Fotografia di Federica Valabrega

Scatti dei volti che hanno segnato la nostra storia, senza che nessuno si accorgesse davvero

Dai migranti di Tijuana, alle case degli ebrei ortodossi di Brooklyn. Gli scatti di Federica Valabrega raccontano la storia dei paesi in cui viaggia, attraverso i volti dimenticati dal mondo intero.

di Sumaia Saiboub
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14 agosto 2020, 4:00am

Fotografia di Federica Valabrega

Esistono volti, comunità, gruppi sociali che spesso vengono raccontati attraverso immaginari costruiti a tavolino, e culture a cui si fa troppo poco riferimento, che spesso vengono definite con l’aiuto di frasi fatte e generalizzazioni. E quelle frasi, quelle definizioni, il più delle volte non sono altro che un dispositivo per semplificare una realtà che non conosciamo a fondo e a cui non si è mai data troppa importanza all’interno della cultura collettiva. Così, ancora oggi, accade che ci siano comunità la cui esistenza viene percepita e raccontata in modalità sempre più vaghe e stereotipate, alle volte brutalmente abbandonate alla mercé di strumentalizzazioni politiche e sociali.

Un esercizio così contorto e pericoloso, che potrebbe spingere i più a credere che forse certe porte sarebbe meglio proprio non aprirle, e fare finta di niente, crogiolandosi in tutto quel rumore artificiale, quando, in fondo, basterebbe iniziare ad ascoltare chi, di quelle esistenze e comunità, è parte integrante.

È da questa dolorosa presa di coscienza, dall’idea che al mondo certe storie abbiano più rilevanza e consistenza di altre, che nascono alcuni degli scatti più intimi e potenti di Federica Valabrega. La fotografa e giornalista italiana si inoltra infatti nelle comunità e nei luoghi più complessi e meno conosciuti del mondo, per indagarne la loro quotidianità, e documentare quei volti che spesso hanno definito la storia del mondo, senza che nessuno se ne accorgesse per davvero.

Gli scatti di Valabrega non solo sono preziosi documenti attraverso cui possiamo comprendere situazioni e contesti presenti realmente nel mondo, ma diventano anche impronta tattile delle vite ed esperienze ai margini della società per come viene comunicata e percepita. Ritratti i cui volti non solo sono emblemi della propria esperienza personale, ma che nascondono delle narrazioni che vanno al di là dei propri tratti somatici.

La prima volta che Federica Valabrega ha preso in mano una fotocamera è stato verso la fine del suo master in giornalismo, nel 2008, e da allora non l’ha più messa giù. Noi non potevamo non farle qualche domanda, e farci raccontare alcune di quelle storie che ha incapsulato nei suoi scatti, e che costudisce con estrema cura.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria

Hai iniziato a scattare durante l’elezione del Presidente Obama, nel 2008. Sono passati solo 12 anni, ma sembra un secolo intero. Specialmente negli Stati Uniti, tutto è cambiato ad una velocità supersonica. In che modo hai adattato il tuo approccio fotografico ai cambiamenti circostanti, e come si è evoluta la tua fotografia nel frattempo?
Ad essere sincera, a quel tempo non ero ancora molto pratica di fotografia, avendo concluso un master in giornalismo a Washington DC proprio quell’anno. Era un momento in cui già si iniziava a parlare di giornalismo multimediale, e d’un tratto mi sono ritrovata con una fotocamera in mano e qualcuno che mi diceva: “Perché non provi a scattare?”. Così, quella sera stessa, quando Ted Kennedy venne a parlare sul podio della mia Università, la American University, per annunciare il suo endorsement a Obama come candidato presidenziale, ho deciso di iniziare a scattare qualche foto. Poi ho cominciato a scattare alle manifestazioni per la campagna elettorale di Obama, e successivamente sono diventata la fotografa ufficiale dell’associazione sportiva American Beach Volleyball Professional, ed è lì che ho iniziato a capire veramente come si scattasse. Ma non mi bastava, e dunque ho deciso di seguire un fotografo a New Orleans, il quale mi ha introdotta a David Alan Harvey che da quel momento mi ha sempre fatto da mentore. È stato proprio grazie a questo incontro che ho iniziato a sperimentare, fino a rendere la mia fotografia quella che è oggi.

Vivi tra l’Italia, Gerusalemme e New York. In che modo questi tre luoghi influenzano il tuo modo di fotografare?
Sento di poter dire di avere un modo di fotografare molto italiano. Scatto solo se riesco ad avere un rapporto con il soggetto, a condividere delle emozioni con la persona che mi trovo davanti. Per questo le mie fotografie sono soprattutto ritratti, soggetti e situazioni in cui si trovano molte persone, perché, in fondo, quello che a me interessa è l’essere umano.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria

La centralità dell’essere umano, e le difficoltà che deve affrontare, sono alcune delle caratteristiche più immediate del tuo lavoro. Sapresti dire quando, e come, è iniziata questa tua ricerca?
Mi sono trasferita New York per cercare la mia “voce” come fotografa, ma non avevo programmato di restarci così a lungo. In quel periodo mi sono sentita molto sola, e cercavo continuamente progetti che mi potessero mettere in contatto con più persone, per conoscerle ed interagire con loro. Sentivo molto la lontananza dell’Italia, degli amici e della famiglia, e ho cercato quella stessa intimità e conforto all’interno della fotografia, cercando, con essa, di comunicare con il mondo.

Spesso le tue immagini danno la sensazione che tu fossi parte del nucleo familiare o gruppo sociale che stavi scattando: c’è vicinanza, c’è intimità e c’è tanta spontaneità. Come riesci a far sì che le persone ti lascino entrare nelle loro vite?
Sono una persona appassionata, e vado sempre alla ricerca della magia del momento. Ho imparato che le persone si aprono, solo se tu hai intenzione di capirle. Io non scatto e basta, chi fotografo mi dà qualcosa, e io in cambio qualcos’altro. Non faccio una foto, ascolto, presto attenzione a tutto quello che mi si racconta. Per questo motivo ricordo i nomi e le storie della maggior parte delle persone che ho fotografato, per questo i miei scatti risultano così intimi, perché lo eravamo realmente nel momento in cui scattavo.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria

Ci fai un esempio di questa magia di cui parli?
Alla fine del 2018 ho lavorato ad un progetto fotografico sui migranti al confine tra Stati Uniti e Messico, a Tijuana, tra Bassa California e lo Stato della California. Non avevo mai portato avanti un progetto simile, e non sapevo in che modo approcciarlo. Quindi, quello che ho deciso di fare - una volta arrivato il caravan con i migranti del Sud America - è stato girare il campo per almeno un paio d’ore chiedendomi “Fede, cosa vuoi raccontare davvero? Come faccio in tutto questo male, a raccontare qualcosa di emblematico e sincero?”

È sconvolgente trovarsi realmente tra chi non sta bene, lontano dai racconti fuorvianti, immersa tra persone che hanno camminato per giorni con l’intenzione di scappare il più lontano possibile da chi, a volte, vuole procurare loro la morte. Tutto questo è spiazzante, e ti tocca nel profondo. In mezzo a tutta questa confusione, mi si è presentata di fronte una donna - madre di tre figli - che ha iniziato a raccontarmi la sua storia e di come stesse scappando dall'Honduras e da un marito violento. È stato in quel momento che ho capito che dovevo fotografare le madri sole, scappate con i figli, e raccontare la loro nuova quotidianità e le loro storie, che troppo spesso passano in sordina.

Anche a Roma hai realizzato una serie di scatti in un campo profughi, che hai chiamato A Space In Between, perché hai scelto proprio questo nome?
È un nome molto evocativo, che ho scelto per tre diversi motivi. Il primo era perché in quel momento mi trovavo in una situazione di stallo, tra una relazione finita, il mio voler rimanere in Italia, e l’America dall’altra parte. Poi la presa di coscienza del fatto che l'Italia fosse cambiata rispetto a quella che avevo lasciato a 19 anni, e la sensazione di scarto tra la realtà e i miei ricordi di quando ero bambina a Roma. Il terzo motivo riguarda strettamente il fenomeno della migrazione, dal mio osservare queste persone vivere in una specie di limbo, in un Paese che non ha concesso loro il modo e il tempo di integrarsi nella società. E poi ancora, “in between” perché i profughi nel campo sono in transito.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria

Grazie a didascalie molto lunghe e precise, su Instagram associ spesso un commento politico e sociale a ciò che scatti. Perché?
In fondo, sono una giornalista. Per me la storia di una fotografia non è completa se non esiste un documento scritto ad accompagnarla. A mio parere, Instagram è una piattaforma che - soprattutto per noi giornalisti e fotografi - dovrebbe essere usata appieno anche per contestualizzare quello che mostriamo, per dare dignità alle storie delle persone che ritraiamo. Tornando alle donne di Tijuana, postare solo quelle fotografie senza raccontare tutto il resto sarebbe stato estremamente riduttivo, quindi le didascalie vanno di pari passo con le immagini, e vice versa.

Su Lensculture hai scritto che “con le tue foto cerchi di evitare gli stereotipi comunemente associati agli ebrei ortodossi.” A quali stereotipi ti riferisci, e quali sono le strategie che metti in atto per evitarli?
Quando sono andata a fotografare le donne ebree ortodosse - protagoniste del mio libro Daughters of the King - credevo fossero tutte sottomesse, che vivessero in un sistema fortemente patriarcale dove erano costrette, dopo il matrimonio, a coprirsi i capelli con delle parrucche, per sembrare meno attraenti e meno sensuali. Invece, le donne che l’universo mi ha mandato erano estremamente indipendenti: c’era un’insegnante che non aveva marito e aveva invece un figlio adottivo, e un’altra insegnante di psicologia alla Columbia University, donne che abbracciavano la propria sensualità e altre che si appropriavano delle proprie narrazioni. In quel momento ho capito che nell’ortodossia ci sono donne più emancipate di altre, e che non erano tutte sottomesse come pensassi. Molte lavoravano, avevano studiato, viaggiavano sole, mi dicevano di sentirsi più attraenti con la parrucca e mi hanno fatto capire quanto mi sbagliassi su di loro.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria

La religione occupa un posto importante all’interno della tua fotografia. Perché?
Vengo da una famiglia di origine ebraica, con bisnonni deportati ad Auschwitz, perciò ho sempre avuto una tensione verso una scoperta più profonda dell’ebraismo e della mia spiritualità. Vivendo a Brooklyn, e osservando un’enorme comunità di ebrei ortodossi, che in Italia non avevo mai visto, ho iniziato una riscoperta delle mie radici. Sono stata anche in Israele e in Palestina, poi a Parigi dove ho conosciuto le gerbine - donne ebree ortodosse originarie di Djerba, un’isola della Tunisia in cui c’è una delle sinagoghe più antiche del mondo, e infine in Marocco. Daughters of the King, e le riflessioni che mi ha portato a fare, sono state il frutto di un’irrequietezza spirituale che percepivo, e a cui ho voluto dar voce.

In quanti periodi divideresti il tua fotografia?
Essenzialmente, la dividerei in due periodi. Il primo sarebbe quello in bianco e nero di Daughters of the King, dove usavo molto il flash per creare scatti intimi ma focalizzati su di una comunità, che nell’immaginario collettivo è percepita come estremamente chiusa e alienata. Ora, invece, utilizzo molto di più i colori e sfrutto la luce naturale. Si potrebbe dire che sia diventata una fotografa diversa, ma in realtà sono solo cambiata con l’esperienza.

Ora cosa hai in mente di fare?
Credo che ora resterò in Italia per un po’, ho voglia di realizzare progetti qui. Ho raccontato storie pericolose e sconosciute per anni, ho viaggiato senza sosta, vissuto in continenti diversi, e ora ho bisogno di qualcosa di nuovo. Voglio fotografare la bellezza, quella che c’è nel nostro paese.

Federica Valabrega​ cultura fotografia documentaria
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Testo di Sumaia Saiboub
Fotografia di Federica Valabrega

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