Città, servizi e gender gap: riflessioni sull'architettura (non) inclusiva

File immense per i bagni pubblici, rally con passeggini, strade poco illuminate e strutture falliche: come il patriarcato ha plasmato anche i luoghi della vita quotidiana.

di Francesca Fontanesi e Caterina Pini
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22 ottobre 2021, 10:22am

Immense file fuori dai bagni pubblici (dove molto, molto raramente si trovano assorbenti o tamponi), scarsa manutenzione di scale e marciapiedi che diventano un ostacolo a passeggini e carrozzine, fermate di autobus desolate, mezzi pubblici fatiscenti (tra l’altro, dati ISTAT alla mano, sono le donne a utilizzare maggiormente i mezzi pubblici), strade poco illuminate, e ci fermiamo qui con gli esempi. Le città in cui viviamo—in tutto il mondo—dimostrano una progettazione urbana sistematicamente escludente nei confronti di quelle persone che rientrano in categorie non conformi al modello dominante.

Secondo l'American Planning Association, infatti, è come se esistessero due dimensioni urbane diverse, con le rispettive possibilità esperienziali e percettive: quella chi rispecchia gli standard dominanti e quella di chi non vi rientra—in primis le persone che si identificano nel genere femminile, basti pensare che sono ancora considerate queste ultime, per la maggior parte, le principali responsabili dei lavori domestici e della cura dei figli o dei genitori, e si spostano sui mezzi pubblici seguendo percorsi basati proprio sulla combinazione lavoro–casa–figli–anziani (il cosiddetto trip chaining). E questo vale anche nei paesi considerati più progressisti, dove è ormai un dato di fatto consolidato e normalizzato che anche le donne occupino posizioni rilevanti e di potere, ad esempio nel settore della politica o della finanza.

Vienna piazza hanna arendt

Ma il problema sta a monte: le decisioni sullo sviluppo urbano vengono ancora prese principalmente da persone appartenenti a categorie privilegiate e dominanti—tendenzialmente uomini—, e questa visione si ripercuote direttamente sul grado di inclusività delle strutture degli spazi cittadini in cui ci muoviamo, portando alla reiterazione delle disparità di genere. A sottolinearlo è la giornalista e attivista britannica Caroline Criado-Perez nel suo libro Invisibili, che parte proprio dalla questione dei mezzi pubblici. Le fermate degli autobus desolate e non adeguatamente illuminate, ad esempio, costringono la maggior parte delle donne a evitare determinati percorsi e orari, o a escludere del tutto la possibilità di viaggiare di notte, per la paura di incappare in aggressioni o episodi di catcalling.

“Le aziende di trasporti, che a tutti i livelli gerarchici hanno una forza lavoro a stragrande maggioranza maschile, dovrebbero per prima cosa riconoscere la gravità del problema,” scrive Criado-Perez. Non a caso, “il 49% delle donne ha paura di aspettare l’autobus e il 59% di tornare a casa dalla stazione.” Questi dati sono lo specchio di una struttura della società ancora fortemente patriarcale, in cui persiste una visione di genere che associa l’uomo alla città e la donna alla casa. Visione che comporta pianificazioni urbane costituite da spazi inadeguati ed escludenti, che non dispongono quasi mai di servizi (igienici e non solo) adeguati a gravidanza, allattamento, ciclo mestruale e di ogni altra esigenza che non rientri in quelle previste da una persona di genere maschile: “L’offerta inadeguata di servizi igienici,” dice Criado-Perez, “è solo una delle tante manifestazioni di una pianificazione insensibile alle esigenze della popolazione femminile.”

foto di parcheggi per carrozzine

Questo gender gap urbanistico è una diretta conseguenza di una visione limitata, arcaica e patriarcale della città, intesa come un’area di competenza principalmente maschile—e che si acuisce in quegli spazi percepiti con ancora più bias sessisti, ad esempio i quartieri della finanza. Sono tuttavia proprio questi gli spazi in cui i movimenti di rivendicazione sociale e di genere possono concretizzarsi per smantellare stereotipi patriarcali ormai retrogradi. In una società ideale, infatti, le stesse strutture urbane si dovrebbero fare carico di queste rivendicazioni, incorporando e rendendo visibili le esigenze specifiche di quei gruppi sociali trascurati dalle comunità urbane dominanti.

Il primo passo in questa direzione è l’inclusione di persone che non appartengono a categorie sociali privilegiate nei processi di progettazione e costruzione degli spazi e dell'habitat urbano, così come in quelli di sviluppo delle infrastrutture e dei servizi, assicurando una progettazione equa e un’accessibilità paritaria a servizi e infrastrutture. Stato e istituzioni svolgono un ruolo cruciale in questo senso, e dovrebbero farsi promotori di processi per l’abbattimento di tutte quelle barriere fisiche, culturali e sociali che reiterano privilegi e disparità.

In questo scenario ancora parecchio arretrato, ci sono tuttavia alcune città europee che si stanno muovendo per promuovere un modello di urbanistica più consapevole e inclusiva; qui abbiamo raccolto tre esempi particolarmente significativi in Europa: Vienna, Parigi e Barcellona.

Tre esempi di urbanistica inclusiva in Europa

Frauen-Werk-Stadt di Aspern, a Vienna (Austria): un complesso residenziale senza gender gap

vienna alberi e strada e palazzi
Vienna strada e prato

Da più di trent’anni, la città di Vienna si distingue per il gender mainstreaming nell’approccio urbanista. Il progetto del quartiere di Aspern prende in considerazione in particolare le persone di genere femminile e le loro necessità—prospettiva poco considerata in fase progettuale prima d’ora. Dopo aver indetto un concorso per sole architette, nel 1997 è stato infatti approvato e completato il Frauen-Werk-Stadt (Donne-Lavoro-Città), un complesso residenziale con finalmente un progetto senza bias di genere: piante flessibili e ampie stanze secondarie all’interno, mentre all’esterno sedute per incoraggiare le interazioni, depositi per passeggini e facciata che consente una costante e rassicurante sorveglianza passiva.

15-Minute City, Parigi (Francia): il concetto residenziale per una vita più inclusiva e sostenibile

Parigi strada
Parigi strada trafficata

Il concetto residenziale urbano 15-Minutes City, ideato da Carlos Moreno e promosso dalla sindaca Anne Hidalgo per Parigi, consiste nell’idea di potere avere accesso alle attività di tutti i giorni a una distanza di 15 minuti da casa propria, a piedi o in bici, e include lavoro, istruzione, childcare e assistenza sanitaria. Oltre a promuovere uno stile di vita più sostenibile, punta a ridurre le disuguaglianze di genere promuovendo una distribuzione programmatica multifunzionale all’interno del proprio isolato. L’obiettivo è quello di eliminare la divisione binaria patriarcale che associa il centro città all’uomo e la periferia residenziale alla donna.

Superblocks, Barcellona (Spagna): il quartiere dominato da pedoni

Barcellona superblocks
Barcellona architettura genere

Uno degli obiettivi principali del programma Superblocks di Barcellona è quello di rompere le barriere di genere che le pianificazioni urbane tradizionali impongono nella società. Spostando il traffico carrabile al di fuori dell’isolato, vengono pedonalizzate le strade interne e di conseguenza garantita una maggiore sicurezza, soprattutto ai soggetti che tendono a spostarsi a piedi—riprendendo Criado-Perez, si tratta principalmente di donne. Janet Sanchez, vicesindaco per l’urbanistica di Barcellona, dal 2018 ha costruito più di 6 Superblock (o Superilles) tramite participatory design. Qui, prevale una sezione stradale riconquistata da pedoni, ricca di sedute per invogliare la conversazione, aree verdi, parco giochi, illuminazioni notturne e riduzione di barriere architettoniche a prova di passeggino.

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Crediti

Testo: Francesca Fontanesi e Caterina Pini

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