Immagini via @tommamaso

Tommaso Manca è la cavia della sua stessa digital art

Il suo corpo è diventato la sua tela, perché chi l'ha detto che la digital art non possa essere performativa?

di Carolina Davalli
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23 giugno 2020, 10:10am

Immagini via @tommamaso

Tommaso Manca è un artista digitale. E se qualcuno ancora pensa che la digital art non sia fisica né materiale, e sia relegata in uno spazio virtuale e dunque non reale, Manca è pronto a farvi ricredere. Il corpo dentro cui viviamo è un luogo di negoziazione tra istanze identitarie e politiche, che col digitale vengono messe nuovamente in discussione. Molte delle opere di Tommaso Manca ricordano infatti l'approccio della Performance Art degli anni '60, un'arte cruda, sperimentale, corporea, appunto, che problematizzava il concetto stesso di corpo e attraverso questo assumeva una posizione politica. Era l'arte di Gina Pane, di Joseph Beuys, di Marina Abramović, le cui performance hanno messo a repentaglio l'assunto della persona fisica come identità neutrale, scardinandolo dalle convenzioni comuni.

Chi l'ha detto che la digital art non possa essere performativa? Chi ha deciso che il corpo digitale non abbia la stessa valenza di quello materico, compresso tra le forze gravitazionali? In fondo, è da ormai qualche anno che esistono figure virtuali, o semi-digitali, che prendono parte alla vita culturale della nostra società, partecipandovi attivamente. Dunque non è una novità che esistano i corpo digitali, ma è una novità studiarli, indagarli e interrogarne le possibilità espressive e politiche, coscienti che ci sia ancora molto di inesplorato.

Il corpo di Tommaso, quello materico, quello "vero", diventa il suo campo di sperimentazione artistica, dove applicare le proprie pratiche digitali, creando un nuovo tipo di corporeità che stia nella terra di mezzo tra virtuale e reale. Si direbbe un percorso volto a raggiungere una percezione più cosciente della propria fisicità nell'era contemporanea, caratterizzata dalla digitalizzazione e dalla centralità del volto come emblema dell'identità individuale e, per Tommaso, come manifesto della propria pratica artistica.

Così, abbiamo deciso di incontrarlo, per fargli qualche domanda e iniziare a capirci qualcosa di più.

Ciao Tommaso! Raccontaci come sei entrato nel mondo della digital art.
Il mio avvicinamento alla digital art è stato una diretta conseguenza dell’epoca nella quale mi sono ritrovato a vivere. Questo piccolo pezzetto di tempo nel quale esisto è caratterizzato dall’avanzamento tecnologico, dal principio di evoluzione e sperimentazione digitale. In questo contesto ho trovato il luogo d'espressione. Sono convinto che sia importante proiettare nel proprio lavoro ciò che il presente ci insegna, anche al fine di poterlo indagare e decodificare.

Come definiresti la tua estetica? Credi che sia cambiata nel corso degli anni?
La mia estetica è in costante evoluzione, ma sento che mantiene dei punti focali abbastanza stabili, come la centralità della figura umana o la manifestazione del mezzo che utilizzo. Nelle mie opere, infatti, non celo la tecnica ma la rendo evidente, sfruttando delle caratteristiche di sistema e delle circostanze fortuite che rendono il risultato davvero originale e personale.

Passi dall’arte digitale ad azioni analogiche, come per il tuo progetto Machilosa (@machilosa). Che relazione si instaura tra queste due pratiche?
Machilosa è nato quando al liceo, scarabocchiando sul quaderno, ho iniziato a disegnare omini antropomorfi senza mai staccare la penna dal foglio. Il one-line mi divertiva, e questi personaggi mi stavano sempre più simpatici, così ho continuato a disegnarli, fino a definire una sorta di simil texture. Col tempo, ho capito che l'avrei vista bene come stampa di un vestito vestiti, così ho iniziato a fare customizzazioni. Al momento, il progetto sta vivendo una fase di stallo. Sento che necessita un'evoluzione, e sto cercando di capire come muovermi, pur mantenendolo all'interno del mondo della moda, perché credo che permetta grandi possibilità espressiva attraverso la pratica digitale.

Da dove prendi l’ispirazione? Ci sono delle reference ricorrenti nei tuoi lavori?
Tendo a guardarmi molto intorno, così da arricchire la mia personale cultura visiva.Tutto può essere una potenziale fonte di ispirazione. Ho comunque degli immaginari che preferisco: mi piace quando le immagini sono “rotte”, deteriorate e portate all'estremo dalla post produzione, come in una sorta di espressionismo digitale. Di conseguenza, apprezzo molto la glitch art e tutto ciò che manifesta la natura del pixel. Non mi rifaccio a qualche autore in particolare, ma seguo molti artisti e pagine che rispecchiano questa estetica.

Il lockdown ha influito in qualche modo sul tuo lavoro?
Per quanto la relazione col mondo esterno sia spesso una grandissima fonte di ispirazione per me, il lockdown mi ha dato la possibilità di avere molto più tempo da dedicare ai miei progetti personali e allo studio dell'utilizzo di alcuni software. Inoltre, vivere un esperienza del genere, rimanere chiuso tra la mura di casa per mesi, mi ha aiutato ad acquisire una consapevolezza che potrà tornarmi utile nei miei lavori futuri.

Pensi che l’arte digitale sia un mondo ancora inesplorato?
Ne sono certo. Le possibilità messe a disposizione dal mezzo digitale sono infinite e in continua evoluzione. Ci stiamo muovendo sempre più velocemente, e così le possibilità espressive. Nell’arte digitale bisogna essere pronti a correre e a svilupparsi al suo stesso ritmo.

Quali sono le tue ossessioni?
Ho diverse ossessioni che mi porto dietro nella vita di tutti i giorni, delle specie di disturbi a cui non riesco a sottrarmi. Ad esempio, ho una fissazione con i numeri pari, tutto ciò che è dispari mi disturba (a eccezione del 9, con il quale avverto una strana sintonia), di conseguenza, nella mia vita tutto dev’essere pari. Anche mentre lavoro, tutte le specifiche numeriche interne ai vari software che utilizzo sono sempre pari. Penso dipenda dal fatto che rimangano a un'idea di equilibrio, che è molto importante per me, nella vita come nel lavoro.

Qual’è il rapporto tra la tua arte e la tua persona?
La mia arte spesso convive col mio corpo, tramite il quale sperimento e studio nuovi modi di concepirlo. Nutro un grande interesse nella figura umana, anche in termini “geometrici” il corpo ha una forma e una struttura molto particolari, ma per noi è la norma vederne uno e non farci caso. Tutto è posizionato in un modo specifico e ha una funzione specifica. Di conseguenza, possedendone uno, mi piace poterci sperimentare.

Crei anche molti filtri IG, che stanno diventando una delle nuove modalità attraverso cui manifestare la propria persona. Quale pensi che sarà il futuro dell'espressione di sé?
I filtri IG sono una delle modalità con cui posso sperimentare con la figura umana, la realtà aumentata è davvero affascinante, mi intriga. La sua applicazione sul volto di chiunque possieda un account IG permette inoltre di portarla al di fuori di sé, e metterla a disposizione di tutti. In quanto membri di una società che dà più importanza al “come appari”, sento che la presenza di questi filtri sul proprio volto stia diventando sempre di più inevitabile. Vedo sempre meno foto di volti senza filtri, puliti, originali. Ed è un peccato. Proprio da questa consapevolezza ho realizzato il filtro IG without filter, che ribalta questo trend e sottolinea invece la realtà.

Hai dei progetti per il futuro? E un sogno ancora non realizzato?
Ho appena concluso Campari Sodalizio, un progetto a cui tengo particolarmente, che ho realizzato insieme ai miei amici più cari, una sorta di progetto musicale, anche se io preferisco definirlo audiovisivo. Inoltre, ho iniziato da poco ad appassionarmi alle visual e al vjing, è davvero divertente e ho intenzione di coltivare queste pratiche. Di sogno ne ho uno: riuscire a campare di quello che mi passa per la testa, viaggiare e girare il mondo grazie alle mie capacità, continuando a esprimermi e sperimentare. Vivere bene, soddisfatto.

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Crediti


Intervista di Carolina Davalli
Artwork di Tommaso Manca

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