Declino e rinascita della club culture in Italia: intervista a Pho Bho Records

La label based a Bergamo esce oggi con un disco che chiama a raccolta gli artisti più rilevanti di diverse scene locali, restituendo un mosaico lucido e sfaccettato di cosa sta succedendo.

di Maria Spaggiari
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07 aprile 2021, 11:03am

L’improvvisa limitazione delle possibilità corporee ci ha permesso di (ri)scoprire capacità inaspettate della mente, ridefinendo i concetti di calma e produttività, vizio e svago, desideri e motivazioni, immanenza e trascendenza. Abbiamo cercato vie di fuga attraverso soluzioni creative fondate sul rinnovato valore del vivere comune e della partecipazione, abbiamo tracciato alternative all’alienazione attraverso il dialogo con noi e le persone con cui interagiamo, abbiamo dovuto astrarci dalle nostre abitudini sociali e da quello che ci piace, dall’arte alla musica.

Bypassando la retorica, è un dato di fatto che la pandemia abbia conferito un valore nuovo, diverso—che sia migliore o peggiore è una questione estremamente personale—al nostro rapporto con la spazialità e la prossimità, ai legami che attraverso queste orbite si creano e si sfaldano e al nostro modo di viverli. Catapultati in un’inedita centralizzazione del proprio universo personale come unica dimensione concessa e dunque possibile, che si viva in grandi città o in provincia, siamo stati privati di quel dinamismo che si genera dalla casualità dei flussi situazionali.

Ma la pausa e l’attesa possono anche avere risvolti proattivi e creativi, fornendo punti di vista altrimenti irraggiungibili, dando vita a progetti che si plasmano sul contesto e che vanno a riempire i vuoti della nuova normalità. L’etichetta bergamasca Pho Bho Records è nata proprio in piena pandemia, e ha saputo dimostrarci che tutto questo è vero. Nata dall’energia del party underground itinerante Upstairs (sì, proprio quel tipo di festa il cui solo pensiero ci fa scendere una lacrimuccia dolente), nell’ultimo anno si è allargata a ibridazioni e contaminazioni, includendo ritmi tantrico-tribali che sono il focus della loro nuova uscita Pho Beat Bazar, fresca fresca di oggi.

Per capire meglio il background e il concept del progetto, abbiamo deciso di farcelo raccontare direttamente da chi l’ha creato: Matteo Coffetti, producer e Federico Spini, grafico. Intanto, mentre leggi, ascoltati qui sotto la nuova release:

Come è nato il vostro progetto e come è stato accolto dalla scena bergamasca? Ci sono state delle realtà che vi hanno ispirato all’inizio? 
Il progetto nasce prima di tutto da un forte legame di amicizia: dopo moltissimi weekend passati insieme tra club e festival abbiamo sentito l’esigenza di proporre qualcosa di nostro, uno spazio in cui poterci rappresentare e riconoscere all’interno della nostra città. Le realtà affini alla nostra erano veramente poche e quindi è stato molto facile stringere rapporti con loro, la più rilevante per noi, quella che ci ha influenzato e incoraggiato ad avviare il nostro progetto è però fuori Bergamo: il vecchio Dude di Via Plezzo a Milano.

Avete scelto di far uscire i vostri primi lavori in piena pandemia, mentre molti altri progetti hanno preferito aspettare. Com’è stato lavorare in questo periodo?
Crediamo che in un momento come questo la musica non debba fermarsi, la ricerca e la creatività restano una nostra esigenza. Sicuramente si sono ridotti quegli stimoli che derivano da feste e incontri casuali, ma questa mancanza ci ha spinti a metterci in contatto con artisti con cui magari non avremmo pensato di collaborare prima, l’intesa è stata reciproca e si sono creati molti nuovi legami. Questo stop ha creato un contesto che stimola il dialogo e il confronto per (ri)pensare insieme il futuro dei club e delle etichette.

La vostra nuova uscita Pho Beat Bazar Vol. I racchiude il lavoro di artisti molto diversi tra loro. Com’è nato il progetto e come l’avete poi sviluppato?
Nell’ultimo periodo, grazie anche alle due uscite precedenti, abbiamo creato una rete di connessioni e legami con diversi artisti che hanno supportato il nostro progetto. Da lì è partita l’idea di creare un network, da cui è nata compilation. L’idea di creare una community in cui artisti lontani si supportano tra loro creando collaborazioni anche a distanza è il concept alla base di Pho Bho.

Il disco esplora sonorità oscure che si mescolano a influenze tribali e oniriche, fa venire voglia di perdersi in un trip interiore. Quali sono le sensazioni che vorreste suscitare?
Pho Beat Bazar è un viaggio in cui perdersi. Il filo conduttore in un various artist con contributi così diversi è dato dal suono che Pho Bho intende promuovere.

Intervista alla label Pho Bho Records per la nuova release Pho Beat Bazar sulla situazione del clubbing in Italia

Facciamo invece un passo indietro al vostro primo vinile, Hypnotecho’O. Nel disco si ritrovano sonorità etniche che sembrano arrivare da lontano, ma la prima traccia con Filippo Zenna è vicina al nostro quotidiano e parla di alienazione. Matteo, tu che sei il principale producer del progetto, cosa lega questi due aspetti del disco?
Li lega il fatto che la ricerca di sonorità etniche è una costante nella mia quotidianità, così come il bisogno di ritagliarmi dei momenti della giornata per alienarmi e meditare, soprattutto dopo aver acquisito questa pratica durante dei soggiorni in Asia. Hypnotecho’O è il risultato di questa continua ricerca. La collaborazione con Zenna è nata da un assiduo confronto musicale, grazie all’amicizia che si è creata con lui dopo averlo invitato a suonare ai nostri party.

E parlando di futuro, a cosa state lavorando in questo momento?
Ci stiamo concentrando sul lancio di Pho Beat Bazar, intanto siamo alle prese con un altro various artist che uscirà su vinile a fine giugno.

I vostri progetti hanno sempre una forte identità grafica. Federico, quali sono le tue influenze?
La grafica e l’aspetto visivo di un progetto sono fondamentali per comunicare l’identità stessa del progetto. Più la grafica dialoga con la musica o evento di cui parla, creando un rapporto sinergico, più l’output sarà personale, e dunque efficace, d’impatto. Upstairs come progetto ha sempre avuto un’attitudine molto DIY e punk, legata al mondo del taglia-incolla, friggi, stringi, distorci, tira, sfoca, distruggi e crea. Un processo in cui tutto si crea tutto si trasforma—e forse c’è anche qualcosa che si distrugge.

Si dice che a Bergamo non ci siano discoteche perché durante la Seconda Guerra Mondiale il vescovo fece un voto alla Madonna di non costruirne se la città fosse stata risparmiata dai bombardamenti. Qual è il vero motivo?
Purtroppo Bergamo rispecchia totalmente il declino culturale legato alla scena dei club che si verifica in tutta Italia. In tutti questi anni non abbiamo mai visto una realtà del genere trovarsi nella situazione di potersi esprimere liberamente.

Intervista alla label Pho Bho Records per la nuova release Pho Beat Bazar sulla situazione del clubbing in Italia

Quali sono i luoghi della città in cui vi sentite a casa, di cui vi siete appropriati grazie alla musica? E perché li avete scelti?
La nostra casa a Bergamo si chiama Ink Club. È stata la casa della nostra prima festa ormai 7 anni fa e lo è tuttora. Offrendo una vastissima varietà di attività, è un locale che attrae una clientela veramente diversificata. Crediamo che questo sia uno dei punti forti del circolo, che negli anni ha sempre saputo crescere, rinnovarsi e creare situazione a Bergamo. Come dicevamo, per niente scontato lì.

Cosa è cambiato nelle vostre notti bergamasche da quando avete iniziato ad andare alle serate da adolescenti a quando avete iniziato a plasmarla voi la nightlife della città?
Nulla è cambiato: sotto cassa, a sinistra 

Intervista alla label Pho Bho Records per la nuova release Pho Beat Bazar sulla situazione del clubbing in Italia

Avete un vicino di casa importante: Milano. Come influisce questa presenza sull’underground bergamasca?
Milano è stata per molti weekend la nostra fortuna, improvvisavamo spesso grandi feste senza aver bisogno di programmare nulla—e sì sa che quelle sono sempre le più belle. Negli anni abbiamo frequentato tantissimi eventi e party in cui ci siamo divertiti, certo, ma che soprattutto hanno contribuito alla nostra crescita, offrendoci la possibilità di ascoltare e scoprire artisti che hanno poi influenzato il nostro percorso—penso a Macao, Buka e il vecchio Dude su tutti.

La prima ondata di Covid-19 è stata particolarmente pesante a Bergamo. Come ha reagito la scena cittadina alla luce di ciò e come credete influenzerà la club culture in futuro?
A Bergamo in quel periodo c’è stata una grande reazione solidale da parte di tutti i cittadini. Non solo: anche un grande supporto da fuori. Ovviamente tutto il discorso legato agli eventi ha subito uno stop, come ovunque. Riguardo a questo, però, siamo molto fiduciosi: quando si riaprirà tutto, ci sarà una grande voglia di fare festa.

Consigliateci qualche disco per assaporare l'atmosfera dei vostri party pur rimanendo a casa.
Khris Baha - Relapse ‘83Youg Wolf - Kabuki (Ritual Version)Credit 00 - Mind Trip.

Puoi ascoltare Pho Beat Bazar Vol. I by Pho Bho Records qui.

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Crediti

Testo di Maria Spaggiari

AA. VV.
XCI: @diogo.xci / Bandcamp
Camboja @camboja_ / Soundcloud
Francesco Skip @skip
vicious / Bandcamp
A-Tweed @antakaatweed / Bandcamp
dj rrrr @reptib1
Nero Zang @nerozang / Soundcloud
Khalil Suleman @khalilsuleman / Soundcloud
Turistas @kakofonico + @gulloprati.dovequiete
Matteo Coffetti @ilbasso
delquintino
Enea Pascal @eneapascal / Bandcamp
Kakofonico @kakofonico
/ Bandcamp
Radial Gaze @radialgaze
Ninja Exotic Machine @ninjaexoticmachine

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