"Lokko" è la serie fotografica che indaga la whiteness in chiave allegorica

Scattata da Joseph Bates, nasce dalle esperienze di un ragazzo di razza mista a contatto con la perfromatività bianca e il white gaze.

di Carolina Davalli
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22 ottobre 2020, 12:09pm

Scavare nei propri ricordi non è una cosa facile. Ci si può ritrovare in un terreno ostile, in cui capita di non riuscire a comprendere fino in fondo il corso degli eventi e il motivo delle nostre azioni, al punto da non riuscire nemmeno a riconoscersi. Ma guardare il proprio passato da una certa distanza, mettere le cose in prospettiva, elaborare traumi o avvenimenti importanti è essenziale per rafforzare quelle che sono—vuoi o non vuoi—le fondamenta della propria identità e, accettandole, comprendere anche più di chi si è oggi. È un percorso difficile e complesso, e spesso guardare al nostro passato significa anche riuscire a mettere a fuoco dei fenomeni subconsci negati o rimossi.

Questo è quello che è accaduto a Joseph Bates, neolaureato al corso di Fashion Communication and Promotion alla rinomata Central Saint Martins di Londra. Inerpicandosi sulle pareti delle proprie esperienze passate e indagando la storia della propria famiglia, lo stylist e fotografo ha avuto modo di definire un linguaggio allegorico tutto suo ed estremamente personale.

Cresciuto nella periferia inglese da una coppia interraziale, Joseph ha passato la sua infanzia in luoghi occupati, vissuti e gestiti prevalentemente da bianchi, e ciò ha influito sui suoi atteggiamenti, pensieri e linguaggi, anche non verbali, senza che se ne rendesse conto. È stato solo all’università che ne ha preso coscienza e, per il suo progetto finale, ha deciso di spacchettare questo garbuglio di sovrapposizioni culturali ed emozionali per liberare la propria identità, inscenando un lutto della narrazione che aveva involontariamente costruito attorno a sé per anni.

Da qui nasce Lokko, un progetto potente e viscerale, che attraverso il medium del design della moda, lo styling e la fotografia ha dato luogo a una narrazione onesta e sincera, che si mostra al mondo con disarmante delicatezza e un assoluto candore. Così abbiamo deciso di incontrare Joseph Bates per farci raccontare di più sul progetto.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Raccontaci di te. Qual è la tua storia e quali sono i tuoi sogni?
Ho 23 anni, vengo dalla periferia di Hemel Hempstead, Hertfordshire, e ora vivo a Londra, dove mi sono trasferito per studiare. Sono un designer e fotografo di autoritratti. Mio padre è irlandese e mia madre è di razza mista, suo padre è del Ghana e sua madre di Londra. Questo connubio di influenze e background alimenta il mio lavoro, insieme alla mia dipendenza da Internet. Tra i miei sogni c’è quello di poter pagare l'affitto e le bollette in tempo con le foto che scatto e i personaggi che creo.

Vuoi dirci qualcosa di più sul nome del tuo progetto Lokko? E qual è stata l'ispirazione iniziale?
Il nome deriva dal cognome da nubile ghanese di mia madre e, nel caso di questa serie, è anche il nome del protagonista defunto. Il progetto stesso è un'allegoria della performatività dell’essere bianchi, esplicitata attraverso la morte di un personaggio che si mostra appunto con una “whiteface” posticcia. Dalla sua morte segue l’adorazione e la celebrazione di chi lo piange e lo emula vestendosi con costumi ispirati a lui.

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Design e fotografia di Joseph Bates

C'è una storia o un episodio che ti ha convinto a portare avanti questo progetto e che vorresti condividere con noi?
Il progetto è l’esito di una profonda ricerca nella mia storia personale, fusa a un’analisi del mio rapporto con la mia razza e a una riflessione sincera su come appaio e sento di apparire. Il tutto, unito al trauma causato dall’uso e abuso della blackface, che mi capita di vedere su Internet e nel mondo della moda, o mi torna in mente quando ripenso al me bambino che andava a casa di amici e c’era di gollywog in giro.

Alle elementari, per esempio, mi è capitato che un giorno tutti parlassero dei propri nonni e di come fossero morti in guerra o vi avessero partecipato da soldati, al punto che mi ero convinto che fosse accaduto anche a mio nonno. Quando sono tornato a casa e ho chiesto a mia madre, lei mi ha raccontato che invece mio nonno era africano e che non aveva partecipato alla guerra. Quella è stata una presa di coscienza a cui ho pensato molto durante il processo creativo di Lokko.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Qual è la metodologia dietro alla realizzazione di Lokko?
Ho sempre saputo di voler indagare l’atto performativo del lutto, del dolore. Inizialmente, avevo deciso di basare la mia riflessione su una versione romanzata della storia del figlio di Meghan Markle, che, come me, ha una madre di razza mista e un padre bianco. Ma ho abbandonato l’idea, perché quel soggetto non era assolutamente simile a me, e volevo che il progetto fosse invece interamente basato sull’autoritratto. Così ho pensato a figure come menestrelli e a pratiche come la blackface, creando il mio personaggio: Lokko.

Il processo si è basato sul recupero di ricordi e sentimenti di quando ero più piccolo, affiancato dalla ricerca di costumi utilizzati nei rituali di lutto di tutto il mondo e dei costumi da carnevale dell'Africa occidentale. Tutti i vestiti e i materiali utilizzati per questo progetto derivano da oggetti che avevo accumulato in casa: li ho scomposti, personalizzati, cuciti insieme per creare costumi unici, che descrivessero la personalità dei personaggi. Li ho poi scattati durante il lockdown.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Quali sono state le difficoltà che hai riscontrato nel tuo progetto e nell'esprimere al meglio il concetto di performatività bianca?
Penso che la cosa più difficile sia stata accettare alcuni dei comportamenti che manifestavo quando ero più piccolo. Crescendo, mi è capitato di pormi in modi diversi, nascondendo la mia storia per apparire più simile ai miei coetanei, quasi come fosse un meccanismo di sopravvivenza. Il personaggio del menestrello rimanda proprio a questa tipologia di atteggiamento. Per questo ho analizzato la sua figura e gestualità, e se per me era chiaro come processo, a volte è stato difficile da spiegare ai miei tutor bianchi.

La realizzazione di questo progetto ha influenzato le tue percezioni di te stesso, della tua creatività e del mondo?
Credo che siano state le condizioni in cui è stato realizzato il progetto ad avere l’impatto maggiore su di me. Durante una pandemia, nel pieno di un movimento per i diritti civili e in un momento in cui spazi e risorse erano estremamente limitati. Sono stato costretto a essere estremamente intraprendente, imparando un modo di approcciare la progettazione che userò sicuramente nei miei progetti futuri.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Ci sono figure in particolare le cui storie hanno influenzato il tuo lavoro
Quando ho iniziato questo progetto, avevo appena visto una serie di documentari su Jade Goody. Raccontavano la storia di come sia diventata la prima reality star del Regno Unito a guadagnare un milione di sterline, del modo in cui riusciva a manipolare la stampa anche nei momenti peggiori della sua vita e dell’impatto della sua morte sul pubblico. La sua storia è stata cruciale nel mio approccio.

Un altro punto di partenza è stato lo stile di Micheal Jackson. Mi piaceva l'idea che si potessero creare alcuni suoi look molto facilmente, con abiti che si possono trovare nel proprio armadio. È una delle qualità che volevo conferire al personaggio di Lokko. Successivamente, sono stato influenzato da Crystal Labeja, la protagonista di The Queen di Frank Simon. Attraverso le mie ricerche, ho scoperto che nelle competizioni di bellezza si truccava il volto per sembrare bianca, e battere le altre modelle in gara. L’essenza della performatività bianca del mio progetto deriva da quell’uso performativo della "whiteface”.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Perché hai scelto il mezzo dell’autoritratto?
Volevo che le fotografie avessero una qualità illustrativa. L’idea mi è venuta da una litografia di Isaac Mendes Belisario, Koo koo- Actor Boy, oltre alla volontà di evidenziare i costumi, come se facessero parte di una serie di immagini documentarie o antropologiche.

Più tardi, durante il lockdown, appiccicare degli sfondi alle pareti della mia stanza è stato il modo più efficiente per trasformare il mio spazio vitale in uno studio improvvisato. Molte delle immagini sono state illuminate con la torcia del mio telefono e l’utilizzo di una lunga esposizione ha conferito alle foto una qualità pittorica.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Qual è l'obiettivo finale del tuo progetto? C'è un pubblico a cui ti rivolgi?
Penso che lo scopo del progetto sia quello di esplorare come la mia infanzia nei sobborghi bianchi abbia plasmato chi sono, cercando allo stesso tempo di comprendere e disimparare molti dei meccanismi di difesa che ho sviluppato. Non c'è un vero e proprio pubblico di riferimento, volevo solo farlo per me stesso. In un certo senso, è un progetto autobiografico.

Non credo che storie come la mia vengano raccontate spesso, soprattutto perché la moda e l'intrattenimento tendono a non dare spazio a temi difficili e carichi di sfumature, che trattano questioni scomode come la razza. Questo è stato il mio tentativo di farlo, aprendo un dibattito sulle mie esperienze.

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Design e fotografia di Joseph Bates

La promozione della moda sta cambiando parecchio durante questo periodo, sto pensando alle riprese in quarantena, ai video Zoom e all'arte digitale. Vedi uno schema in questi cambiamenti?
Vorrei citare il grande Andre Leon Talley: “È una carestia di bellezza. La fame di bellezza, tesoro! I miei occhi sono affamati di bellezza!”

È stato davvero interessante vedere chi è stato in grado di creare un buon lavoro e far fronte alla situazione senza ricorrere a team immensi per ogni ripresa o shooting. Credo che, se non sei in grado di creare qualcosa di bello da solo, allora sì che è una lotta. Invece di tanti shooting via Zoom, mi sarebbe piaciuto vedere il lavoro di più illustratori nei progetti editoriali. Non mi interessa vedere modelli ripresi con un iPhone, posso già andare su Instagram per quello.

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Design e fotografia di Joseph Bates

Le tue immagini mi ricordano i tarocchi, figure quasi caricaturali, metaforiche. C'è una qualità magica, occulta o metanarrativa nei tuoi scatti?
Rappresentano la mia versione di una realtà immaginata, vorrei che le persone si vestissero davvero in questo modo. Sento che gran parte del mio immaginario viene trasmesso dall’artigianalità dei capi e dalla riconoscibilità degli oggetti. Una sorta di monito di dove sei in quel momento e di suggerimento ad dove potresti essere.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Continuare questo progetto, iniziarne molti altri e poi, un giorno, quando sarà il momento giusto, spero di poter fare una mostra e un libro favoloso.

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Design e fotografia di Joseph Bates

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Testo di Carolina Davalli
Design e fotografia di Joseph Bates

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