L’esordio di Yorgos Lanthimos, "Dogtooth", esce in Italia con 10 anni di ritardo

È il film che ha dato avvio alla Greek Weird Wave e racconta una perenne quarantena, ma perché riportarlo al cinema proprio adesso?

di Carlotta Magistris
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10 settembre 2020, 7:57am

Still dal film Dogtooth

Con un ritardo di soli 10 anni, a fine agosto è arrivato nei cinema italiani Dogtooth, l’esordio di Yorgos Lanthimos (sarebbe preceduto da Kinetta, esperimento che però non è mai stato distribuito). L’approdo in Italia è stato reso possibile da Lucky Red, lungimirante casa di distribuzione che immette nelle sale italiane titoli poco scontati per il mercato locale.

Conosciuto e apprezzato internazionalmente, Lanthimos ha dato forma a ciò che oggi chiamiamo “cinema greco contemporaneo” o “Greek Weird Wave”. La nascita di questo genere è indissolubilmente legata a Dogtooth: nel 2009, infatti, il Festival di Cannes premia questa perla cinematografica con Un Certain Regard e, improvvisamente, la critica si accorge di questo regista fuori dagli schemi. Trattandosi però di un progetto di piccole dimensioni, non è prevista un’ampia distribuzione internazionale, tantomeno in Italia.

Dovremo aspettare il 2015 per avere la possibilità di conoscere nelle nostre sale l’avanguardia espressiva di Lanthimos, quando The Lobster, film con un budget nettamente più alto, si aggiudica il Premio della Giuria a Cannes e sbarca all’estero con una distribuzione capillare, sorprendendo i nuovi spettatori e ampliando notevolmente il circolo di adepti del regista greco.

Da lì, Lanthimos segue la parabola ascendente del successo, spostando lentamente il proprio baricentro dal gusto metaforico a un contesto filoamericano ben diverso da quello degli inizi. Escono così altri due film, amati anch’essi a Cannes e fuori da Cannes e di fruizione sempre più larga.

Il grande pubblico inizia così ad amarlo, i suoi primi lavori (non solo Dogtooth, ma anche Alps, il film successivo) sono sempre più di facile reperibilità grazie a quelli che nel frattempo diventano i cultori della Greek Weird Wave e si discute sempre di più su quali opere siano le vere pietre miliari questo genere, al punto che i suoi sostenitori si dividono in due fazioni: da una parte quelli per il Lanthimos filogreco, dall’altra chi preferisce il rebranding filoamericano. Ma su una cosa sono quasi tutti d’accordo: Dogtooth presenta una poetica cinematografica iconica.

Della Greek Weird Wave si parla con curiosità in tutto il mondo, cercando di individuare la coerenza formale di una corrente che, da quel poco che viene distribuito su scala internazionale, sembra sempre più in espansione. La Grecia vuole cavalcare questa ondata e cerca di lavorare sul proprio cinema, ma i soldi (o l’interesse) per le distribuzioni fuori dai confini nazionali rimangono limitati: risulta difficile per il cinema locale distaccarsi dal nome del regista, fatta eccezione per qualche film da festival disponibile in alcune piccole sale indipendenti d’Europa.

Mentre Lanthimos, forte del suo enorme successo con La Favorita, è al lavoro sul suo prossimo film, in Italia si tenta dunque di riavvicinare il pubblico alla fruizione cinematografica con la prima distribuzione italiana di Dogtooth. Una pellicola certamente iconica, ma ormai satura a livello di pubblico: con tutta probabilità, solo i conoscitori della Greek Weird Wave e i veri amanti del cinema di Lanthimos andranno a vederlo, ovvero coloro che, dopo averlo visto e rivisto online, non è detto torneranno a vederlo in sala a distanza di anni.

Perché allora distribuirlo? Una delle ragioni principali può essere individuata nella mancanza di coraggio del cinema italiano, che non osa più. Intanto, i rischi che le sale devono affrontare sono numerosi, e così il potenziale pubblico che farà rewatch di un film forte sembra il pubblico più sicuro. Ma allora possiamo parlare di investimento culturale? In un momento in cui il settore cinematografico è in crisi e i film minori che non vedranno mai le sale sono sempre di più, si può parlare di “operazione culturale”?

Il tutto suona ancora più innaturale se si tratta di una corrente come quella greca, con poco da investire e molto potenziale inespresso, soprattutto a livello internazionale, e che necessita sicuramente di una contestualizzazione più ampia e stratificata, smarcandosi dall’identificazione con un solo autore.

In conclusione, quella di Dogtooth è una distribuzione furba, ancora più di quella che è stata, un paio di anni fa, quella di Lawrence Anyways di Xavier Dolan, arrivata in ritardo di 4 anni e solo dopo una gran quantità di rassegne dedicate all’autore. Ma se la presenza di Dogtooth in sala ci fa (ri)vedere un film che racconta una quarantena perenne, morbosa e ideologica, si accettano scommesse sui doppiaggi.

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Crediti

Testo di Carlotta Magistris
Immagini: still dal film

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