Immagine tratta dal libro di Luke Gilford National Anthem

Nei rodeo dei cowboy queer d'America

Negli Stati Uniti esiste una sottocultura di rodeo gay che vuole mettere fine agli stereotipi su questo mondo, spesso omofobico e misogino.

di Sofia Mattioli
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15 luglio 2020, 10:01am

Immagine tratta dal libro di Luke Gilford National Anthem

“Avevo già stivali e cappello, per me non era solo un costume. Ho iniziato a frequentare il rodeo come partecipante e spettatore. Mi interessava cercare un’immagine che, come accade nella pittura, rivelasse la bellezza del soggetto in modo non immediato.” Così Luke Gilford, fotografo e filmmaker nato a Denver, Colorado, racconta la genesi di National Anthem, il suo prossimo libro fotografico, che uscirà in Italia a settembre per Damiani Editore.

Gilford ha iniziato ad appassionarsi alla fotografia fin da bambino, quando visitava i musei e, senza neanche rendersene conto, si soffermava davanti agli scatti di Dorothea Lange e Diane Arbus, attratto da qualcosa di viscerale, che non aveva mai provato prima. “Quel tipo di fotografia rappresenta il punto di incontro tra fotogiornalismo e arte. Scoprirne l'esistenza è stata una rivelazione per me, perché è proprio con questo spirito che ho preso in mano la macchina fotografica per la prima volta.”

Ora di base tra New York e Los Angeles, Gilford ha realizzato cortometraggi pluripremiati e lavori esposti al MoMA di New York; tutte esperienze che hanno formato il suo sguardo, permettendogli di consolidarlo e applicarlo ora in questo nuovo progetto on the road. Per più di tre anni, infatti, Gilford ha attraversato le vaste distese degli Stati Uniti per raccontare la quotidianità dell’International Gay Rodeo Association, la comunità LGBTQ+ di cowboy e cowgirl d'America. Tra esplorazione e astrazione, ha immortalato volti e storie che resistono alle pressioni del modello culturale dominante, tracciando invece spazi liberi e senza limiti. Così abbiamo deciso di contattarlo, e farci raccontare direttamente da lui di questa esperienza.

I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford

Il tuo progetto si intitola National Anthem, come mai?
Il valore principale del rodeo queer è la capacità di sovvertire le dicotomie dell'America, liberale versus conservatore, urbano versus rurale, “coastal elite" versus "middle America"; dicotomie che necessariamente non possono contenere l'infinita varietà di identità umane. National Anthem è infatti una celebrazione dei corpi queer che si ribellano a queste schematizzazioni. I corpi che fotografo espandono ciò che significa essere americano e ciò che significa essere queer. Volevo dunque che il titolo alludesse alla promessa del sogno americano, che tutti conosciamo, ma di cui non necessariamente ci fidiamo. Lavorare al progetto ha fatto rinascere in me un po' di fede in questa possibilità.

Conoscevi già la storia della Gay Rodeo Association (IGRA)? Come l’hai scoperta?
Il rodeo queer è uno spazio sicuro per tutti coloro che fanno parte dello spettro LGBTQ+, inclusi gli ally. Offre occasioni atletiche, ma anche di incontro, scambio e supporto reciproco. I partecipanti sono disposti anche a percorrere centinaia di chilometri per arrivare lì, dato che spesso vivono in luoghi privi di risorse o opportunità, in cui si sentono limitati e discriminati. Il primo rodeo è stato organizzato nel 1976 a Reno, Nevada, ma la maggior parte delle persone non ne ha mai neanche sentito parlare. Io l'ho scoperto per caso in occasione di un evento al Pride nel 2016. All'epoca mi sembrava di aver scovato una rara eccezione per il contesto rurale, ma poi ho scoperto che l'IGRA offre alla comunità LGBTQ+ diversi momenti di confronto che coinvolgono anche la comunità BIPOC queer, solitamente non inclusa nel circuito tradizionale, quasi esclusivamente caucasico.

I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford

Perché credi che raccontare forme di resistenza come queste sia un atto politico?
Questi ritratti sono la prova di qualcosa che va ben oltre l'inquadratura: rappresentano un modo di vivere, al di là confinato dell'immagine. Volevo rappresentare l'orgoglio queer, ma senza sottovalutare o minimizzare il pericolo che i corpi queer affrontano quotidianamente, semplicemente per il solo fatto di esistere, ancor di più nell’America rurale. Spesso pensiamo alla sopravvivenza come a qualcosa che ci succede e basta. Nella fasi di realizzazione del progetto, invece, ho iniziato a considerarla una deliberata forza politica e creativa. Richiede un lavoro costante contro continui ostacoli.

"Omofobia e transfobia rimangono forze solide nella cultura americana," ha scritto Moira Donegan sul The Guardian parlando di diritti civili, come di una battaglia lontana dalla fine. Qual è, secondo te, lo stato delle cose oggi, in USA?
Omofobia, misoginia e razzismo sono tre degli strumenti preferiti da Trump per esercitare una sistematica oppressione sulla società americana. Ho iniziato questo progetto nel 2016, proprio all'inizio della sua presidenza. Mi è sembrato importante rappresentare chi sovverte attivamente tutto ciò che rappresenta. Quattro anni dopo, mi sembra altrettanto importante.

Perché? In che modo la fotografia può innescare il cambiamento?
La rappresentazione delle infinite possibilità di vivere e di pensare è essenziale per ogni cambiamento. Penso che la fotografia sia incredibilmente potente nel raccontare porzioni diverse di verità. Di recente, lo abbiamo visto con il fotogiornalismo, che ha documentato la pandemia o il movimento Black Lives Matter. La fotografia ci ha aiutato a diffondere informazioni preziose sui social media a cui non avremmo avuto accesso altrimenti.

I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford
I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford
I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford
I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford
I cowboy queer d'America: intervista al fotografo Luke Gilford
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Crediti

Testo di Sofia Mattioli
Fotografie di Luke Gilford

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