Fotografia di Manny Jefferson

Com'è crescere con cicatrici tribali sul volto

L'attivista nigeriana Adetutu OJ Alabi celebra le proprie cicatrici, e lo fa (anche) a colpi di hashtag su Instagram.

di Bolaji Akinwande
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14 gennaio 2021, 10:37am

Fotografia di Manny Jefferson

Nella cultura Yoruba, la presenza di cicatrici tribali sul viso è da secoli il mezzo con cui si contrassegna l’heritage tribale di un individuo. La pratica prevede l’infliggere dei tagli o delle scottature alla pelle, ferite su cui viene poi spalmata una pasta nera, di solito ricavata dalla polvere di carbone macinato.

Oltre alla Nigeria, questa pratica è diffusa in molti altri paesi. E nel Benin, Burkina Faso, Sud Sudan, Etiopia e Ghana, ad esempio, non è solo il viso ad essere sfregiato, ma anche diverse altre parti del corpo, come la schiena o la pancia.

Negli ultimi 20-40 anni, le ripercussioni negative che comporta avere delle cicatrici del genere, in particolare su parti del corpo che non possono essere nascoste sotto i vestiti, sono aumentate drasticamente. Oggi, molte persone nigeriane considerano queste cicatrici tribali una violazione fisica per chi le ha subite. Questa pratica infatti viene solitamente eseguita nella prima infanzia, molto prima che l’individuo possa avere la facoltà di decidere per sé.

Nel 2017, il Senato nigeriano ha discusso un disegno di legge che proibirebbe la mutilazione facciale e punirebbe chi la esegue. Sebbene alcuni stati individuali vietino la pratica sulla base di determinate leggi, questo progetto non è ancora diventato una legge nazionale.

Alla fine del 2018, la modella e madre 32enne Adetutu OJ Alabi ha dato inizio a un movimento partendo da un hashtag su Instagram—#tribalmarkschallenge—, azione che intende portare una maggiore consapevolezza sul tema delle cicatrici tribali e di chi, come lei, vive con questi segni sul viso. Sebbene il motivo iniziale dell'hashtag fosse quello di attirare l'attenzione del marchio Fenty di Rihanna—un brand con cui Adetutu sogna di lavorare—, l’hashtag è stato recepito in modo positivo, dando il via a un nuovo movimento di body positivity (e le ha fatto guadagnare il segui di @badgalriri).

Io stesso sono una persona con queste cicatrici e, crescendo, il mio aspetto è sempre stato un problema per me. Ci sono voluti molti anni per venire a patti con la mia immagine esteriore e accettarmi per quello che sono e, ancora oggi, vengo preso dall’agitazione quando mi capita di incontrare nuove persone, che so che mi vedranno per la prima volta notando queste cicatrici. Così, dopo aver visto i post di Adetutu, sono entrato in contatto con lei per discutere di questo movimento tanto necessario.

Adetutu Alabi, l'attivista che lotta per la normalizzazione delle cicatrici facciali
Adetutu Alabi

Com'è stato crescere con i segni tribali sul volto? Raccontaci un po' del tuo background e del tuo rapporto con queste cicatrici.
Sono nata in una famiglia poligama. Quindi trovare il mio posto in questo nucleo è stato difficile. I miei genitori erano molto tradizionalisti, sono sempre stata una bambina e poi un’adolescente timida, proprio a causa dei miei segni tribali. Sono evidenti, esposti, e io e i miei fratelli eravamo gli unici con queste cicatrici [a scuola, NdA]. Sono stata derisa e vittima di bullismo per tutte le elementari fino al liceo.

Non ho mai detto a mio padre che a scuola ero vittima di bullismo, ma si è molto preoccupato quando ho dovuto recuperare diversi esami. Poi, un giorno, ho deciso di dirglielo, durante un confronto padre e figlia. L'ho supplicato di smettere di infliggere queste cicatrici agli altri bambini, perché sarebbero state vittime di un grave bullismo nelle scuole. Nel mio caso, il danno era stato fatto, e dunque ho deciso di non andare all'università per evitare totalmente di subire quel trattamento. Ho lasciato casa per iniziare una nuova vita altrove, ma mi pento di aver ceduto al bullismo e di non aver messo al primo posto la mia educazione. Ora sto facendo del mio meglio per dare a mia figlia la migliore istruzione. Non è facile ricordare la mia infanzia, ancora oggi mi agita moltissimo.

Sono passati due anni dall'inizio della tua campagna per normalizzare le cicatrici del viso, cosa ti ha spinto a iniziare?
Ho iniziato la campagna su Instagram perché sono la fan numero uno di RiRi. Amo la sua estetica e vorrei essere una modella/musa per Fenty. E mi piacerebbe anche aiutare le persone con marchi tribali come me ad uscire, dal loro guscio, ispirarle ad essere audaci e a mostrarsi. Ho fratelli, sorelle e fan che mi guardano con ammirazione per il fatto che pubblico la mia faccia segnata dai segni della mia tribù; iniziare quella campagna ha significato e significa molto per me e per tutte le persone che hanno subìto delle mutilazioni del corpo.

Gli atteggiamenti e la percezione di questo stanno cambiando?
Ho visto che gli atteggiamenti delle persone stavano iniziando a cambiare quando ho iniziato la #adetutuotribalmarkschallenge. Come call to action ho chiesto di disegnare i miei segni tribali sui loro volti e di leggere la sezione dei commenti dei miei post. Hanno fatto emergere affermazioni offensive e ho iniziato a ricevere scuse nei miei DM. Anche nella vita reale, le persone mi hanno fermato e hanno detto che ammiravano la mia audacia. Voglio cambiare tutto questo. Il bullismo online e il trolling si sono ridotti, ma non credo che finiranno mai. Alcuni bulli non cambiano.

Bolaji Akinwande mostra le sue cicatrici facciali
L'autore Bolaji Akinwande

Stai ancora promuovendo la #tribalmarkschallenge sui social media, esortando le persone con segni sul viso a parlare e a mostrarsi. Potresti parlare un po' della diffusione di questo messaggio a persone che potrebbero aver bisogno di ascoltarlo?
Sento che non posso smettere di parlarne, perché alcune persone con le cicatrici tribali non sono ancora abbastanza coraggiose e sicure si dé per mostrarsi online. Devo andare avanti, pubblicando i nostri volti e condividendo la nostra esperienza con persone che non sanno cosa significhino o com’è averli sulla propria pelle. Sto facendo del mio meglio per usare ciò per cui siamo stati abbiamo subìto derisioni e bullismo, trasformandolo in qualcosa di artistico.

Nonostante lo slancio positivo, ci sono sfide particolari che devi ancora affrontare?
Molte. Dopo il riconoscimento di Rihanna, ho ricevuto solo pochi endorsement a breve termine da parte del marchio, 3-6 mesi. In seguito, ho dovuto davvero darmi da fare per ottenere lavori pagati. A volte vengo ancora trollata e sono sempre vittima di bullismo, quello non si ferma mai, ma faccio del mio meglio per cancellare i commenti o ignorarli. Le sfide sono sempre dietro l’angolo.

Adetutu Alabi, l'attivista che lotta per la normalizzazione delle cicatrici facciali
Adetutu Alabi

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