Gareth Pugh AW15. Fotografia di Rune Hellestad/Corbis via Getty Images 

Gareth Pugh, "il Fellini della moda", raccontato dai suoi collaboratori più stretti

Michèle Lamy, Lulu Kennedy, Andrew Bolton e altri insider del settore ci raccontano la storia e il lascito di una delle figure più importanti della moda londinese.

di Mahoro Seward
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29 settembre 2020, 4:00am

Gareth Pugh AW15. Fotografia di Rune Hellestad/Corbis via Getty Images 

La sfilata del corso triennale della Central Saint Martins potrebbe essere considerata una sorta di ballo delle debuttanti della moda, e forse non tutti sanno che lo standard così alto di questo evento è stato fissato da Gareth Pugh in persona. "Quando ha fatto la sua comparsa in passerella con quel capo rosso a strisce, era esattamente il pugno in faccia di cui avevamo bisogno," racconta Lulu Kennedy, la fondatrice dell'incubatore di talenti basata a Londra Fashion East. “Credo che all'epoca abbia davvero stravolto l’ossessione imperante per il lusso. Era tutto così punk, ma anche moderno. È riuscito a sconvolgere le menti delle persone."

Era l'estate del 2003, e da allora non ha mai smesso di prendervi parte. Sia attraverso gli abiti stessi—incredibilmente sensuali e drammatici—, sia per il modo in cui sceglie di presentarli. Stagione dopo stagione, il designer ha continuamente dimostrato il proprio talento, mettendo in scena ambientazioni oniriche che trasportano il pubblico lontano, verso gli universi popolati dalle sue visioni.

In effetti, il termine "creatore di mondi" è una descrizione più che azzeccata per inquadrare il tipo di produzione creativa di Gareth. "Non sarebbe giusto definirlo uno stilista," sostiene Mandi Lennard, la sua ex PR. "È consapevole dello spazio, esplora ciò che circonda il corpo, e questo lo rende quasi più un architetto e uno scultore che un designer. È un vero e proprio artista."

Il suo apporto alla storia moda è infatti fondamentale, in particolare per il esserci cimentato in una pratica ancora poco utilizzata nell'industria ai suoi tempi. "È stata la prima persona ad aver usato in modo strutturato e ragionato il medium dei fashion film," afferma Katie Shillingford, la designer con cui Gareth ha lavorato sin dalla sua prima sfilata per Fashion East. "È pazzesco pensare che lo stesse facendo già dieci anni fa, e che solamente ora sembra essere stato preso in considerazione dagli altri player dell’industria, come un’alternativa per sostituire una sfilata in presenza." In effetti, il rapporto tra Gareth e il cinema è così stretto che il curatore del museo Andrew Bolton lo ha definito "il Fellini della moda".

La potenza espressiva del suo lavoro in formato video è pari a quella sprigionata da una sfilata passerella, tanto da aver collaborato con istituzioni internazionali come il Royal Ballet e l'Opéra Garnier, nonché i più incredibili artisti pop dei nostri tempi, tra cui Cardi B, Lady Gaga, Christina Aguilera, Beyoncé e Solange. "Veste le regine, come ha dichiarato lui stesso," concorda Sophie Jewes, la sua attuale PR. "Non è interessato a nulla che non possa confluire in una sua collezione."

Ciascuna delle sue sfilate, a Londra, Parigi o New York, è stata una testimonianza e una concretizzazione della sua visione. La sua ultima apparizione in passerella è stata alla fine del 2018—per celebrare Judy Blame, suo amico e mentore, le “nicchie sociali più outsider... Londra come culla dell'estremismo creativo," così si legge nelle note dello spettacolo. E dato che è da sempre uno dei più grandi sostenitori del talento sfrenato che ribolle in questa città, la sfilata sarebbe stato un canto del cigno più che appropriato per la sua carriera.

Ma non lo è stato. Dopo una pausa di due anni, durante la quale Pugh si è concentrato su Hard + Shiny—lo studio creativo che ha fondato nel 2018 col marito e collaboratore di lunga data Carson McColl—, il suo omonimo brand tornerà a grande richiesta alla fine di questo mese. Prima di allora, abbiamo chiesto a nove dei suoi più cari amici, collaboratori e ammiratori di parlare della storia e dell'eredità di Gareth Pugh.

Gareth Pugh AW05
Gareth Pugh AW05. Courtesy of Lulu Kennedy.

Lulu Kennedy, fondatrice di Fashion East: “La prima sfilata di Fashion East che abbiamo fatto con Gareth è stata la notte di San Valentino del 2005. Avevo scelto un luogo fantastico vicino a London Bridge, immerso tra archi e nicchie sotterranei nicchie. C’erano lui, Richard Nicoll e una mostra del gioielliere Husam El Odeh. Lo spettacolo di Gareth si è svolto su un palco nero piuttosto alto, illuminato da un fascio di riflettori accecanti e il pubblico in piedi attorno alla struttura—la passerella era lunga solamente pochi metri. Sembrava un concerto underground nella periferia di Berlino. Per il look finale, il modello doveva uscire nel buio pesto e salire su una scatola posizionata al di sopra d un ventilatore motorizzato nascosto. Quando abbiamo premuto l'interruttore, il paracadute sgonfio che indossava è esploso, come fosse un enorme palloncino. Tutti urlavano e applaudivano—io ho passato la sfilata in apnea, pensando 'Oh mio Dio, e se qualcuno cade da quel maledetto palco?', ma non è successo nulla, fortunatamente. La gente era in totale fermento per Gareth dopo quello show. Avevamo fatto sfilare 12 look e nessuno poteva acquistarli, ma non era quello il punto. Il punto era che lui, invece di essere uno dei tanti ragazzi che escono dall’università e cercano di emulare i designer dei marchi di lusso, è andato completamente controcorrente.”

Mandi Lennard, fondatore di Mandi’s Basement: "Ci sono troppi momenti iconici, quando si parla di Gareth. Il più esplosivo per me è stato quando è apparso in passerella il suo look finale luminescente della collezione SS06, per la sfilata di Fashion East all'Electric Ballroom di Camden".

Gareth Pugh SS06. Courtesy of Lulu Kennedy
Gareth Pugh SS06. Courtesy of Lulu Kennedy.

Lulu: “Ho fatto venire Casey Spooner da Ibiza per questa sfilata—facendogli firmare una liberatoria nel caso in cui fosse rimasto fulminato dall’abito. Abbiamo infatti dovuto collegarlo direttamente alla presa elettrica, perché la batteria non funzionava. Era piuttosto selvaggio come look, letteralmente elettrizzante. Per me, quello è stato un momento Gareth cruciale, era qualcosa di mai visto prima, davvero audace, riusciva a trasportarti in un’altra dimensione."

Andrew Bolton, curatore del Costume Institute of The Metropolitan Museum of Art, New York: "Seguo il lavoro di Gareth dalla sua prima collezione ufficiale in passerella, la AI06. Non ero presente allo spettacolo, purtroppo, ma ricordo di aver visto le immagini su style.com—era come un carnevale gotico, come se Kinky Gerlinky avesse incontrato la Commedia dell’Arte."

Michèle Lamy, co-fondatrice di OWENSCORP: “La sua prima sfilata a cui sono andata è stata la PE07, nel cortile del V&A, durante la settimana della moda. Aveva creato gli abiti, ma non era riuscito ad acquistare l’intimo in latex per lo styling, così l’ho aiutato a comprarlo dalla Cina."

Gareth Pugh SS07
Gareth Pugh SS07. via Wikimedia Commons.

Sophie Jewes, fondatrice di RAVEN: "Questo è lo spettacolo rimarrà per sempre nella mia mente, con tutti quei dettagli in vinile a scacchiera, le maschere gimp e i braccioli in latex. All'epoca avevo più o meno 19 anni, non so dove fossi in quel momento o come avessi recepito quella collezione. So che per me è stata davvero vitale e avvincente. Sembrava che ci fosse un senso di possibilità interno a quei vestiti, una cosa che riusciva a creare solo lui, e che lo contraddistingueva da tutti gli altri.”

Michèle: “Ha detto molto in quello spettacolo, il modello era inteso come burattino o giocattolo. È stato affascinante. La passerella era un po’ alta e mancava una modella: era caduta tra il punto in cui erano sedute le persone e la passerella, e nessuno l'aveva vista! Non sto raccontando queste storie solo perché mi va, però, ma perché penso che nella pratica di Gareth sia essenziale l’elemento della performatività. E in quel momento infatti stava già vertendo verso il fashion film. Era infantile e punk al tempo stesso, e sempre così elegante. Per me, Gareth è quel tipo di designer che se vede un bidone della spazzatura e tu glielo dai, riuscirà a farlo diventare un abito incredibile."

Andrew: “Ha un'immaginazione straordinaria e sfaccettata che non conosce limiti. Vede la moda come veicolo per la propria espressione creativa che non è definita o limitata da un solo mezzo."

Mandi: "E quando gli viene in mente un concetto, sembra che sia stato incamerato per mesi. È incredibilmente lucido e coerente. Anche in quei primi tempi squattrinati, l'esecuzione era a livelli di couture incredibili."

Wayne McGregor, direttore artistico dello Studio Wayne McGregor e coreografo residente del Royal Ballet: “Uno dei doni geniali di Gareth, a mio parere, è il modo in cui ti incoraggia ad intraprendere un viaggio assieme a lui. Si circonda di persone creative straordinarie per incanalare la propria visione, che è sempre molto singolare, molto particolare. È intransigente, incrollabile. E non lo dico in senso negativo."

Ruth Hogben, creatrice di immagini e creativa: “Ti fa entrare davvero nel suo mondo e ti fa davvero capire da dove viene. È molto bravo a coinvolgerti, facendoti sentire parte integrante di quella storia. I nostri incontri andavano avanti per ore e ore, seduti lì, parlando di riferimenti e legami concettuali, e ridendo a crepapelle. Non c'erano mai inibizioni.”

Valerie Steele, direttrice e curatrice capo del museo del Fashion Institute of Technology, New York: “Sai, la maggior parte dei designer cerca di capire quali tendenze stanno circolando, per poi adattare il proprio stile. Gareth ha invece una visione molto chiara, orientata al mondo del clubbing, oscura ma futuristica. Le persone lo paragonano a Leigh Bowery, e in effetti si nota qualche elemento in comune, ma da Leigh si sono lasciati influenzare anche Alexander McQueen, Galliano e chiunque abbia fatto qualcosa che creasse un’ambientazione da club fetish. Il lavoro di Gareth, invece, era solo una sua copia. Era come se fosse parte della sua stessa famiglia, proprio come ne faceva parte Rick Owens, per esempio, quindi qualcosa di più di una relazione padre-figlio. In questo senso, Gareth non è mai stato condizionato a tal punto da alcun rapporto creativo."

Sophie: “Quello che più tardi ho capito del suo lavoro è che è la concretizzazione perfetta di tutti quei vestiti che indossi nei sogni. Se vivessi su un pianeta alieno, indosseresti proprio quegli abiti incredibili. Ma la prima volta che li ho visti non mi sono sentita così, perché pensavo che non avrei mai potuto indossare bracciali in latex o una maschera gimp. Poi, invece, ho capito che non era quello il punto: il punto era il senso di possibilità intrinseco a quei vestiti, ed è la cosa più ammaliante della sua produzione."

Michèle: “Dopo aver vinto il premio ANDAM nel 2008, è andato a sfilare a Parigi. Penso che sia stato un cambiamento positivo per lui. A Londra ha creato lavori brillanti, è vero, ma sembrava che non riuscisse ad andare oltre, a progredire. Londra è il luogo in cui si trovano tutte le persone creative, ma ci sono delle regole. Il vero campo di gioco è laggiù, a Parigi."

Valerie: “Penso che abbia avuto coraggio ad andare lì quando era ancora un giovane designer. Quello era il luogo dove poter mostrare la moda artistica del futuro."

Gareth Pugh SS09
Gareth Pugh SS09. Photo by Karl Prouse/Catwalking/Getty Images

Katie Shillingford, Fashion Director di AnOther Magazine: “Quella prima sfilata di Parigi, la PE09, ha segnato un momento decisivo. Penso che sia una delle mie collezioni preferite di Gareth, devo proprio ammetterlo. Era il mix perfetto di ciò che sa fare meglio, ma un po’ più commerciale. Credo che quello sia stato il momento in cui ha introdotto i capi basic: i leggings, i body e tutti quei pezzi che vorresti avere nel tuo guardaroba. Era tutto bianco sul davanti e nero sul dietro—ricordo che una delle modelle nel backstage aveva indossato alcuni pantaloni al contrario, il che avrebbe completamente rovinato lo spettacolo! "

Michèle: “Era una presenza fissa nel calendario parigino, e ha creato degli spettacoli grandiosi. Erano più ‘educati’ dei primi, si potrebbe dire—forse non era visto come un personaggio strambo o un punk, a differenza di Londra. Ogni suo spettacolo a cui ho partecipato era come fosse l'inizio di un film, e ciascuno raccontava una trama completamente diversa.”

Ruth: “Il primo progetto insieme è stato per la collezione AW09, quando abbiamo mostrato un fashion film al posto della sfilata. Ricordo di avergli mostrato il montaggio finale un'ora prima della diretta. Era stato fatto tutto in fretta e furia—avevo avuto forse dieci giorni per montarlo—, ma per qualche motivo mi sentivo come se avessi avuto molto più tempo, ed eravamo riusciti a spingerlo davvero al limite della sperimentazione. Ripensandoci, ho fatto cose davvero insolite con lui. Guardando i vestiti di Gareth, è impossibile non notare la presenza di linee dure, e per questo ho sempre voluto provare a spingerle oltre ciò che l'occhio potesse vedere."

Katie: “Il fashion film che spicca di più nella mia mente è quello che abbiamo fatto con Kristen McMenamy per la PE11. È stato incredibile lavorare con una top model così iconica, ed è sempre stato un nostro grande sogno—proprio come lo era andare a Parigi e fare una grande sfilata. È stato un momento cruciale. Lavorare con una modella e performer del suo calibro è stato incredibile, e penso che per creare un fashion film che abbia questo tipo di impatto sia essenziale quel tipo di presenza."

Ruth: “Per quella stagione aveva realizzato dei pezzi di pelle con borchie e chiodi perfettamente distanziati—quasi con lo stesso tipo di simmetria che viene applicata per creare le foreste artificiali. Non credo di aver avuto all’epoca il tempo o l’abilità tecnica sufficienti per valorizzarli a dovere nel film, ma vi assicuro che erano pezzi incredibili, di materiali violenti e d’impatto, quasi come se fossero degli scudi. Di per sé, il chiodo è un simbolo molto punk e piuttosto aggressivo, ma quando li vedevi in movimento sembravano sinuosi come le squame di un serpente.”

Valerie: "L’altra sera stavo riguardando il film che ha fatto per la PE18 con Nick Knight e Olivier de Sagazan, e mi ha messa in difficoltà—era grottesco, quasi da incubo, al punto che ho pensato: “Oh mio Dio, ma siete andati a recuperare queste immagini nei vostri incubi peggiori?!”

“Tra tutti i designer a cui riesco a pensare, lui ha realizzato i progetti più interessanti con i fashion film, e nonostante abbia avuto un budget sempre risicato di quello che hanno a disposizione le grandi case di produzione cinematografica, che il più delle volte creano prodotti davvero terribili. Non sarei sorpreso se, come Tom Ford, Gareth riuscisse a fare un lungometraggio. La sensibilità c'è: non sarebbe un film di successo di Hollywood, ma potrebbe essere qualcosa di veramente potente e liberatorio. Un film come Crash, o qualcosa del genere. "

Andrew: "Una delle caratteristiche distintive della moda (se non LA caratteristica distintiva della moda) è la performatività, e Gareth lo ha capito meglio della maggior parte degli altri designer. Sfrutta le possibilità drammaturgiche della moda per raggiungere una vera intensità emotiva e ottenere le trasformazioni più radicali."

Katie: “Molte delle sue reference vengono dalla sua esperienza con il National Youth Theatre, di cui faceva parte quando era più giovane. Ha sempre parlato di quello che facevano lì e delle idee che gli sarebbe piaciuto prendere e portare negli spettacoli."

Mandi: “In realtà si è esibito molto prima di fondare il suo brand. Con la sua prima crew, !WOWOW!, ha organizzato eventi incredibili che ti lasciavano senza fiato. C'era un film in cui si esibiva mentre Liza Minnelli recitava in loop, proprio nello stesso periodo in cui, anni fa, Comme des Garçons aveva aperto il suo guerrilla store a Glasgow.”

Wayne: “Uno degli aspetti della moda che mi interessa di più è il corpo, ovvero l’idea di poterlo ricostruire. Come si può riarticolare il concetto di un corpo? Il lavoro di Gareth opera proprio sul confine tra ciò che è indossabile e il design architettonico, sfidando l'occhio a concepire una diversa gerarchia del corpo. Quando abbiamo girato un film intitolato MOVEment, insieme a Ruth, ha detto: ‘Farò qualcosa con le cannucce.’ Ovvero degli abiti enormi con migliaia e migliaia di cannucce cucite a mano, che coprivano completamente il corpo. 'E ora come funzionerà con i performer?' ho pensato. Quando li hanno indossati, sembravano abominevoli pupazzi di neve! Non riuscivi a vedere né i loro volti né quello che dicevano, 'Bene, e ora?' E poi, naturalmente, mi sono reso conto che queste cannucce creavano delle opportunità coreografiche incredibili"

Ruth: “Quei pezzi sono stati letteralmente progettati per essere ballati, e questo ha rappresentato la più grande sfida per me. Erano davvero grandi e avevamo un set piuttosto piccolo, quindi non c'era nulla che potesse compensare quelle dimensioni. Era diverso dal vedere la silhouette di una donna, o la fluidità della metà inferiore di un vestito in contrasto con la rigidità della parte superiore. Vorrei aver visto quella creazione prima di arrivare in studio, perché era molto più grande di quanto mi aspettassi."

Katie: “L'elemento del movimento è sempre stato centrale in quello che fa. Anche quando eravamo in studio, diceva, 'Oh, ho appena fatto questo pezzo, lascia che te lo mostri', e lo indossava e faceva qualcosa—non un ballo vero e proprio, ma si muoveva in un certo modo. È sempre stato importante per lui vedere come si muove il corpo quando indossa qualcosa. Cosa potrebbe fare il corpo per cambiare la forma di qualcosa e questo qualcosa come reagisce. Tutto questo succede in simultanea: non è nemmeno qualcosa a cui pensa davvero, è solo una parte della sua visione e del suo processo.”

Wayne: “Anche lui ballava molto, quindi il corpo è sempre stato molto centrale nella sua pratica. Il primo progetto a cui gli ho chiesto di lavorare è stato Carbon Life, una collaborazione con Mark Ronson, Boy George e altre fantastiche pop star alla Royal Opera House di Covent Garden. Era la prima volta che realizzava pezzi teatrali. Ma non volevo che si occupasse solo dei costumi, quindi gli ho chiesto di sviluppare l'intero linguaggio visivo dello spettacolo: la scenografia e tutto il palcoscenico. Ha creato questo schermo opaco attraverso il quale si potevano quasi vedere i ballerini dietro, come mosche tremolanti. E c'erano queste immagini molto grafiche, molto audaci in cui l'idea di un corpo si è trasformata e cambiata con l’evolversi della performance. Ha davvero spinto quell'istituzione a pensare alla danza in un modo diverso e a presentare il balletto, in particolare in un teatro lirico, in un modo diverso.”

Eliogabalion at Opéra Garnier
Photography Bertrand Guay/AFP via Getty Images

Valerie: “Sono andata a Parigi quando ha realizzato i costumi di Eliogabolo al Palais Garnier. È stato fantastico, perché c'è stata una corrente, in particolare nelle opere barocche con i controtenori, che mirava a realizzare costumi cyborg che mescolano un po’ dell'eccesso del barocco con una sorta di eccesso futuristico. Era davvero perfetto per lui."

Wayne: “Abbiamo lavorato insieme a un balletto per l'Opéra Garnier. Ha realizzato dei pezzi con una stampa in stile Nijinsky, con dei buchi per mostrare il corpo dei ballerini. Ho creato queste bellissime geometrie e immagini, e poi lui ha ritagliato dei buchi dove non mi sarei mai aspettato; il che è stato molto interessante. È davvero bello che il suo intervento possa avere anche un impatto coreografico.”

“Penso che il potenziale sia una parte davvero importante del lavoro di Gareth. Non solo reimmagina il corpo e la bellezza, ma ti mostra anche tutti i potenziali mondi “altri” di cui non siamo consapevoli. Siamo ormai così omogeneizzati, così annichiliti, così ossessionati da cose che sono identiche alle cose che abbiamo già visto; ma Gareth fa esplodere tutto questo meccanismo. Penso che sia per questo che ha scelto di mostrare i suoi vestiti nei film o in performance dal vivo—come abbiamo fatto per il suo spettacolo a New York, durante il quale non ha permesso a nessuno di sedersi.”

Gareth Pugh SS15
Gareth Pugh SS15. Photo by Albert Urso/Getty Images

Sophie: "Era in quello che penso fosse un campo da basket in disuso vicino al fiume in centro. Aveva un enorme valore di produzione, era una sorta di esperienza multidisciplinare. Ci fu un tornado al chiuso e uno spettacolo di danza sviluppato intorno a questo, e c'era la proiezione di un film dal pavimento al soffitto con un modello sospeso: era terribilmente bello e l'intera collezione si ispirava alla tradizione pagana. Avevano ricostruito la stessa struttura di Stonehenge con degli schermi posizionati uno di fronte all'altro, che mostravano dei rendering pixelati di ballerini che si esibivano indossando outfit da eroi. È stato folle, non ho mai più visto niente del genere da allora.”

“Ha la mentalità di un regista, più che di uno stilista. La sua sfilata di ritorno a Londra per l'AW15, ad esempio, è stata letteralmente come il set di un film. Anche solo per l'uso della colonna sonora, che includeva l’inno della squadra di calcio del Sunderland—se ti sedessi in una stanza ad ascoltare solo quello e nient'altro, ti sentiresti immediatamente parte di un'esperienza cinematografica.”

Michèle: “Sul palco o sullo schermo è lo stesso per Gareth. Non sai mai dove finiscono i vestiti e inizia il set! Penso che sia per questo che nel mondo dello spettacolo ha avuto un enorme impatto—sai, tutte le cose che ha fatto con Lady Gaga, Christina Aguilera e cose del genere. Venendo associato a quelle figure, ha esercitato un grande impatto nel mondo creativo.”

Sophie: “È stato un processo molto organico, e penso che, in particolare negli ultimi due o tre anni, la scelta di lavorare con donne feroci davvero iconiche come quelle gli abbia permesso di creare qualcosa di davvero interessante. Penso al video di Money di Cardi B: è semplicemente senza tempo. E ancora oggi non penso che ci siano altri designer in quel mondo con la sua stessa audacia.”

“Gareth offre una visione estetica chiara e decisa, inamovibile nel suo intento. Eppure, quando propone un nuovo lavoro, ha sempre la capacità di sorprendere, scioccare, ammaliare, e altro ancora. Semplicemente, non ci sono dubbi, e penso che l'industria della moda sarà sempre un posto inaspettato e interessante finché lui sarà dentro.”

Katie: “Penso che possa portare molta speranza. Continuo a lasciarmi ispirare da lui e dal modo in cui pensa. Credo che ciò che presenterà o farà a settembre sarà molto più avanti del lavoro di chiunque altro, e spero che le persone guardino a lui come un esempio di come fare le cose in modo diverso, col coraggio di essere diversi e credere in nuove idee, nuovi modi di pensare, nuove estetiche senza rimanere fermi nei soliti modi e processi.”

Sophie: "In questo momento, tra i designer più giovani si discute molto su come presentare il proprio lavoro entro i limiti che vengono posti dal settore o dalla situazione. Al momento, oltre al fatto di non poter realizzare uno spettacolo col proprio corpo ed essere costretti a lavorare in digitale, il vero problema è l'accesso alle risorse, al denaro. E Gareth è stato in grado di superare la mancanza di denaro iniziale, quando operava nel collettivo !WOWOW!, con un’audacia che non avevo mai visto, ha creato letteralmente la magia con un cazzo di niente!”

Lulu: “Dimostra che aprire un negozio a Mount Street non è l'unico modo per avere successo. Puoi anche fare le cose in modo diverso, e se sei coraggioso e fermo nelle tue convinzioni, le persone ti prenderanno in considerazione. Lady Gaga ti troverà e tu la vestirai. Penso che il suo percorso esemplifichi l’attitudine un po' punk di "costruisci e i risultati arriveranno", senza cercare di accontentare il sistema esistente per ricevere approvazione. Gareth è un pioniere, e penso che al momento il suo lavoro sia necessario. È un momento davvero critico per Londra, è il momento di fare un po’ di casino, e lo farà sicuramente, come sempre ".

Andrew: “Abbiamo bisogno della visione di Gareth ora più che mai. La moda ha bisogno del suo coraggio."

Le risposte sono state modificate e condensate per chiarezza.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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