Perché dovrebbero essere le persone indigene e le donne nere a condurre il dibattito sul clima

Yessenia Funes spiega come la crisi climatica sta colpendo le persone indigene, nere, trans e queer.

di Yessenia Funes; traduzione di Carolina Micella
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14 giugno 2022, 5:28pm

Questo articolo è apparso originariamente nel numero cartaceo di i-D “The Earthrise Issue”, N. 368, Estate 2022. Ordina la tua copia qui.

C’è molto che ancora non sappiamo sulla crisi climatico. Quanto diventerà calda la Terra? Quali specie si estingueranno? Quanti ghiacciai si scioglieranno? Quello che sappiamo è che le risposte a queste domande determineranno il destino del nostro pianeta, ma anche che non ogni individuo ne avvertirà le conseguenze allo stesso modo. La parte del mondo assetata di potere si nutrirà dei disastri per i propri fini politici o finanziari e l'élite bianca e ricca continuerà a vivere nel lusso, in una condizione ben fuori dalla portata della maggior parte delle persone. Intanto, la classe operaia annegherà nel mare di debiti e di devastazione che un pianeta in rapido riscaldamento comporta, distruggendo la tua casa o danneggiando chi ti sta accanto.

Questa è l’ingiustizia climatica: le persone che provocato questa tragedia staranno bene, mentre la maggioranza del globo soffrirà. All'inizio di quest'anno, nell'ambito del suo sesto rapporto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) [Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, NdR]—organismo indipendente di scienziati che esamina le ultime ricerche sul clima per guidare i policy maker—ha additato il colonialismo non solo come uno dei motori della crisi climatica, ma come un problema ancora in corso che sta mettendo in difficoltà molti paesi del globo. L'Africa, ad esempio, è una delle regioni maggiormente sottoposte all'impatto della crisi climatica, eppure rappresenta la quota più piccola delle emissioni globali di gas serra. Chi vive in questo continente sta già subendo forti ondate di calore alimentate da carbonio e siccità, con cicloni destinati ad aumentare. Nel frattempo, però, molti degli abitanti non hanno ancora accesso all'elettricità, il principale responsabile delle emissioni globali.

Vediamo i leader mondiali porre domande ai miliardari bianchi magnati della tecnologia, quando sono le matriarche indigene e le donne nere ad avere le risposte."

E ancora, cosa dobbiamo aspettarci da un mondo basato sul colonialismo e sul capitalismo? Da civiltà che vivono di sfruttamento ed esclusione? Viviamo in sistemi in cui gli ultra-ricchi esistono a causa degli ultra-poveri, dove la maggior parte dei CEO tratta la Terra nello stesso modo in cui tratta chi lavora per loro. La crisi climatica è una crisi dei diritti umani. Questo livello di gravità e di urgenza ci offre l'opportunità di reimmaginare completamente la quotidianità della vita.

Così come i leader possono stabilire le regole del pianeta, hanno anche il potere di eliminare la disuguaglianza perversa che opprime centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, di creare posti di lavoro sostenibili, di multare chi inquina, di proteggere le foreste pluviali e di costruire più parchi urbani. Tutto ciò non solo ridurrebbe le emissioni, ma aumenterebbe anche la salute pubblica e la biodiversità. Dobbiamo cambiare la nostra prospettiva per soddisfarci con meno. E chiediamo che ogni individuo abbia più della sufficienza. Questa è giustizia climatica.

Gli esseri umani, una volta, vivevano in un modo molto diverso: c'è stato un tempo in cui i fiumi scorrevano puliti, prima che le ciminiere apparissero all'orizzonte, e in cui non era necessario fare sempre affidamento ai negozi di alimentari per ogni nostro pasto—avevamo la terra. Tutto è cambiato quando alcuni umani si sono avventurati in cerca di abbondanza, ma hanno trovato solo scarsità.

Quando le forze europee sono arrivate nelle Americhe, durante il XV secolo, ne è conseguita una rapida deforestazione e un disastro ecologico: alcuni ricercatori hanno scoperto che più della metà delle specie di lucertole e serpenti di Guadalupe si è estinta dopo la colonizzazione. La rivoluzione industriale, poi, ha aggiunto un altro livello di degrado ambientale quando le centrali elettriche a carbone hanno iniziato a inquinare aria e acqua.

In tutto ciò, molte comunità sono state ferite, gli indigeni che già vivevano nel Nord America hanno perso quasi tutta la loro terra a causa della colonizzazione—mantenendo a malapena la loro cultura—, gli imperi africani sono diventati colonie europee e, poco dopo, i corpi neri sono diventati merce. Gli Stati Uniti non si sono ancora riconciliati con la loro eredità di schiavitù, che ha creato un'immensa ricchezza per gli Stati Uniti e ha lasciato secoli di traumi ai discendenti delle persone ridotte in schiavitù.

L'esistenza di persone nere e indigene, oggi, è una testimonianza del loro spirito, ma ancora una volta la loro sopravvivenza è minacciata—e, ancora una volta, la colpa è dell'avidità. Nel frattempo, le compagnie di combustibili fossili e i loro alleati governativi continuano a inquinare negli stessi modi che hanno già riscaldato il pianeta di circa 1,1 gradi Celsius, e continuano a danneggiare le stesse comunità il cui lavoro e la cui perdita hanno alimentato la loro ascesa.

“Quasi la metà della foresta intatta dell'Amazzonia si trova su territori indigeni. Non è una coincidenza.”

In risposta alla crisi climatica, tutto questo deve cambiare, e i leader mondiali devono finalmente riparare a secoli di abusi includendo le comunità black, indigene e POC nei loro sforzi per decarbonizzare le società. Per troppo tempo le voci dei bianchi hanno dominato, mettendo a tacere tutte le altre.

Vi ricordate di quando l'Associated Press ha pubblicato una foto di attivist3 per il clima della gioventù bianca, tra cui Greta Thunberg, ma ha tagliato Vanessa Nakate, che è ugandese? Oggi vediamo i leader del mondo porre domande ai miliardari magnati della tecnologia bianca come Elon Musk e Jeff Bezos, mentre sono le matriarche indigene e le donne nere ad avere le risposte. Perché, dopo tutto, le loro comunità sono quelle che stanno già vivendo le calamità climatiche.

Risolvere la crisi climatica richiede più della riduzione delle emissioni: richiede un cambiamento culturale che ci connetta più profondamente alla natura, in modo che gli esseri umani smettano di sfruttarla. Richiede un'evoluzione della nostra economia per incentivare la protezione degli ecosistemi anziché distruggerli. Richiede di ascoltare le persone che hanno vissuto in armonia con la Terra.

Per millenni, molte comunità indigene e nazioni tribali si sono lasciate guidare dalla Terra, e ancora oggi molte di queste culture non vedono affatto le risorse naturali come risorse, ma come parenti: nel Pacifico nord-occidentale americano, ad esempio, la nazione Lummi considera le orche in via di estinzione che nuotano nelle acque costiere come parte della loro famiglia. In Australia, la nazione Yuin ha dato fuoco alla sua terra per impedirne l'incenerimento in massa, come abbiamo visto durante la stagione degli incendi boschivi 2019-2020—eventi senza precedenti nel paese.

Molte comunità indigene, dunque, ancora oggi hanno questa visione del mondo, e le Nazioni Unite, in un rapporto del 2021, affermano che la deforestazione, nelle terre di queste popolazioni, è inferiore rispetto a quella del resto del mondo. In termini tecnici, ciò si traduce in un massimo di 59,7 milioni di tonnellate di carbonio immagazzinate. Nell'Amazzonia boliviana, colombiana e brasiliana, la foresta ha visto ecosistemi simili, ma non gestiti da popolazioni indigene, deforestati di metà o un terzo. Oggi, quasi la metà della foresta intatta dell'Amazzonia si trova su territori indigeni—non è una coincidenza.

Se non impariamo dal passato, le conseguenze saranno devastanti. Il nostro futuro può andare in tanti modi, ma tutto dipenderà da quanto urgentemente i leader mondiali si affretteranno a ridurre le loro emissioni, e da quanto le persone li spingeranno a farlo. E comunque vada, le cose saranno molto diverse da adesso alla fine del secolo. Anche un ottimistico aumento della temperatura globale di due gradi Celsius renderebbe gli eventi di caldo estremo—che prima si verificavano una volta ogni 50 anni—quasi quattordici volte più probabili, e il tipo di siccità che si verificava una volta ogni dieci anni diventerebbe quasi due volte e mezzo più probabile. Non può venirne fuori nulla di buono.

"Le prove scientifiche sono inequivocabili: il cambiamento climatico è una minaccia per il benessere umano e la salute del pianeta."

Si legge in un rapporto dell'IPCC, che indica in modo chiaro chi soffrirà maggiormente di questi impatti. Molti paesi africani sentiranno infatti un caldo estremo molto prima dei paesi del nord del mondo, e si prevede che i loro cicloni tropicali diventeranno più intensi. E mentre la crescita economica del continente è già stata colpita, la disuguaglianza di reddito è peggiorata.

Anche negli Stati Uniti gli individui neri sopportano un peso sproporzionato rispetto a quelli bianchi. La segregazione ha portato a quartieri neri con meno alberi e più cemento, che diventano di conseguenza più caldi con l’arrivo dell'estate. Se guardiamo poi alle prigioni statali degli Stati Uniti, le persone nere americane incarcerate sono quasi cinque volte di più di quelle bianche, e il cambiamento climatico è particolarmente brutale per chi è dietro le sbarre, dove l'aria condizionata e l'evacuazione durante un uragano sono un lusso. Questa minaccia raddoppia ulteriormente per le persone trans incarcerate, che stanno simultaneamente combattendo un binarismo di genere tossico che le penalizza semplicemente perché esistono nel mondo.

In effetti, le persone queer sono una comunità particolarmente vulnerabile alla crisi climatica. Quando si verificano disastri, è meno probabile che le risorse del governo riconoscano una coppia omosessuale in cerca di aiuto o una donna trans il cui volto non corrisponde al suo documento d'identità. Inoltre, molti membri della comunità LGBTIQA+ hanno una famiglia scelta che non è biologica, e che i servizi federali non considerano legittima.

Molte persone vivono già sotto un velo di discriminazione e oppressione, e la crisi climatica non farà altro che peggiorare la situazione: gli esperti lo definiscono un moltiplicatore di minacce. Attraverso l'obiettivo della giustizia climatica, i leader possono oggi adottare misure per guarire il pianeta dal suo passato, migliorando finalmente la vita delle persone che ci vivono—e stiamo finalmente cominciando a vedere uno spiraglio di come potrebbe andare.

In Australia, ad esempio, più di 395 mila acri di terra sono stati restituiti al popolo dei Kuku Yalanji orientali, incluso il Daintree National Park, patrimonio mondiale. Gli Stati Uniti hanno finalmente bloccato il famigerato gasdotto Keystone XL, dopo un decennio di leader indigeni insorti per fermarlo. Il Costa Rica dipende quasi interamente dall'elettricità rinnovabile, dandoci un'idea di cosa è possibile fare quando siamo disposti a sognare e immaginare. In definitiva, è proprio questo ciò che ci vorrà per costruire un nuovo mondo: immaginazione radicale.

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