Fotografia di Gie Knaeps/Getty Images, fotografia di PAT/ARNAL/Gamma-Rapho via Getty Images e fotografia di Victor VIRGILE/Gamma-Rapho via Getty Images 

Come il corsetto ha (dolorosamente) conquistato il mondo

Da Jean Paul Gaultier, Thierry Mugler e Vivienne Westwood fino a Sinéad O’Dwyer, tracciamo la storia di uno dei capi più controversi della storia della moda.

di Zoë Kendall
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29 maggio 2020, 4:00am

Fotografia di Gie Knaeps/Getty Images, fotografia di PAT/ARNAL/Gamma-Rapho via Getty Images e fotografia di Victor VIRGILE/Gamma-Rapho via Getty Images 

Mancano esattamente 48 ore al Met Gala e Kim Kardashian-West è alle prese con l'ultimo fitting del suo abito firmato Thierry Mugler che indosserà all'evento. Usiamo il verbo "presa" in maniera del tutto letterale, perché, in effetti, è rinchiusa e immobilizzata dentro a quell'abito. Intanto, mentre racconta a Vogue qual è l'ispirazione che l'ha spinta a scegliere proprio quel look—“[Mugler] è, tipo, il re del camp,” afferma—tre persone le stringono un corsetto attorno alla vita. Lo ripetiamo: tre persone.

Ed è evidentemente scomoda: gli occhi che sfuggono alla videocamera, i sospiri di fatica, le difficoltà a trovare le parole giuste. “Se non mi siederò per la cena, sapete già il perché. Starò in giro a chiacchierare,” dice parlando con Vogue, mentre sta pericolosamente seduta sul bordo di una sedia. Due mesi dopo il gala, WSJ Magazine ha chiesto a Kim di raccontare la sua esperienza dell'ormai rinomato vestito dalla vita incredibilmente stretta. “Non ho mai sperimentato così tanto dolore nella mia vita,” ha dichiarato.

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Fotografia di Karwai Tang/Getty Images.

“Il corsetto è forse uno dei capi più controversi di tutta la storia della moda," scrive la storica della moda ed esperta di corsetto Valerie Steele in The Corset: A Cultural History. Il capo--un corpino rigido con lacci, con la precisa funzione di dare una forma specifica al torso--ha una storia a dir poco tumultuosa. Considerato uno dei vestiti più polisemantici esistenti, il corsetto è sia decorazione che armatura, sprigiona desiderio, comporta una restrizione e rende possibile uno dei trucchi più magici della moda, il rimodellamento delle forme del corpo.

È infatti questo oggetto ad avere scolpito e formato gli ideali di bellezza della donna fin dal 1500. A causa del modo in cui deforma il corpo e costringe le libertà personali delle donne, i dottori del XVI Secolo lo hanno descritto come uno "strumento di tortura," e così anche le femministe del XX Secolo. Eppure, nonostante tutto, questo capo è ricomparso tra i trend delle collezioni Primavera/Estate 20. Perché?

Anche se esempi precedenti--realizzati con tele di cotone e ferro--risalgono ad epoche ancora precedenti, il corsetto così come lo conosciamo oggi è nato nel 1500. Chiamato anche “stay” (che in inglese rimanda a qualcosa "che fa stare qualcos'altro nella posizione ritenuta corretta"), era proprio come adesso, con le nervature tipiche e i lacci legati sulla schiena--proprio lo stesso che potremmo vedere in un'adattamento di Shakespeare o nell'ennesimo costume drama con Keira Knightley.

A cambiare nel tempo, invece, sono i modi in cui viene realizzato. Nel XVI secolo il corsetto è costruito con materiali rigidi, come corna, tele e più comunemente ossa di balena. La disciplina--sia mentale che fisica--è una virtù che ogni singolo membro dell'élite europea deve possedere, e dunque il corsetto era un modo per mantenere il controllo sul proprio corpo: indossato dalle donne (e anche da alcuni uomini), serviva a mantenere il corpo eretto, migliorando la postura e restarci.

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Ritratto di Marie-Antoinette con una rosa, dipinto da Vigée-Le Brun (1783). Fotografia di Universal History Archive/Universal Images Group via Getty Images.

Un altro motivo che spinge le donne a indossare i corsetti è la volontà di attenersi agli standard di bellezza del momento. Nel XVI secolo, il corpo ideale è costituito da un torso allungato e conico, con il corsetto che arriva fino ai fianchi. Nel '700, invece, si preferisce una silhouette più corta, a clessidra. Nel XIX secolo i corpini sono così stretti da schiacciare il seno in su e all'infuori, per creare la tanto desiderata forma a S. Il comune denominatore è comunque la vita stretta, piccola, e le donne sono disposte a soffrire parecchio per ottenerla.

La Duchessa del Devonshire Georgiana descrive così il suo malessere nel romanzo del 1778 The Sylph: “Le mie povere braccia sono doloranti; e i miei fianchi troppo stretti! Ma è così che dev'essere; e l'orgoglio non prova nessuna pena.” Nello stesso secolo, la poetessa Elizabeth Ham fa riferimento ai corsetti dicendo che sono “la cosa più simile al Purgatorio che io conosca.” Per ottenere i risultati desiderati, i corsetti deformano le costole e storcono le spine dorsali di chi li indossa, provocando forti dolori.

Nel XVI secolo i chirurghi avanzano la teoria secondo la quale potessero causare anche problemi respiratori, arrivando a teorizzare la morte per soffocamento dopo un uso prolungato di questo oggetto. E mentre queste teorie, oltre alle leggende che raccontano della rimozione di costole da parte delle donne per raggiungere la misura ideale della vita, sono da considerarsi false, è vero che i corsetti, anche quelli moderatamente stretti, causano difficoltà a respirare, provocando di conseguenza palpitazioni, fiato corto e svenimenti. Non deve dunque sorprendere che i progressi nell'emancipazione delle donne abbiano comportato la quasi totale scomparsa di questo capo. All'inizio del XX secolo il couturier francese Paul Poiret--che notoriamente odiava il corsetto--gli dichiara guerra in nome della libertà. Inoltre, durante la Prima Guerra Mondiale, quando le donne sono per la prima volta costrette a lavorare, il capo viene dimenticato. Ma per poco.

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Fotografia di John van Hasselt/Sygma via Getty Images.

Nel 1987 la designer inglese Vivienne Westwood dà nuova vita al corsetto, rivoltando il capo su se stesso--letteralmente. In pieno stile Westwood, la collezione anarchica dell'Autunno/Inverno 87, chiamata Harris Tweed, si prende gioco proprio di quella nobiltà inglese puritana, trasformando i loro tessuti tradizionali (l'Harris Tweed) e i loro capi (i corsetti) in abiti contemporanei e alla moda. Westwood ha nominato i corsetti della collezione--che diventeranno uno dei suoi capisaldi--“Statue della Libertà,” e, in effetti, erano davvero una liberazione in senso stretto. Diversamente dai corsetti che costringevano e deformavano il corpo, le confezioni di Westwood erano puramente decorative, costruite in pannelli di lycra e chiusi con una zip sul retro. Alzavano il petto, ma lasciavano che chi li indossava potesse respirare liberamente. E, ancora più importante, erano i primi corsetti ad essere indossati per essere visti. Improvvisamente, quello che prima era un simbolo di oppressione della donna, diventa l'uniforme della terza ondata femminista. Rispetto ai corsetti, la designer ha affermato a L’Officiel: “Stanno benissimo sia a chi non ha seno, sia a chi può farlo ballonzolare sopra.”

Anche per Madonna il corsetto è un simbolo di potere proprio allo stesso modo. Per la prima performance del suo tour del 1990 Blond Ambition, l'artista si spoglia di un blazer per rivelare quel corsetto di satin con il seno a coni che tutti conosciamo. Una mossa che resterà nella storia, definendo l'estetica e il lascito di Madonna come vera pop star, finendo per farla diventare la vera icona della cultura pop.

Ma come ha fatto un solo capo a causare tanto scalpore? Diversamente da quelli di Westwood, il corsetto di Jean Paul Gaultier è costruito in modo da spogliare la figura femminile dalle tipiche curve, delineando invece una silhouette costituita da spigolose spine pronte a pungere. Il look è intimidatorio, risoluto; simboleggia una donna in completo controllo della propria sessualità, quasi fosse una dominatrice. E mentre indossa il corsetto di JPG (sopra un paio di pantaloni, vorrei aggiungere), Madonna balla, simulando l'atto della masturbazione, muovendo le anche e cantando: “You’ve got to make him express himself.”

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Fotografia di Gie Knaeps/Getty Images.

Entro la metà degli anni '90, il corsetto conquista le passerelle di tutta Europa. Pensate il primo John Galliano, famoso per i riferimenti storici nei suoi design, che usa il corsetto per raccontare le storie che hanno poi finito per definire la sua estetica. La collezione Primavera/Estate 93 del designer inglese, intitolata “Olivia the Filibuster”, racconta la storia di moschettieri naufragi e i modelli si fanno strada sulla passerella in giacche e corsetti di pelle e bustini rigati. Per la sua collezione Autunno/Inverno 93, invece, che racconta la storia di una principessa russa del XIX Secolo, Galliano fa uscire Kate Moss sulla passerella in una gonna con crinolina e corsetto abbinato.

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Fotografia di PAT/ARNAL/Gamma-Rapho via Getty Images.

E, ovviamente, bisogna nominare Mugler. Cosa ne sarebbe stato della rinascita del corsetto nel 20esimo secolo senza il re del camp, il maestro degli show da passerella, il couturier francese Thierry Mugler? È lui il responsabile non solo di alcuni dei momenti più iconici degli anni '90, ma anche di alcuni dei look più audaci di tutti i tempi. E tutto questo può essere incarnato nel look 101 della sua collezione couture Autunno/Inverno 95. Come un cavaliere Arthuriano dal futuro (o un cyborg dal passato), la supermodella tedesca Nadja Auermann si fa largo sulla passerella indossando un corsetto totalmente ricoperto di brillanti, con maniche articolate abbinate. E anche se il designer si è ufficialmente ritirato a vita privata nel 2002, i suoi design estremi--e corsetti estremi--vivono ancora oggi, sotto la direzione creativa di Casey Caddawaller. Il successore di Mugler sta infatti riesumando tutti i capi più iconici di Mugler, ponendoli nella contemporaneità per creare dei momenti di moda contemporanea indimenticabili. Bella Hadid ha aperto la sfilata Primavera/Estate 20 indossando forse uno dei look più sexy e virali della stagione: un corsetto di mesh, con un micro blazer e niente pantaloni.

E, dopo Madonna nel corpino conico di Gaultier, il momento iconico del 21esimo secolo è arrivato il 1 Giugno, 2015, quando Caitlyn Jenner appare sulla copertina di Vanity Fair, i capelli raccolti di lato, indossando un sontuoso corsetto di satin di seta. Il look è un'ode alla pin-up per eccellenza--ossia la prima cover star di Playboy, Marilyn Monroe in persona--e un modo altrettanto potente per reclamare il suo spazio da donna transgender, ed esprimere la sua identità di genere.

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Glenn Close in "Dangerous Liaisons". Fotografia di Metro-Goldwyn-Mayer/Getty Images.

Ma nessuna persona vivente oggigiorno conosce i corsetti meglio di Keira Knightley. L'attrice è diventata sinonimo del period drama, il tipo di film storico in cui puoi rintracciare ben più di qualche corsetto. Il genere cinematografico stesso è uno dei massimi promotori e detentori del corsetto. Pensate a Kirsten Dunst nel film di Sofia Coppola, Marie Antoinette, il suo petto sostenuto e rinchiuso in strati e strati di fiocchi in seta, sbuffi e volant di pizzo. Allo stesso modo, vedi il decolletè di Glenn Close in Relazioni Pericolose che ci fa quasi venir voglia di infilarci in uno di quei capi letali. E come dimenticare l'immagine di Viven Leigh come Scarlett O’Hara, i gomiti vicini al corpo, totalmente immobili causa corsetto. O Knightley come Elizabeth Swann, sofferente, mentre le sue damigelle la stringono dentro ai lacci del corsetto. Un paio di scene dopo, si vede Elizabeth con il fiato corto, mentre cade da un castello in cerca di aria. Knightley ha indossato il corsetto in nove diversi dilm. Un'esperta del corsetto, se vogliamo, e la sua dichiarazione in merito è stata: “Assolutamente orribile.”

E mentre molti pensano che la collezione Autunno/Inverno 16 di Prada--dove il pezzo centrale era un corsetto mezzo allacciato di tela bianca -- sia stata la rinascita del capo più recente, è invece stato il brand indipendente basato a Sydney Daisy che lo ha riproposto in chiave più contemporanea. Un'interpretazione millennial di una fantasia da campagnola, la collezione Primavera/Estate 15, intitolata “Pure Country”, ha offerto una selezione di abiti in broderie anglaise, allacciati dal collo fino all'orlo, assieme ad altri corsetti e bustini più "da casa", stampati su gingham o prodotti in pelo di vitellino. Il look, secondo il brand, faceva riferimento ad un erotismo da tutti i giorni, un frizzante sexy quotidiano che dimostrava come la ragazza della porta accanto potesse trascendere i classici jeans e t-shirt. E questo stile è diventato virale anche tra le Insta-girl più famose--da Kendall Jenner a Bella Hadid fino a Petra Collins--vestite in corsetti, micro abiti in pizzo, il tutto allacciato in maniera larga con nonchalance.

E se anche corsetto è scomparso dal guardaroba delle donne nel XX Secolo, gli ideali che rappresentava--dannosi o meno--hanno continuato a persistere nel tempo. Invece che i corsetti di ossa di balene, le donne hanno internalizzato il concetto di corsetto attraverso diete, esercizi, operazioni di cosmesi, ritocchi digitali e bibitoni dimagranti. E la lista potrebbe andare avanti all'infinito. Non sorprende che negli anni '10 del 2000, il corsetto abbia fatto ritorno nella sua forma più funzionale. Nell'era della gratificazione istantanea--film e musica a portata di click, la possibilità di trasformare il proprio corpo con app tipo Facetune--perché aspettare lunghi mesi di fitness e diete?

Anche i simboli di questa Insta-era, le Kardashian, hanno iniziato a produrre delle fasce contenitive per la vita, dispositivi simili al corsetto che promettono di contenere e modellare la vita fino ad averla perfettamente stretta. E gli esperti di salute hanno dichiarato le loro perplessità a riguardo, dicendo che, nel migliore dei casi, non comporta nulla di male, ma nel peggiore può provocare problemi strutturali molto gravi. Nonostante questi avvertimenti, il trend ha avuto molto successo: un modello in particolare ha ricevuto più di 3.000 review su Amazon. Ironicamente (oppure no), il copy del prodotto ci pone una domanda: “Vuoi un fisico come quello di Kim Kardashian?”

Altri due brand emergenti stanno stanno riportando in voga i corsetti per la stagione Primavera/Estate 20: l'australiano all is a gentle spring e la newyorkese Kristin Mallison. Seguendo i passi di Daisy, entrambi si approcciano a questo capo con una certa nostalgia. Il pezzo forte di all is a gentle spring è un corsetto stampato con un pattern alla Toile de Jouy, che ritrae scene idilliache proprio dell'era in cui il capo stesso spopolava. Stessa cosa vale per Mallison e i suoi vari prototipi, realizzati da tessuti vintage di tappezzeria, ricamati con tavole elaborate che raffigurano la vita di corte del XVIII secolo. Entrambi i brand hanno dunque riportato in auge questo pezzo del vestiario femminile all'interno dell'era digitale, dove sembra starci piuttosto bene. Instagram spinge tutto ciò che è stile e fantasia; e il corsetto--con il suo look estremo--va contemporaneamente in entrambe queste direzioni.

Per alcuni designer emergenti, il corsetto significa infine protezione, dal clima politico e sociale in cui è immerso il mondo di oggi. Il duo dietro al marchio britannico Charlotte Knowles ha intitolato la loro collezione Primavera/Estate 20 “Venom”, in un'ode a quelli che definiscono "corsetti militari". Invece che lacci e gancetti, i corsetti di Knowles si chiudono con velcro e bottoni automatici, come se fossero giubbini da battaglia; le venature in ossa di balena vengono qui rimpiazzate dal silicone, per essere pronti al combattimento in qualsiasi momento. “La nostra donna si trova a combattere per il suo posto nel mondo,” ha affermato a Vogue il designer di Knowles, Alexandre Arsenault. “È forte e pericolosa.”

Allo stesso modo, la designer londinese Dilara Findikoglu, conosciuta per il suo stile goth storico, ha vestito Madonna con quello che lei stessa chiama corsetto armatura, in occasione della performance all'Eurovision del 2019. Dopotutto, il corsetto non è poi così diverso dai pettorali di un'armatura.

Di tutti i designer che stanno ridando vita al corsetto per questa stagione, nessuno lo sta facendo però come Sinéad O’Dwyer. Calchi in silicone, modellati sulle forme delle sue muse ed amiche, i corpini di O’Dwyer condividono davvero poco con il capo originale, a parte i lacci e il focus sulle forme femminili. Dove i corsetti storici cercavano di modificare il corpo di chi li indossava, quelli di O’Dwyer invece abbracciano le forme reali del corpo -- dal seno cadente, alla cellulite, e tutto il resto. I suoi design sono una risposta agli standard di bellezza contemporanei, quegli stessi standard di cui il corsetto è stato un emblema fin dal 1500; l'intento è quello di dare spazio tutti i tipi di corpi e di forme, partendo dall'industria della moda. “Il mio lavoro è una specie di 'vaffa**lo', una dichiarazione di orgoglio del proprio corpo. Credo che esprima il potere che scaturisce nel momento in cui una donna decide che non deve più attenersi allo status quo,” spiega. “Non dovresti sentirti in dovere di vivere uno standard esterno a te. Tu dovresti avere il controllo.”

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

E se ti interessasse un'altra storia, ecco quella del naked dress:

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