Fotografia di Mario Sorrenti

le pubblicità più sexy di calvin klein, raccontate da calvin klein

"Bisogna correre rischi, bisogna cogliere le opportunità. Certo, gli errori capiteranno, ma è lì che si impara. Basta non ripeterli."

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ott 31 2017, 3:17pm

Fotografia di Mario Sorrenti

Sento al telefono il Signor Calvin Klein in persona che dice: "Cosa si mette tra me e i miei Calvin? Niente" e un brivido corre lungo la mia schiena. Questa non è una frase qualunque; è uno slogan che ha definito un'intera epoca. Scandalosa e provocante, una dichiarazione di ribellione da parte dello stilista che la televisione americana non ha esitato a censurare. L'immagine che la accompagna, scattata da Richard Avedon e pubblicata all'inizio degli anni '80, ha dato fama internazionale al brand, allo stilista e alla protagonista Brooke Shields. È lo scatto che riassume in qualche migliaio di pixel l'essenza di quel decennio.

Non che a Calvin Klein bastasse essere il creatore di una sola immagine così iconica, comunque. Penso a Tom Hintnaus che indossa un paio di jeans bianchi attillati a Santorini, fotografato da Bruce Weber; a una Kate Moss completamente nuda su una poltrona reclinabile, immortalata da Mario Sorrenti. Ancora e ancora, le campagne pubblicitarie di Calvin Klein sono state un ricettacolo di controversie, creando al contempo elementi essenziali all'immaginario di moda contemporaneo.

Fotografia di Bruce Weber

Questi infiniti momenti sono uniti un nuovo libro, intitolato semplicemente Calvin Klein, che lo stilista sta per pubblicare. Per realizzarlo ci sono voluti quattro anni, durante i quali Calvin ha analizzato le oltre 40.000 fotografie del suo archivio insieme a Fabien Baron e all'ex moglie Kelli. Il risultato sono 450 pagine che documentano l'evoluzione di un'incredibile carriera.

Inoltre, la pubblicazione non si ferma ad analizzare la figura di Calvin come maestro della provocazione pubblicitaria, ma ripercorre anche i suoi passi come stilista, come uomo che ha contribuito all'invenzione dell'estetica minimalista e, insieme a Ralph Lauren e Donna Karan, ha portato la moda americana a rivaleggiare con la sua controparte europea.

A pochi giorni dall'uscita del libro, i-D ha incontrato Calvin per farsi raccontare le storie che si celano dietro alcune delle immagini più riconoscibili dell'intera storia della moda.

Fotografia di Bruce Weber

Per prima cosa, congratulazioni per il libro! È una testimonianza insostituibile di storia della moda. Com'è stato realizzarlo?
Ci è voluto molto tempo a convincermi che fosse la cosa giusta. Non sono solito guardarmi indietro, preferisco concentrarmi sul presente. Abbiamo analizzato 40.000 immagini dall'archivio, un lavoro che ci ha richiesto circa 16 mesi in totale, perché da questo numero così alto siamo dovuti arrivare a una selezione che potesse stare in 450 pagine. Ho fatto editing e revisione così tante volte da perdere il conto! Ci sono voluti mesi e mesi di lavoro, ma è stato davvero un piacere.

Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più, riguardando i tuoi vecchi scatti?
Che sembrano ancora contemporanei, non hanno quella patina da trend ormai dimenticato da tempo. La maggior parte erano campagne pubblicitarie, dagli anni '70 agli '00. Abbiamo deciso di metterle una di fianco all'altra senza curarci delle date in cui sono uscite, proprio per dimostrare che la visione Calvin Klein è rimasta inalterata nel tempo.

Fotografia di Bruce Weber

La forza provocatoria di quelle campagne non ha perso d'intensità, ma vedere le immagini in un contesto non advertising—senza logo né testo—mi ha fatto capire il loro vero valore artistico. Sono meno scioccanti, ma incredibilmente più belle e senza tempo.
Questo è un complimento enorme, perché è esattamente quello che ho cercato di far emergere. Ho sempre lavorato con le persone più talentuose che io riuscissi a trovare, dai fotografi agli art director, dalle modelle ai producer. Certo, io ero coinvolto in ogni fase, ma si tratta del lavoro di un incredibile team di creativi. Sono fotografie stupende realizzate dai migliori fotografi dell'industria, come Irving Penn, Dick Avedon, Bruce Weber e Mario Sorrenti. I loro lavori sono vere e proprie opere d'arte, solo aggiungendo le grafiche si trasformano in pubblicità.

Quando stavi realizzando quelle pubblicità, le intendevi già come una collaborazione di più creativi?
Sono sempre state collaborazioni. Ricordo quando abbiamo scattato la campagna con Brooke Shields; passavo le notti nello studio di Richard Avedon. Io, lui e Doon Arbus—che ha scritto lo slogan "Cosa si mette tra me e i miei Calvin? Niente"—lavoravamo sodo e ci divertivamo come pazzi. L'abbiamo fatto perché sapevamo di poter realizzare pubblicità di gran lunga migliori di una qualsiasi agenzia.

Fotografia di Bruce Weber

Quelle campagne hanno definito un'era. Non solo nella moda, ma nella cultura in generale. Ti ha sorpreso?
Credici o no, mi sorprende sempre quando qualcosa va particolarmente bene. La mia vita privata mi ha sempre influenzato, così come ciò che accade intorno a me. Quindi, se c'è stato un impatto sulla cultura, è stato un processo completamente organico. Abbiamo sempre voluto fare qualcosa di creativo, ma che comunque parlasse del prodotto. Certo, le immagini dovevano farsi notare, ma dovevano comunque trasmettere il messaggio giusto al potenziale consumatore. Questo era il mio focus.

Perché credi che queste immagini siano diventate simbolo sia dell'industria della moda, sia di quella pubblicitaria?
Questa è una domanda molto complessa. Non avrei mai immaginato che sarebbero diventate così famose e che lo sarebbero restate così a lungo. Ripensandoci oggi, ciò che davvero mi sorprende è quanto ancora siano attuali. È questo il vero motivo per cui ho scelto di pubblicare il libro; se gli scatti mi avessero dato l'impressione di essere ormai datati non l'avrei mai fatto.

Fotografia di Bruce Weber

CK1 ha anticipato di decenni l'attuale tendenza a sovvertire le regole legate al binarismo di genere, sei d'accordo?
Conosci la storia di quel profumo? Vivevo con Kelly, che mi rubava sempre felpe e camicie. Voleva sempre avere con sé qualcosa di mio. Così mi sono chiesto se il meccanismo non fosse replicabile anche a livello olfattivo. Qualcosa di mascolino, che però fosse attraente anche per un pubblico femminile. Obsession ed Eternity erano stati un successo, quindi ci sentivamo pronti a uscire fuori dagli schemi e creare qualcosa di completamente diverso. Bisogna correre rischi, bisogna cogliere le opportunità. Certo, gli errori capiteranno, ma è lì che si impara. Basta non ripeterli.

Un altro esempio sono i jeans, perché ai tempi erano snobbati dagli altri stilisti. Come ha reagito il mondo della moda quando hai iniziato a realizzare anche denim e intimo?
Credo che la gente fosse sorpresa. La stessa cosa vale per i mega cartelloni pubblicitari in giro per le città: allora, gli altri brand non facevano questo genere di cose; la consideravano una mossa troppo commerciale. Personalmente, ho sempre vissuto questi limiti come delle sfide, che dovevano però rimanere interessanti. Non ho mai dato peso a ciò che l'industria avrebbe detto di me o del mio brand: nella mia mente, la comunicazione avveniva direttamente tra stilista e consumatore. Mi ha sempre sorpreso vedere che qualcuno apprezzi e addirittura acquisti ciò che io realizzo. Prendi il libro, ho scoperto che su Amazon è già un bestseller, ed è fantastico, perché tutto il ricavato sarà devoluto a un'associazione di beneficienza.

Fotografia di David Sims

Oltre alle pubblicità, il libro è anche un'ottima opportunità di rivivere i momenti di alta moda che Calvin Klein ha vissuto nel passato. È un po' il cuore del tuo brand, ed è fantastico vedere che sia documentato in modo così impeccabile.
Disegnare abiti per le donne era la cosa che più amavo fare. Era un po' il fulcro attorno al quale tutto il resto ruotava, ma erano davvero poche le persone che potevano permettersi di acquistare questi capi così costosi. Quindi, il libro è stato anche un modo per mostrare a chi ama la moda dove tutto ciò è iniziato, come è iniziato, parlare dell'estetica minimalista, delle rifiniture, della purezza e della semplicità delle mie collezioni… insomma, volevo far capire che per me i vestiti sono sempre stati tutto.

È stato piacevole ripercorrere la tua carriera per il libro?
È stato bello, ma anche estremamente faticoso. Ma non avevo altra scelta, dovevo essere assolutamente coinvolto in ogni fase di realizzazione del libro, dal concept alla grammatura delle pagine. Tutte le immagini e le storie presenti sono parte della mia vita, e unirle è diventata una nuova sfida.

Fotografia di Peter Lindberg

Hai sempre lavorato seguendo questo modus operandi?
Sì, sin dall'inizio. Quando ho aperto la mia azienda, ho passato i primi otto mesi dormendo sul pavimento del mio microscopico showroom. Facevo di tutto: vendevo gli abiti, li disegnavo, li spedivo, mia madre cuciva le etichette! Sono stati giorni bellissimi, però. Ci è voluta tanta determinazione e infinite ore di lavoro, però alla fine ci sono riuscito. Ho realizzato il mio sogno.

Che consiglio daresti a chi vuole lavorare oggi nel mondo della moda?
È lo stesso che ho dato a mia figlia quando si è laureata: "Non preoccuparti di soldi e successo, trova ciò che davvero ti fa felice." È questo il vero successo, amare e apprezzare ciò che si fa.

Fotografia di Mario Sorrenti

Ripercorrendo la tua carriera e tutte le incredibili cose che hai fatto, cosa pensi che rimarrà alle nuove generazioni?
In quando stilisti americani, io, Ralph Lauren e Donna Karan abbiamo davvero scritto la storia della moda americana, perché tradizionalmente questa industria è sempre stata dominata da Milano, Parigi e successivamente Londra. È lì che sono nate le grandi scuole d'arte e di moda; e negli Stati Uniti? New York? Questa città è stata a lungo il fanalino di coda della moda. Ma credo che noi tre, insieme, abbiamo saputo cambiare le cose, ed è forse questa la cosa di cui sono più orgoglioso in assoluto.

Quando ero agli inizi, il mio sogno era quello di creare un brand che avrebbe potuto continuare a vivere e prosperare a lungo, anche se un giorno io me ne fossi andato. Ed è stato così.

Calvin Klein è pubblicato da Rizzoli ed è ora disponibile qui.

Fotografia di Peter Lindberg