il vero volto dei rally—dall'alba al tramonto tra piloti e team

Siamo stati al Rally delle Due Valli di Verona per conoscere una sottocultura unica: il mondo delle auto da corsa.

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ott 30 2017, 5:08pm

Sin dal 1972 Verona ospita una delle competizioni di cui si compone il Campionato Italiano di Rally di Auto Storiche: il cosiddetto Rally Due Valli. Oggi come negli anni '70, tra le auto pronte a darsi battaglia spiccano le italianissime Abarth, ma con una grande differenza: una rinnovata e innegabile coolness. Da marchio per appassionati del settore, Abarth si propone ora come vero e proprio emblema di glamour all'italiana, grazie anche alle linee eleganti e sinuose che caratterizzano il suo design. L'evoluzione del brand non passa inosservata, per cui a settembre noi di i-D scegliamo Abarth come partner ufficiale del party d'inaugurazione della Fashion Week di Milano. Dopo l'incursione dell'universo automobilistico nell'industria della moda decidiamo poi di essere noi ad avventurarci in un territorio sconosciuto, quello dei Rally.

E così eccomi qui a Verona, pronto ad assistere alla tappa veneta del Campionato Italiano di Rally di Auto Storiche. Lo scorpione nero Abarth è ovunque: sulle auto, sulle bandiere, sulle t-shirt degli spettatori e sulle tute dei piloti. L'emozione—del pubblico come di chi tra poche ore correrà—è palpabile. Mi guardo intorno e decido che oggi sarà il giorno giusto per esplorare il dietro le quinte della gara, gustarne le atmosfere e capire cosa spinge i fan dello sport a viaggiare in tutta Italia per assistere alle corse. Quello che scoprirò ha tutte le caratteristiche di una vera e propria sottocultura.

La vita dei rally ricorda da vicino quello dei nomadi. Gli organizzatori, le squadre e il pubblico si spostano in massa occupando aree che spesso si trovano in mezzo al nulla, mi racconta un gruppo di meccanici — anche se non è questo il caso Verona che ha la fortuna di ospitare il Parco Assistenza all'interno della città. Per lunghe ore, le attività restano limitate a poche operazioni semplici rilassate, ma quando arriva il momento, bisogna darsi da fare con la massima energia nel minor tempo possibile. Percepisco l'avvicinarsi delle auto per il pit stop non solo dal rombo dei motori ma anche dalla folla che si accalca attorno al loro percorso. Lo spazio si anima, i meccanici si danno da fare mentre il pubblico ammira questi professionisti al lavoro.

In fondo, si tratta di un passatempo a metà strada tra l'atteggiamento meditativo—quasi zen—dei pescatori sulla riva di un placido corso d'acqua e una scampagnata con gli amici, birrette da dividersi comprese, come mi raccontano dei ragazzi che stanno seguendo tutte le prove speciali. Non si tratta tanto di seguire l'andamento della gara, comunque intuibile da alcuni dettagli che possono cogliere i più esperti, quanto di godersi la compagnia e lo show del passaggio, infatti, quando i piloti si avvicinano a una curva affollata dal pubblico, si esibiscono in manovre appositamente più spericolate.

I tendoni del Parco Assistenza mi ricordano dei veri e propri accampamenti. Accostano senza soluzione di continuità stand super tecnici, come quelli dove si trovano piloti e team, alternati ad altri che ospitano i club di appassionati. Vengo invitato a mettere qualcosa sotto ai denti dai membri dell'Abarth Club di Bassano del Grappa come se fossi parte della loro famiglia allargata. Si tratta di un gruppo che ogni mese si riunisce per andare ai raduni e discutere tutte le ultime novità del loro amore, in questo caso le Abarth. I membri del club mi confidano qualche aneddoto sulla vita di Karl, fondatore della casa automobilistica; dai racconti che sento in giro mi si tratteggia davanti il ritratto di un autentico genio vulcanico: era solo un bambino quando—per vincere le gare contro i ragazzi più grandi—ha elaborato per la prima volta un veicolo, avvolgendo una cintura di cuoio attorno alla ruota in legno del suo monopattino. Oppure, a 57 anni, ha superato il record di accelerazione al volante con le sue Fiat Abarth "1000 monoposto record" Classe G e Classe E, dimagrendo di 30 kg per entrare negli abitacoli grazie a una dieta esclusivamente a base di mele.

Tra i vari club può svilupparsi una sana rivalità sportiva ma scopro che l'ambiente è piccolo, quinti si conoscono tutti e vige un generale clima di amicizia tra fazioni contrapposte. Alla fine, come mi spiega il presidente del Club Abarth di Bassano, chi ama veramente le automobili non si appassiona a un solo marchio, le ama tutte in generale. La maggiore vicinanza del mondo del rally al pubblico si rispecchia anche nell'organizzazione dello stesso campionato. Al contrario della Formula Uno, in cui le scuderie gestiscono tutto, nel rally, parte dal pilota: è lui a scegliere l'auto con cui correre, il team con cui collaborare, la scuderia e la società sportiva. È uno spirito più indipendente, quasi do-it-yourself. Ovviamente, per portare avanti un lavoro del genere, la base è una passione fortissima. I team, in effetti, sono delle vere e proprie famiglie, in cui a volte si alza la voce, ma l'importante è tenere sempre a mente l'obiettivo comune: migliorarsi. Senza questo spirito di comunità, non si va da nessuna parte.

E con il passare delle ore mi rendo sempre più conto che il rally, in effetti, non è la Formula Uno: durante le prove speciali, le auto corrono su dissestate strade di campagna, tra fango, buche e dislivelli. Inoltre, le prove speciali cambiano di anno in anno, quindi avere già gareggiato al Rally Due Valli o in qualsiasi altra gara negli anni scorsi non pone per forza in vantaggio: ogni nuova edizione di un Rally è un'esperienza completamente nuova.

All'interno di questo scenario è fondamentale il rapporto tra i componenti dell'equipaggio di un'auto: il pilota e il suo navigatore. La coppia deve studiare assieme i percorsi prima della gara e prendere nota con un codice personalizzato di tutte le indicazioni di cui avrà bisogno il pilota una volta in pista. Me lo spiegano i piloti, confermando anche la mia impressione del rally come lavoro totalizzante e affermando che la coppia deve raggiungere una sorta di simbiosi. A sorprendermi è il fatto che il navigatore potrebbe essere tranquillamente sostituito da un'apparecchiatura tecnologica, ma la componente emotiva è così importante da far sì che questo lavoro venga portato avanti da esseri umani che segnano tutto a mano su un quaderno. Imparo così un'altra delle lezioni del rally: i navigatori sono degli eroi che non vengono mai ricordati a sufficienza.

Cala la sera sul Parco e, anche se la visibilità è diminuita notevolmente, i piloti devono svolgere un'ultima prova a fari accesi per questo tornano dai meccanici. Fermiamo i piloti per scattargli qualche foto, giusto il tempo di scambiare due battute ed ed è già ora che saltino di nuovo a bordo delle loro auto in compagnia dei navigatori. Prima di andare via, passo a salutare il direttore tecnico del team Bernini su cui i piloti Modanesi, Andolfi e Nucita corrono a bordo di Abarth 124 Rally e gli chiedo cosa influenza la buona riuscita di una gara. Ci sono quattro fattori che hanno tutti lo stesso peso: il 25% è dato dalla macchina con cui corre il pilota, il 25% dal rapporto pilota/navigatore, un altro 25% dal team con cui si lavora e l'ultimo 25% dalla fortuna — solo che usa un'espressione in dialetto veneto molto più colorita.

Crediti


Fotografia Maurizio Annese
Testo Federico Martelli
Contenuto realizzato in collaborazione con Abarth