"Feel Like Hiding": erotiche, flessuose immagini che celebrano la plasticità nella fotografia

Spesso il movimento viene considerato una componente secondaria nella composizione di un'immagine, ma questa serie ci dimostra l'esatto contrario, mettendo al centro proprio la dinamicità dei corpi nudi.

di Amanda Margiaria
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05 maggio 2020, 12:01pm

Mai come in questo periodo storico ci siamo resi conto della bellezza del movimento. Vedere i propri arti flettersi, contrarsi, allungarsi, contorcersi è un'espressione di libertà assoluta che oggi ci manca più che mai. Chiusi in casa, spesso dimentichiamo che non siamo solo pensiero, ma anche carne viva, che si muove e ci ricorda il nostro lato animale, istintivo. Ci dice che possiamo domarlo, sopirlo, tentare di dimenticarlo, ma lui è sempre lì, in quanto tramite imprescindibile di ogni tipo di interazione tra noi e l'ambiente che ci circonda.

Gli Antichi Greci hanno dato vita a un'intera civiltà proprio su questi elementi: bellezza, corpo e movimento. Millenni prima che l'industria beauty ci convincesse che prenderci cura di noi stessi è un modo per ritrovare l'equilibrio psicofisico, questo popolo ha dibattuto lungamente sul rapporto tra corpo e mente, a volte opponendoli, altre vedendoli come complementari. Qualunque sia la conclusione con cui ci si ritrova più d'accordo, è innegabile che riflettendo, studiando e osservando il corpo umano sia possibile imparare qualcosa in più di noi, e del modo in cui percepiamo il nostro posto nel mondo.

Il progetto Feel Like Hiding del giovane fotografo Giuseppe Morello è una celebrazione della plasticità in fotografia, che mette al centro dell'immagine la dinamicità dei corpi nudi. Scattato a cavallo tra febbraio e marzo, questo lavoro ci spinge a riflettere sul ruolo che il nostro essere fisico ricopre quando diventa praticamente inutile. Se non dobbiamo spostarci, se non possiamo camminare e correre liberamente, perché abbiamo bisogno di questo muscolo così flessuoso, elegante e potente? Una risposta non c'è, ma è bene porsi questa domanda. Insieme ad altre, che abbiamo fatto invece a Giuseppe stesso.

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Da dove nasce l’idea di Feel like hiding?
Tutto è cominciato mentre prendevo un cappuccino con Rosa Franjic, amica e figura fondamentale nella mia vita. Stavamo discutendo del nudo in fotografia, quando lei mi ha detto di avere una vecchia Polaroid con sé. Un'ora dopo eravamo in camera mia nudi su un fondale.

Scattando ci siamo resi conto del contrasto tra il bisogno di mostrarsi nudi per esprimersi e l’altrettanto importante desiderio di rimanere anonimi per proteggersi. Ci siamo resi conto che attraverso un'azione reale, ad esempio il giocare a nascondino, avremmo potuto esprimere l’ossimoro di nascondersi nudi: il bisogno di spogliarsi che insegue la paura di essere giudicati.

Fotograficamente parlando, in che modo questa idea iniziale è diventata un progetto vero e proprio?
Ero ammaliato dalla resa quasi teatrale delle Polaroid, e attraverso le sperimentazioni con Rosa ho capito come ricreare l’estetica che volevo in modo semplice e veloce. Insieme ai modelli sono arrivato a sviluppare pose particolarmente esplicative, lasciando a ognuno la libertà di mostrarsi come preferiva. Ho iniziato a scattare un paio di settimane prima che iniziasse la quarantena, per poi concludere negli ultimi giorni di marzo.

I primi modelli sono stati William e Thor, poi Jack e Kester e infine Guido e altri amici. La scelta dei soggetti è stata fatta inizialmente tramite le agenzie, come d’abitudine, ma durante la quarantena—per necessità, curiosità e bisogno di mostrare il mio personale nucleo d’isolamento—ho iniziato a ritrarre i miei coinquilini e il ragazzo con cui mi frequentavo.

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Thor indossa maglione MSGM

Quindi sei riuscito a portare avanti la serie durante la quarantena, esatto?
Una volta iniziata la quarantena mi sono reso conto di avere in camera tutto l’occorrente per scattare, dai rullini, al fondale, fino allo scanner. Chiuso in casa e annoiato, ho proposto il progetto ai miei coinquilini, che—rassicurati dalla possibilità di mantenere il totale anonimato, se lo desideravano—hanno partecipato volentieri.

Fortunatamente, approfittando dello spostamento per portare il necessario ai nonni, che abitano nella casa affianco alla mia, anche il ragazzo che frequentavo è riuscito a fermarsi per un paio d’ore davanti al mio fondale, facendosi ritrarre con addosso solo il mio maglione preferito.

Perché hai scelto di mixare scatti di nudo ad altri in cui i modelli sono completamente vestiti?
Questa decisione nasce da due esigenze ben precise: da una parte c’è la volontà di lasciare decidere al soggetto come mostrarsi, mantenendo un approccio estremamente spontaneo; dall’altra c’è l'intento di evidenziale come oggi sia normale vedere foto del tutto anonime di toraci, gambe e muscoli al fianco di semplici foto del viso, restituendo la percezione della nuova realtà sessuale nel digitale.

Studiando scatti di veri e propri artisti dell’intimità come Pier Ange Carlotti o Maxime Ballesteros, il mio lavoro cerca di guardare agli aspetti peculiari dell’attitudine sessuale maschile, immersi in uno scenario pulito dalle complicazioni del reale.

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Hai scattato questa serie nella tua camera da letto, perché?
A ispirarmi è stata una foto di Collier Schorr, dalla raccolta Neighbors/Nachbarn, in cui un bambino in jeans posa distratto davanti a un fondale scuro con un passamontagna bianco sul viso: l’onestà del soggetto e la pulizia della composizione mi hanno colpito a tal punto che è diventato poi inevitabile riflettere sul bisogno di creare un mio spazio che fosse intimo e sempre agibile, dove poter legare con i soggetti da ritrarre.

Una volta sistemata la camera, ero libero di scattare quando come e chi volevo, vedevo un ragazzo che mi piaceva tra i pack inviatimi dalle agenzie e lo facevo passare a casa, anche solo per un paio d’ore: mi bastava aprire un fondale e accendere una luce per essere pronto a scattare le Polaroid. Non c’era bisogno di prenotare studi, chiamare assistenti o contattare make-up artist e stylist, eravamo semplicemente io e il modello in camera mia; nessuna fretta, nessuna pretesa, nessun giudizio.

E l'isolamento come entra a far parte di questo storytelling visivo?
Iniziato l’isolamento, quel piccolo spazio a cui facevo riferimento nella domanda precedente è diventato l’unico modo di concludere il progetto, non solo esprimendo i concetti decisi in precedenza, ma aggiungendo quel senso di silenzio e solitudine portati dalla pandemia. Inoltre, credo che in questo momento sia ancora più facile immedesimarsi in quel bisogno di nascondersi e d’isolarsi che Feel Like Hiding cerca di esprimere e che, in realtà, io ho sempre sentito.

Infine, l’aggiunta di un sagomatore come backlight è un chiaro riferimento all’estetica teatrale, nonché all’attenzione sul singolo personaggio. Mi piace pensare a questa raccolta come un immaginario silenzioso che guarda ammaliato alle doppie esposizioni di Duane Michals e agli studi sul movimento di Muybridge.

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Che ruolo hanno il movimento e la plasticità all’interno delle tue fotografie?
Fondamentale! Sono ossessionato dalla plasticità degli snodi del corpo dipinti da Schiele sin dalla prima lezione di arti pittoriche al liceo, e guardo al contrasto tra nitidezza e movimento nelle foto di McGinley dal giorno in cui ho iniziato a scattare.

Continuando a sperimentare nuovi mezzi per esprimermi, dalle videocamere su cassetta, alle fotocopie e la pittura, fino alle Polaroid e al medio formato, cerco costantemente di unire i diversi tipi di plasticità e di resa, e la scelta tra una posa statica e una in movimento, così come tra uno sfuocato o un mosso, è sempre dettata dall’emozione che mi trasmette quella specifica superficie sensibile.

La cultura italiana spesso impedisce ai ragazzi italiani di esprimere la propria mascolinità, specie se esula dai canoni della nostra società. È per questo che hai deciso di focalizzare la tua attenzione su un certo tipo di estetica?
L’idea alla base del progetto trascende dalle prese di posizione contro la chiusura mentale italiana: il nascondersi di cui parlo non ha niente a che fare con la vergogna data dalla propria inclinazione sessuale rispetto ai canoni sociali italiani, bensì riguarda un bisogno evidente di rendere impersonale l’esasperata oggettivazione del corpo, che va a pari passo col “mostrarsi” oggi, presente nella vita di chiunque, uomo o donna che sia.

Guardando a maestri italiani come Paolo Zerbini o Alessandro Bolzoni, alla base delle mie scelte estetiche c’è sempre stato il mostrare ciò che per me è affascinante, intimo, particolare, buono o cattivo che sia, senza alcun tipo d’impegno sociale.

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William indossa camicia Prada e pantaloncini Nicola Indelicato
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Guido indossa maglione MSGM
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Guido indossa maglione MSGM
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Guido indossa maglione MSGM
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Guido indossa maglione MSGM
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Jack indossa cappotto Bottega Veneta

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Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Giuseppe Morello
Modelli: Thor Hojer per Urban Milan, Ayite Kester Messan per Hilla, William Hagg per Independent Milan, Guido Olivieri e Jack Ryan per Next Milan

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