Still dal film La La Land

Cosa sta succedendo nel cinema italiano durante la quarantena

Tra solidarietà digitale e sale chiuse, come sopravvive il cinema durante la quarantena? Ne parliamo con produttori, distributori, esercenti, agenzie e associazioni di tutta la penisola.

di Benedetta Pini
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09 aprile 2020, 10:50am

Still dal film La La Land

Negli ultimi anni, alcune espressioni della lingua italiana si sono diffuse così tanto da diventare vere e proprie mode, facendosi specchio più o meno fedele della società contemporanea. Una di queste è “resilienza”, termine che negli ultimi anni si è evoluto da trend di Twitter a “parola-chiave” della nostra epoca, come l’ha definita Bartezzaghi. Per farla breve, da termine che indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi, il termine si è esteso, arrivando ad indicare la capacità umana di affrontare con positività un evento traumatico, riorganizzando la propria vita per uscirne rinforzati.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha gettato in una profonda crisi economica l’Italia intera, mettendo ancor più alla prova un settore che già si trovava in bilico: quello culturale. Intanto, ha velocemente preso piede una narrazione retorica della quarantena, che minimizza le drammaticità, insistendo su come sia un’occasione per riscoprire se stessi, la lettura, lo yoga, i rapporti umani, il valore del proprio tempo e quanto sia bello guardare i film. Se prima infatti il ruolo del cinema nella propria vita era relegato alla prima visione facile che capitava su Netflix o alla serie TV del momento, giusto per non sentirsi esclusi dalle conversazioni in pausa pranzo, ora non c’è più tempo per la pigrizia, e cedere anche di sera a scelte di mera evasione inizia a stufare.

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Chiaramente, questo discorso non riguarda i cinefili che si scaricano i film di Bong Joon-ho dal 2003, ma chi si sta aggrappando al cinema in questo momento, un po’ per bisogno di distrarsi, un po’ perché effettivamente è rimasto a corto di cose da fare, e lo sta facendo proprio in una delle fasi più difficili, per durata ed entità, che la filiera cinematografica italiana abbia mai attraversato. Un momento in cui torna il concetto di resilienza, applicato a un sistema, quello del cinema indipendente italiano, atrofizzato da tempo, impantanatosi nei suoi stessi meccanismi stantii, venuti ora a galla con un’evidenza tale che non possono più essere ignorati: “Già da prima della pandemia l'industria del cinema indipendente richiede di essere, non dico sostenuta, ma almeno garantita nella sua funzione culturale e di presidio del territorio,” conferma Andrea Frenguelli del Cinema PostModernissimo di Perugia.

Non vogliamo scadere in superficiali ottimismi, perché l’ipotesi di un esito disastroso è concreto, ma non meno plausibile della possibilità che questo momento si trasformi in un’occasione per ripensare il futuro del cinema italiano dalle fondamenta. Uscire dalla propria comfort zone è complesso e fa paura, ma finora la reiterazione di uno schema sempre uguale a se stesso ha innescato un circolo vizioso senza via d’uscita, come sottolinea Goffredo Fofi su Internazionale: da una parte la sottostima delle esigenze culturali ed emotive del pubblico, dall’altra la rinuncia degli addetti ai lavori a plasmarne i gusti attraverso scelte coraggiose e strategie di comunicazione efficaci. Nel momento in cui il botteghino detta legge su produzione e distribuzione, risulta allora evidente che cause e conseguenze, prodotti e fruizione, sono strettamente interconnessi.

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Le conseguenze di questo immobilismo sul cinema indipendente sono adesso più evidenti che mai e rischiano di penalizzare la vivace biodiversità e pluralità dell’offerta del nostro cinema, “relegando le opere artigianali in un sottobosco scomodo che si auto produce” - spiega Cinzia Masòtina de Lo Scrittoio (Milano). Per fare fronte a questo “è importante rendere il pubblico consapevole di cosa avviene dietro lo schermo, di che cosa vuol dire essere indipendenti e di quali problemi comporta: bisogna responsabilizzare le scelte di ognuno,” sottolinea Monica Naldi del Cinema Beltrade di Milano. Ma tutto questo sarebbe possibile solo se si smantellassero i bias insiti nel sistema stesso, e lo spiega bene Paolo Minuto di Cineclub Internazionale (Reggio Calabria): “Cinema indipendente non vuol dire affatto cinema meno commerciale. Il livello di commercialità nell’ambito d’essai è sempre relativo. Molte volte, purtroppo, autentici ‘mattoni’ di distributori di fatturato medio-alto vengono programmati perché considerati abbastanza commerciabili, mentre nello stesso tempo non vengono programmati film indipendenti molto più godibili, solo perché considerati di ‘nicchia’ e ‘difficili’.”

La più necessaria delle ristrutturazioni sembra dunque essere quella di portare sempre il maggior numero di esercenti a programmarsi autonomamente, come spiega Paolo Minuto: “Troppi film escono in troppe sale e troppi altri in troppo poche. Non è vero, quindi, che escono troppi film, è vero che escono troppi film industriali senza qualità ma con molta pubblicità, che occupano un numero esorbitante di schermi ma potrebbero tranquillamente non uscire e nessuno se ne accorgerebbe.” Tuttavia, sottolinea Antonio Celsi di Artchivio (Roma), il rischio è che “questa situazione non renderà l’industria più democratica, anzi, provocherà una specie di fila alle porte dei finanziatori (che in Italia è risaputo siano molto pochi) rendendo più difficile l’accesso a nuovi player.” In questo preciso momento in cui è tutto fermo, non per volontà di un sistema che ha interesse a mantenersi sempre uguale a se stesso, ma per necessità, a farne le spese è, di nuovo, la filiera indipendente, come sottolinea Andrea Frenguelli: “Non credo che serva nascondersi su questo: un evento simile in piena stagione rischia di farci scomparire.” E, aggiunge Paolo Minuto, “Le sale indipendenti sono l’anello più debole ma anche più prezioso per lo sviluppo culturale e la coesione sociale delle nostre comunità. Dobbiamo assolutamente fare in modo che tutte riaprano.”

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Dopo un primo periodo di smarrimento dovuto ad una grandissima confusione tra decreti statali e regionali, l’intera filiera cinematografica indipendente italiana, sebbene con qualche remora iniziale, ha deciso di reagire in pieno spirito resiliente digitalizzandosi. Per citarne alcune: il Beltrade Sul Sofà (Milano), le VOD di Lab80 (Bergamo) e di Parallelo41 (Napoli), lo streaming del Cinema Streeen (Torino), il progetto Di/Stanza del cinema PostModernissimo (Perugia), l’iniziativa DIS|CHIUSO del Cineteatro Orione (Bologna), il canale Vimeo di Cineclub Internazionale (Reggio Calabria), la rassegna di Wanted Cinema (Milano), la piattaforma di Artchivio (Roma) - qui trovate una mappatura completa. Tutte realtà che, chi più chi meno, ci hanno confermato che stavano vivendo un momento di grande positività a livello di pubblico, destinato ad aumentare, come ogni anno, proprio in questo periodo. Un pubblico di affezionati che non ha mai visto questi cinema come meri “ripetitori e diffusori di prodotti cinematografici, ma spazi dove fare ricerca cinematografica, luoghi di incontro e di aggregazione culturale.” sottolinea Andrea Frenguelli. La prova del nove è stato l’incredibile riscontro degli spettatori anche in versione virtuale, che sta ripagando - almeno moralmente - anni di lavoro incentrati sui desideri del pubblico e la qualità dell’offerta.

Dunque - e vale per tutti - non una nuova modalità di fruizione, ma un gesto simbolico e di solidarietà, che dichiari “la volontà di continuare a creare opportunità di condivisione e di scambio, a lavorare come se la sala fosse aperta, perché lo è lo spirito che la anima” spiega Enzo Setteducati del Cineteatro Orione. “È un investimento che facciamo anche come antidoto all'isolamento, alla paura e all'angoscia, sia nostra che dei nostri spettatori. È un incremento determinato dalla gratuità e la solidarietà digitale, che tuttavia non può durare in eterno”, aggiunge Luciano D’Onofrio della piattaforma Streeen. Ma non è da escludere che, come osserva Monica Naldi, “le misure attivate in una situazione di emergenza, anche se momentanee, possano suggerire idee per il futuro. Il sistema del VOD potrebbe essere sviluppato in un’ottica collettiva tra diverse realtà della filiera.”

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Più dubbioso, Andrea Zanoli di Lab80: “Se da un lato è vero che tramite il web film potenzialmente piccoli o non distribuiti possono raggiungere un pubblico maggiore, è altrettanto vero che è molto facile che si perdano nella vastità della rete stessa.” Ma, di fatto, tutti insistono sulla necessaria centralità, sempre più importante, di cooperazione, sinergia e networking tra figure piccole e grandi dell’industria, a partire dall’educazione all’audiovisivo. Lo sottolinea Andrea Zanoli ma anche Chiara Omero, Presidente dell’AFIC: “Le varie Associazioni di categoria devono mettere da parte personalismi e combattere nel nome di un unico soggetto: il cinema. Non esiste Festival se non c’è un film e non c’è film se non esiste un produttore, un distributore e prima ancora un autore. Solo uniti possiamo sperare di ottenere qualcosa”.

E quindi, che ne sarà della sala? Oscillando tra scetticismo disilluso e speranza ottimista, non bisogna dimenticarsi che lo streaming esiste ormai da anni e convive col cinema senza aver ancora provocato danni permanenti, anzi, come mi ha detto una volta un regista, “non è lo streaming che sta uccidendo la sala, ma il cinema”, ed ecco che adesso quel cinema è costretto a cambiare e, paradossalmente, è questa l’unica possibilità che gli rimane - secondo alcuni, come Artchivio, sotto una nuova forma tipo evento. Quindi, ora che abbiamo tolto di mezzo il pericolo che l’abitudine allo streaming ci possa impigrire eccessivamente, citiamo Zavattini per affermare che il pubblico continuerà ad andare in sala perché vuole soddisfare in tempo reale "il bisogno di entrare nel giro dei giudizi del mondo”, ma soprattutto, come mi ha giustamente fatto notare Paolo Minuto, “la visione in streaming è molto scomoda! Un film in streaming lo si rivede perché è piaciuto in sala, o lo si recupera perché lo si è perso in sala, dove si sarebbe voluto comunque andare. E non lo dico per motivi nostalgici o ideologici, che lascerebbero il tempo che trovano, ma perché è dimostrato che l’uscita in sala valorizza il film e quelli che non vi passano restano quasi ignoti.”

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Distaccandoci dalle posizioni più scettiche o rigide, che non ci sentiamo di condividere, il futuro sembra dunque grigio, ma non nero, e chissà che non si tramuti in bianco, con una possibile convivenza virtuosa tra “pubblici, contenuti e modalità di fruizione differenti, nell’unione fra la sala tradizionale e la sala virtuale, in capo allo stesso esercente: credo che possa portare a un aumento delle possibilità di tutti”, afferma Anastasia Plazzotta di Wanted; insomma, una sorta di ecosistema multimediale in cui sala, streaming, web, riviste convivano positivamente, sogna Luciano.

L’unica cosa certa è che questa emergenza sanitaria ha reso evidente una realtà che avevamo già sotto i nostri occhi da tempo ma forse non eravamo pronti a vedere: la cultura è un bene primario, la sala cinematografica ci manca tantissimo e non vediamo l’ora di tornarci. A questo punto, infatti, dipende tutto dalla capacità degli esercenti, se questa astinenza non bastasse, a ricordarci quanto un film in sala sia un’esperienza insostituibile e trasmetta un’emozione di cui abbiamo tutti tremendamente bisogno, ma dipende anche da noi: è arrivato il momento di farci sentire come pubblico, esercitando la nostra libertà di scelta e, attraverso questa, prendere posizione, determinando così le nuove dinamiche di un’industria culturale che abbiamo la possibilità di rifondare - anche solo in parte.

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A proposito di film indipendenti, rari e introvabili perché mal distribuiti:

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagini: still da film

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