava la sua telefonata. Kanye è un pazzo che evidentemente qualcosa di speciale ce l’ha davvero.

Gloria: Eh sì... Ha sicuramente una schedule precisa.

Giorgio: Attraverso Kanye ci sono stati i primi contatti anche con Virgil [Abloh, NdA]. Era sempre in copia nelle e-mail. Intanto, parallelamente portavo avanti delle collaborazioni con diversi marchi, tra cui Nike. Le cose proseguivano in maniera naturale, finché poi è iniziata l'avventura con Marcelo [Burlon, NdA].

Gloria: E com'è iniziata di preciso?

Giorgio: Sai, era il periodo di hype per Givenchy e Marcelo era molto amico di Riccardo [Tisci, NdA]. Gli viene proposto di fare un marchio di magliette dal proprietario di uno showroom, un progetto plug and play compreso di laboratori e grafico.

Gloria: Vi conoscevate già?

Giorgio: Sì, abbastanza bene. Non abbiamo mai fatto parte della stessa “compagnia”, però durante il periodo King Kong lui aveva una grande sensibilità per le cose autentiche, fighe e cool.

Gloria: In che modo si è sviluppata la collaborazione?

Giorgio: Avevo appena finito di lavorare da Independent Ideas per Ivan [Maria Vele, NdA], così ho accattato. Mi aveva dato una settimana di tempo, era super urgente altrimenti avremmo perso la stagione.

In quel momento stavo portando avanti una mia ricerca personale in campo grafico. C’era dentro tutto un mio trip sulla grafica generativa, le mie robe anni '70. Tutte le grafiche di quel periodo sono fatte con In-Design, che è un programma che non nasce per fare quella cosa lì, però permette di generare effetti caleidoscopi. Ho trovato un punto d’incontro fra il suo mondo di riferimento e il mio, vicino alla macchina, l’high tech, il tema del viaggio e quella parte di me che ha voglia d’isolamento.

Gloria: Marcelo ha una sensibilità spirituale, mi ricorda la figura dello sciamano per certi versi. Credo ci sia un lato spirituale anche nella meccanica e una ricerca estetica del sublime nella tecnologia.

Giorgio: Quella secondo me è stata la cifra che ha reso non banale quel suo mondo di riferimento. Poi le grafiche avevano questa taglio high tech.

Gloria: Un po’ frattale, diciamo.

Giorgio: Esattamente… Perché quella invece era la mia cifra. Abbiamo usato la faccia di un animale, però prima l’abbiamo scomposta e destrutturata.

Gloria: Che è molto sciamanico come approccio.

Giorgio: Quindi è nata questa roba… Le grafiche le ho mandate con qualche riserva, perché ero consapevole che riprodurle sarebbe stato difficile. Ma ho voluto sentimi libero di unire il suo mondo e il mio. In tutto erano venti grafiche originali, di cui dodici poi sono diventate parte della collezione. Lui ha amato da subito tutto, è voluto partire con i temi delle ali, dei serpenti, tutte le cose che sono poi diventate iconiche. Incredibilmente, sono riusciti a stamparle e da li è nato tutto.

Gloria: Quanto è durata la vostra collaborazione?

Giorgio: Cinque anni. Nella prima fase ho comunque continuato a fare molte collaborazioni, come quella con Damir Doma, Iuter o altre più commerciali come Tiger of Sweden. Poi, quando Marcelo è diventato socio di Davide de Giglio e Claudio Antonioli, ho passato sempre più tempo lavorando per COUNTY OF MILAN. È stato incredibile vedere come tutto si è strutturato molto velocemente. Davide e Claudio sono stati fondamentali per lo sviluppo del brand. Sopratutto nella prima fase, quando non c’era ancora Off-White, ma anche dopo, perché Virgil è molto indipendente a livello creativo. Davide era una persona molto presente sul lato prodotto, seguiva chi si occupava del design, del marketing, è stato un rapporto molto stretto e anche molto formativo, che mi ha permesso di capire tutte queste dinamiche.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Poi a un certo punto hai deciso di tornare ad avere qualcosa di tuo…

Giorgio: Subito ho pensato a un marchio di accessori, un progetto che inizialmente si chiamava BLACK STANDARD. La prima collezione è stata presentata nella vecchia galleria di Kaleidoscope, perché Alessio Ascari è un mio amico e gli ho chiesto un aiuto. Ho fatto un display in cui l’idea era quella di avere un’esperienza. Il tutto è uscito molto bene, ma era poco sostenibile da un punto di vista commerciale.

Gloria: Perché il prodotto aveva un prezzo altissimo, immagino...

Giorgio: Sì, ed è stato a quel punto che Davide mi ha proposto di unire le forze. Il nome da "black" è diventato UNITED STANDARD, perché facendo una ricerca approfondita è poi emerso che "black standard" era il nome in codice usato per una bandiera dell'ISIS, e quindi è stato necessario cambiare. Non mi dispiaceva unire l’idea di "united" e "standard", così abbiamo registrato il marchio e siamo partiti.

Gloria: Com'è andata questa esperienza?

Giorgio: Ho fatto una sola stagione con loro. Con il senno di poi, penso sia stato concorso di colpa. È un progetto che non seguiva il classico modello di business.

Gloria: A che modello ti riferisci?

Giorgio: Quello di trovare un progetto che avesse delle grosse potenzialità sopratutto dal punto di vista del marketing, un po' come accade per Off-White, Heron Preston e Palm Angels. Francesco [Ragazzi, Nda] prima di Palm Angels era il direttore creativo di Moncler ed è amico personale di Pharrell [Williams, NdA] e questo era esattamente il tipo di connessione che volevano spingere. Io sono uno che ha sempre lavorato nell’ombra, sempre nella direzione di una credibilità non necessariamente ostentata ma ottenuta in maniera spontanea.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Però c’è nell’aria un desiderio di non dover essere necessariamente degli intrattenitori oggi. Siamo arrivati a un punto di saturazione per cui qualunque cosa è entertainment; penso ad esempio alla recente sfilata couture ultra-instagrammabile di Victor & Rolf. Personalmente, l’ho trovata fastidiosa.

Giorgio: Questo è anche un mio sentore e, onestamente, anche una mia speranza.

Gloria: Mi sembra che la gente sia stanca di fungere da intrattenitore sistematico.

Giorgio: Ne parlavo l’altro giorno con Federico Sarica. Serve una macro riflessione sulla moda. Adesso stiamo passando un momento per cui quello che viene definito streetwear ha cambiato il registro e le dinamiche classiche del prêt-à-porter. Ma quello che è successo allo streetwear in ambito moda non è avvenuto in tutto quello che è il resto del mondo street, che include musica e cultura dello skate.

Gloria: Come descriveresti questa dinamica di cui parli?

Giorgio: Dal mio punto di vista, la moda è design che si indossa. Il design di prodotto, qualunque esso sia, dalla lampada alla giacca, ha in sé una fase mediana artigianale, in cui viene creato un oggetto che deve avere anche delle funzioni. La giacca la indossi, ti deve proteggere, il bicchiere deve contenere un liquido. Con County of Milan, Off-White e la new wave della moda il processo creativo alla base cambia, divenendo più simile a quello dello streetwear.

Gloria: Come nasce quindi lo streetwear?

Giorgio: C’erano gli skater, i writer dipingevano, i rapper cantavano, insomma la gente faceva quello che veramente gli dava piacere. Poi qualcuno ha iniziato a creare il merchandise di se stesso, della sua tribù, per differenziarsi nella maniera di vestire e stabilire dei propri codici estetici.

Questo è secondo me il nuovo meccanismo della moda. Non c’è un designer che a monte veicola un concetto, ma è un concetto che viene trasportato su del merchandising. Perché è importante la maglietta per noi che abbiamo vissuto lo street, così come lo è per i musicisti? Perché è la cosa più semplice e più economica da produrre per trasmettere un messaggio, per creare appartenenza.

Gloria: Esiste secondo te un momento preciso di transizione verso questa dinamica?

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: A mio parere Tisci è quello che ha dato concretamente il la a questa grande rivoluzione che ha craccato il sistema. Secondo me, il ragionamento alla base del suo pensiero è molto semplice: se ti metti un completo di Prada, o sei un addetto ai lavori, un appassionato e quindi sai che quel materiale e quel dettaglio lo usa solo Miuccia [Prada, NdA], oppure spendi 4.000 euro per una cosa che nessuno capisce. L’uomo della strada non sa tutto questo, e in più quel completo deve starti bene rispetto al tuo fisico. Una maglietta, anche se super overpriced, diciamo che arriva magari a 400 euro, è comunque un investimento molto minore di 4.000 euro, ma quando la metti appartieni al mondo della moda nello stesso, identico modo.

Gloria: Chi sono i più bravi a fare le magliette?

Giorgio: Quelli che le hanno usate tutta la vita per esprimersi, ovviamente. Quelli dello streetwear, quelli della musica, dei gruppi metal. Questo secondo me è stato il processo di rivoluzione. Unitamente a un processo culturale che ha visto lo sviluppo dei social e Instagram, dove tutto deve essere veloce e riconoscibile. Pensa che i musicisti fanno più soldi nel veicolare i marchi rispetto al loro mestiere di musicisti: questo è il contesto di oggi.

È naturale che dei comunicatori e poi dei designer abbiano fatto il giro completo. Virgil era uno che dava una mano a Kanye West in faccende di art direction e gli curava i video, il tour, la comunicazione insomma. A un certo punto ha fatto il suo marchio chiamato Been Trill. Era il gruppo degli amici: erano lui, Heron Preston, Kanye West, Matthew Williams, Justin Saunders e YWP. Erano i cool boys, conosciuti sui blog di moda. Si beccavano, suonavano ma non sapevano suonare, però Matthew Williams era lo stylist/fidanzato di Lady Gaga. Virgil lavorava con Kanye. Heron era il cool kid di New York, Justin Saunders aveva il blog di stronzate JJJJound. Erano come gli skater… Erano fighi.

Gloria: A NYC c’era una piattaforma web che si chiamava to.be ed era una comunità di net artist che si scambiavano file. Been Trill aveva supportato il progetto che era digitalmente avanti e visionario.

Giorgio: Purtroppo quando hanno iniziato a percorrere le loro carriere come solisti, di Been Trill non glie ne fregava più molto. Sono arrivati dei compratori cinesi e hanno venduto il brand. Ma nel farlo, hanno fatto una cosa che ha spaccato il culo: hanno creato un meta brand. Nel momento di apice dell’hype hanno fatto sul sito un’applicazione in cui ti potevi creare la tua maglietta con i loro loghi.

Gloria: L'app credo l’avesse sviluppata Ryder Ripps di OKFocus con to.be. Potevi giocare con il logo e poi fare il download delle maglie, me lo ricordo!

Giorgio: Era un’idea geniale. Ti veniva spedita una maglietta originale, ma il processo era quello di una qualunque fotocopisteria.

Gloria: …E la comunità poteva storpiarla ulteriormente e farsene una nuova.

Giorgio: Era totalmente meta, un'operazione geniale. Se dovessi fare un'analisi, sarebbe: in questo panorama esiste un Virgil che passando da questo progetto inizia a fare il suo, riprendendo un mood molto simile ma 2.0. Ha capito molto bene il concetto di codice. Di dire: "Facciamo una cosa in virtù del fatto che un capo lo mette Drake e tutti devono capire il riferimento." Una cosa super immediata, che subito ti riconduce a una famiglia, a un concetto.

Gloria: Smart.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: In risposta alle critiche secondo cui questi ragazzi una volta erano degli scappati di casa e non avevano gli strumenti necessari, mi viene da dire che Virgil ha fatto sì quel percorso, si è fatto le sue serate, ha fatto tutto quello che doveva fare, anche con i graffiti, ma la differenza fra lui e loro è che lui è laureato in architettura.

Gloria: Il progetto lo ha chiaro in testa.

Giorgio: Certo, ha ben chiara l’estetica del design e quindi il risultato è preciso, poi ti piace o non ti piace. Off-White non è un marchio che mi metto, e probabilmente nemmeno lui.

Gloria: Il fit è difficile, effettivamente.

Giorgio: Però quello che rimane da un punto di vista progettuale è valido ed è quello che rispetto di Off-White. Lo si vede ad esempio nel progetto che Virgili ha fatto con Nike. Sa cosa vuol dire Instagram, le immagini, la velocità, le cose che succedono, l’idea di raccontare qualcosa, la tribù, però ha anche in mente la progettazione, il design e l’arte. Unisci tutti questi elementi ed emerge una cosa che funziona. Da qui la sua ragione come direttore creativo di Louis Vuitton Uomo.

Gloria: Pensi che questa evoluzione di cui parli sia stata accettata?

Giorgio: Il macro-mondo culturale è in continua evoluzione e digerisce tutto lentamente. Un tempo, il ragazzino che si comprava la sneaker e la felpa di Supreme aveva già fatto una ricerca. Quando lo indossavo io o Ivano 15 anni fa, nessun sapeva cosa era Supreme. Ma magari i nuovi giovani stanno iniziando ad andare un po’ più a fondo sulle cose. Sì, la musica rap ok… Però pensiamo anche alla cultura della musica elettronica. Sì, Murakami è figo …ma fammi fare un giro al MoMa e fammi vedere due Judd… Dammi due nomi e fammi capire cos’è.

Gloria: Sì bello infatti il pupazzo colorato, ma in realtà Murakami parla di morte. Cosa che capiscono in dieci su mille.

Giorgio: Balenciaga bello, Vetements bello… Però a un certo punto bisogna fermarsi e osservare Rei Kawakubo.

Vivo in una bolla in cui è fisiologico andare in quella direzione, però anche nel mio gruppo di lavoro—tra cui c’è il mio assistente Yuri [Kaban, NdA], i ragazzi di No Text e quelli di Haunter Records—esiste uno scambio di questo tipo.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Cambiando un po’ discorso, credo ci sia molta attenzione sul tema del Post-Umano. Ci sono dei codici di consenso anche in rete tra gruppi di persone, community digitali che si stanno muovendo in una direzione quasi di trans-umanesimo, singolarità, rapporto con la macchina, tutto quello che è il mondo dell’algoritmo digitale e la fusione con l’umano. La tua collezione mi ricorda questo pre-sentimento post-umano.

Giorgio: Sto portando avanti diversi progetti, ma il concetto della prossima collezione potrebbe essere quello di Machine Vision e quindi immagini relative alla tecnologia di algoritmi di riconoscimento. Vorrei partire da questo input per lavorare con le persone di cui ti parlavo prima, quasi come se la collezione fosse una scusa per portare aventi un gruppo di ricerca.

Gloria: Mi sembra una direzione interessante.

Giorgio: Anche con i ragazzi di Nero sto affrontando proprio un discorso di questo tipo. Anche se l’output non è ancora chiaro, potrebbe essere di natura multimediale. Loro hanno lavorato molto su progetti basati su relazione ed integrazione tra la meccanica e l’uomo, su protesi e tecnologia in campo sportivo, argomenti che secondo me sono molto, molto interessanti.

Gloria: Hai letto per caso Essere una macchina di Mark O'Connell?

Giorgio: No.

Gloria: Devi assolutamente leggerlo! O'Connell ha fatto una ricerca sul transumanesimo e racconta cosa sta succedendo nella Silicon Valley. Quando lo leggi ti sembra fantascienza, poi invece vai su Instagram e questa gente di cui parla esiste, è vera, vuole essere immortale. Si può essere d’accordo o meno, però questo argomento è imprescindibile oggi.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: In realtà la cosa che mi interessa di più oggi è la ricerca. Il marchio se vuoi è solo una scusa per farla, perché se potessi vorrei solo occuparmi di ricerca in questo campo e produrre documenti nel mondo artistico. È sempre molto difficile portarli nel campo della moda, dove è tutto molto veloce e spesso superficiale.

La collezione FACTORY PROGRESS è nata da una riflessione fatta mesi fa con Lodovico Pignatti Morano, un mio amico scrittore.

Gloria: Qual è stata l’idea di partenza su cui avete lavorato?

Giorgio: Ho riflettuto su cosa volesse dire per me la mia prima sfilata: non poteva partire da un argomento troppo specifico, altrimenti avrei confuso le acque. Doveva essere un ingresso in società, dove già dal primo concept parlavo di me e di quello che sarebbe stato in futuro il brand. Quindi abbiamo individuato il tema della factory creativa, intesa come luogo dove vengono prodotte delle cose. La meccanica, il workwear e tutta quella storia lì…

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Quali sono stati i vostri riferimenti?

Giorgio: Abbiamo immaginato una factory, però progressista, con musica progressive ma anche prog… Siamo partiti da lontano, con un immaginario tipo La Jetée e Chris Marker, con l’underground degli anni '60 e '70. Ci siamo ispirati al film di fantascienza Stalker di Andrei Tarkovsky, con un’atmosfera molto dark, difficilmente posizionabile nel tempo.

Gloria: Come si inserisce in questo discorso la citazione di Stalker?

Giorgio: Stalker è la versione cinematografica del romanzo visionario Roadside Picnic di Arkady and Boris Strugatsky. Ludovico [Pignatti Morano, NdA] ha scritto il racconto della sfilata come se fosse un capitolo di questo libro, dando per assodato che nel mondo ci sono queste zone dove gli alieni hanno creato aree in cui solo gli "stalker" possono entrare senza diventare pazzi e dove succedono delle cose strane. All’interno di una di queste zone c’è una factory progresso. Una di queste è proprio a Milano, in zona Lambrate, ed è una fabbrica dove costruiscono macchine, quindi l’eccellenza italiana. Ho dato io a Ludovico tutti i riferimenti su questa parte, perché sono molto nerd da quel punto di vista e sono preparato sul mondo della meccanica.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Gloria: Come descriveresti la trama in maniera sintetica?

Giorgio: A Virgil l'ho raccontato così: "Immaginati un rave all’interno di una fabbrica dove ci sono neon verdi, ma non è abbandonata. È una fabbrica dove la gente sta lavorando sul serio."

Gloria: Ma questa non è stata l’unica ispirazione…

Giorgio: Un altro film che era nel nostro moodboard era La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, dove a un certo punto ci sono i suoni di fabbrica che diventano ritmici. È da questo spunto che è partito Lollo [Lorenzo Senni, NdA] per creare la musica, come se coprisse i dialoghi. Mi piace molto questa roba che in un momento sei lì dentro e non senti quello dice Gian Maria Volontè perché c’è una pressa che lavora.

Gloria: Come è stata tradotta questa enorme ricerca nella collezione?

Giorgio: Abbiamo scelto dei capi molto semplici di workwear e abbiamo lavorato con un grosso know how sui materiali tecnici, con una ricerca profonda e grandi innovazioni. Per esempio Fausto—quel ragazzo del Dude—indossava per la prima uscita questa specie di total look nero con una rete fatta da un’azienda italiana che in realtà produce vele per barca, quindi abituata a lavorare con materiali compositi: Kevlar, carbonio e fibre di vetro. Per noi quest’azienda ha applicato i mesh a dei tessuti. Sono letteralmente materiali sperimentali.

Gloria: Come il completo che ha indossato Sidney, che aveva questa rete in trasparenza.

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Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: Esatto. Quella è una ricerca che voglio continuare a sviluppare per la prossima stagione e riuscire a industrializzarla. In sfilata c’erano cose diverse perché ho dovuto parlare di cose diverse: di community, del mio background. Era giusto che fosse così, io nasco come grafico ed era giusto che nella sfilata ci fosse anche della grafica.

Gloria: Che è quello da cui poi è nata veramente la collezione: il tuo mondo.

Giorgio: Dobbiamo diventare più bravi a raccontare queste cose. Quando sono andato alla Camera della Moda ho detto "sono venuto qui perché voglio raccontare questo mio mondo non solo a quelli che già lo conoscono, ma agli altri. Quindi a fare una cosa ufficiale con voi, nel bene e nel male." Si creeranno dei cortocircuiti e per forza qualcuno dovrà prendere atto del fatto che sta succedendo qualcosa. La mia percezione è stata relativa, è stato il periodo più folle della mia vita. Tu adesso vedi questo posto [lo studio di Giorgio in cui ci siamo incontrati, NdA] in una sorta di ordine, ma sono stati momenti di caos puro, perché tutti questi capi li abbiamo fatti con la macchina che c'è qui.

Gloria: Dopo faccio una foto.

Giorgio: Sì, insomma, era un delirio, con gente che dormiva sui materassini, gente che si dava il cambio notturno, è stato molto bello per me sentire il supporto dalla mia comunità. È stato fatto tutto tra amici.

Gloria: Una cosa che ti è rimasta particolarmente impressa?

Giorgio: Sono stato molto contento quando è arrivato Carlo Capasa e mi ha detto: "C’è una bellissima energia, non vedo l’ora che inizi la sfilata, complimenti." Anche loro hanno fatto una scommessa. Il mio termine di giudizio della riuscita della sfilata è stato attraverso le persone che hanno comunque condiviso il loro amore e affetto.

Gloria: Questa energia si sentiva anche tra gli spettatori ed è importante preservarla, riuscire a mantenere questa spinta iniziale, non lasciarla morire in logiche altre.

Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.
Backstage della sfilata United Standard a/w 19. Fotografia di Piotr Niepsuj.

Giorgio: Mi sto muovendo in acque nuove. All‘inizio volevo fare la sfilata tutta standing: solo delle transenne anti-sfondamento da stadio, per passare il concetto di eguaglianza tra le persone. Però anche lì, parlo con Karla Otto e loro rimangono di ghiaccio. "No, non puoi," mi hanno detto.

A New York, Telfar a settembre fa ha fatto una roba anche più pazza. Pioveva e i modelli sfilavano dentro una specie di gabbia metallica. Super figa e tutti contenti. Rule breaking totale. Però in Italia—mi dicono—devi sapere che le giornaliste "cariatidi" poi possono scrivere male della collezione perché erano scomode…

Gloria: Mi rendo conto. Ma era importante essere in calendario. Un domani vai a sfilare in un parcheggio e fai quello che vuoi.

Giorgio: Questa è la mia soluzione: entrare dalla porta principale, chiedere permesso e poi andare a pieno regime quando me lo posso permettere. Sopratutto in un contesto italiano, perché gli sono comunque girati i coglioni.

Gloria: Immaginati se fossero rimasti in piedi, con le transenne.

Giorgio: L’importante è avere una chiave che sblocchi qualcosa.

Gloria: La sostenibilità del progetto nel tempo è nel tuo sistema di valori e di pensieri, perché questi nascono dal tuo stile di vita?

Giorgio: La più grossa scommessa su questo progetto è proprio la sostenibilità, sia creativa, sia economica. C’è chi vuol fare solo soldi, il che non facile, ma è un obiettivo preciso. C’è chi fa cose per un portfolio, con una logica d’investimento a fondo perso. Lì puoi essere estremo. Ma la cosa più difficile è unire questi due aspetti con un progetto che si sostenga, ma che parli anche di idee.

Gloria: Chi sono i tuoi modelli in questa direzione?

Giorgio: Penso sempre ai Beatles che piacciono a mia madre, ma anche ai critici. Hanno rivoluzionato il mondo. Penso a Pharrell che riusciva a essere in classifica contemporaneamente con i Clipse, massimi esponenti del coke rap, e Britney Spears. Aveva una ricerca artistica profonda, ma che poteva essere usata in campo iper-commerciale creando un prodotto di qualità. Ecco, vorrei che la mia sfida fosse questa.

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Il report sulla sfilata United Standard a/w 19 lo trovi qui:

Crediti


Testo di Gloria Maria Cappelletti
Immagini di Piotr Niepsuj