Intervista a Mino Luchena, l'ultimo ribelle di Milano

Artista, tatuatore, gabber e dj, con le sue opere porta avanti un'attitudine sovversiva, radicale e underground.

di Carolina Davalli
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31 marzo 2022, 3:02pm

A sinistra: fotografia di Parinya Wongwannawat dal backstage Vitelli F/W 22-23; a destra: opera di Mino Luchena

Nato a Pesaro e da anni parte integrante della scena creativa milanese, Mino Luchena è un artista poliedrico che spazia dal tatuaggio alla grafica, dalla performance all’arte, dall’installazione alla curatela, con la stessa facilità con cui mixa la propria collezione di dischi rarissimi quando si trova a suonare in giro per l’Italia.

L’esperienza della musica è infatti uno degli elementi fondanti della sua visione artistica, una dimensione materiale e immateriale brulicante di ispirazioni ad alto tasso tachicardico, input da recepire, assorbire, traspirare e poi rigettare nel proprio universo creativo. Gabba—è uno degli storici supporter e amici di Gabber Eleganza—acid, speedcore: i suoni veloci e incalzanti sono una metafora dell’agilità con cui Mino balla su discipline e pratiche, sovvertendone le regole e riscrivendone di proprie.

Così, sulla scia del sodalizio col marchio di streewear IUTER, della recente collaborazione con il brand di maglieria sperimentale Vitelli—per la cui la collezione Fiori di Lillà - Gioventù Cosmica 2022 ha disegnato delle illustrazioni diventate poi applicazioni, banner e grafiche—e della prima mostra personale Bang Your Head presso MEGA a Milano, abbiamo voluto contattare Mino per saperne di più sulle sue visioni artistiche e quali influenze agiscono sulla sua produzione creativa.

Ciao Mino! Quando e in che modo ti sei avvicinato al mondo creativo?
Non saprei dare un inizio esatto al mio percorso creativo. Fin da adolescente mi interesso e faccio ricerca intorno al mondo dell’arte visiva, dal fumetto, passando per le fanzine fino ai video clip. In generale, ho sempre disegnato tanto, ma è stato quando mi sono trasferito a Milano 15 anni fa—per frequentare il corso di Arte Multimediale all’Accademia di Brera—che mi sono aperto sempre di più ad altri media, e conseguentemente anche ad altre estetiche e ad altri linguaggi.

**Da quanto fai il tatuatore e illustratore e quali sono le tue fonti di ispirazione?
**L’illustrazione è una pratica che fa parte di me più o meno sempre. Poi, intorno ai 19 anni, grazie anche ad alcune influenze estetiche familiari e al mio interesse diffuso per le sottoculture, ho iniziato a integrare le mie illustrazioni con soggetti del tatuaggio classico. Dalla preparazione di tavole di flash sono passato al tatuaggio vero e proprio, fino a renderlo al mia professione principale. Del tatuaggio ho un’idea piuttosto tradizionale e lo ritengo un ambito a parte che preferisco non contaminare troppo con altre mie ricerche o produzioni.

La tua è un’arte multidisciplinare, cosa ti porta a scegliere di adottare una certa pratica per realizzare un progetto? E come cambia il tuo approccio?
La mia ultima produzione è tendenzialmente pittorica, ma ho integrato anche un discorso di scultura digitale riprodotta tramite stampa 3D. Mi interessa l’idea di commistionare manualità artigianale con tecniche più contemporanee come il taglio laser o la stampa 3D.

Credo che la tecnica e l’idea debbano sempre andare di pari passo e farsi aiutare dai macchinari adatti a raggiungere quello che manualmente non potresti fare. È per me il modo migliore per ottenere un risultato soddisfacente. Soprattutto, se si riesce a collaborare con artigiani, che concorrono a dare un senso ulteriormente professionale  al tuo lavoro.

Come descriveresti il tuo immaginario?
Il mio immaginario è l’insieme di tutto quello che mi affascina e ricerco da anni. Essendo molto legato all’ambiente musicale, molto parte da lì: dalle copertine dei dischi, dai videoclip musicali, dai volantini delle serate, ma anche dall’abbigliamento legato alle sottoculture musicali di ogni epoca. Un ruolo altrettanto fondamentale lo giocano libri e fumetti: vado due volte a settimana in libreria e cerco di uscire sempre con qualcosa che mi colpisce, anche se, nell’immediato, non so come lo utilizzerò. Un bagaglio di referenze e immagini che, anche quando meno te lo aspetti, può tornare sempre a galla nel tempo.

Sono abbastanza scettico sulla ricerca tramite Internet. È forse troppo immediata e spesso lascia trasparire solo gli elementi più “caldi’’ di un certo momento storico. Mi interessa restare aggiornato, osservare e guardare quello che succede, ma cerco di creare dei miei percorsi personali, dettati da ricerche più approfondite. Poi, se questo porta a un immaginario che può diventare contemporaneo, tanto meglio, ma non mi interessa troppo seguire le mode.

Tre personaggi o figure chiave che ti hanno ispirato (o continuano a farlo) e perché?
Direi i The Residents storica band Americana molto attiva sia musicalmente che artisticamente. Quando li ho scoperti a 15 anni sono rimasto folgorato dai loro videoclip, hanno sempre avuto un’estetica forte. Basti pensare che si sono sempre presentati in pubblico col volto coperto e la loro maschera più celebre è un intero bulbo oculare. Non hanno mai smesso di sperimentare dagli anni ‘70 ad oggi.

Poi direi Roland Topor, un artista multidisciplinare (illustratore, sceneggiatore, attore, scenografo…) francese attivo negli anni ‘60 e ‘70. le sue opere sono un insieme di idee e formalizzazioni pazzesche, credo sia la prima figura della quale non si può buttare via niente. Infine, tutta la scena dei miei amici di Milano e non, che creano progetti per passione e interesse. Il confronto e lo scambio con queste realtà mi aiuta a capire perché è importante darsi da fare e cercare qualcosa che faccia stare bene, qualsiasi sia il media utilizzato.

led bang your head mino luchena

Hai collaborato all’ultima collezione Vitelli, Fiori di Lillà, realizzando delle illustrazioni diventate poi applicazioni per alcuni abiti. Com’è stato collaborare con il brand e approcciarsi a un progetto di moda?
Collaborare con Vitelli mi è piaciuto molto. Una volta ricevuto il moodboard, sono stato piuttosto libero di interpretare e muovermi verso una direzione anche personale e siamo riusciti a sviluppare grafiche e degli artwork che sono poi stati trasformati artigianalmente per diventare qualcosa di più forte del semplice disegno su abbigliamento. La relazione e l’intreccio tra media diversi (in questo caso pittura, artigianato e sartoria) e l’unione di molteplici figure professionali porta a un risultato più aperto e articolato. Ho anche dipinto a mano i banner che sono stati poi usati per la sfilata, dando organicità nell’ambiente e valorizzando l’idea di fondo della collezione.

La musica è una parte importante del tuo processo creativo? In che modo influenza il tuo lavoro?
La musica è una delle fonti di ispirazione più importanti per me, in tutto quello che faccio. Sono un musicista del tutto incapace e ho sempre invidiato chi è in grado di esprimersi attraverso il suono. Cercare di tradurre in maniera visiva le sensazioni che mi dà la musica è la base del mio lavoro. Un esempio di questa volontà è la mostra Bang your Head che ho appena realizzato da MEGA, a Milano.

Bang your Head **è la tua prima mostra personale. Da quanto ci lavoravi? Raccontaci di come ha preso forma e quali sono le intenzioni dietro al progetto.
**Il progetto Bang your head nasce diversi mesi fa, da una sensazione che provo ogni volta che ascolto certa musica che qualcuno potrebbe considerare “estrema”. Questo aspetto si integra a una ricerca che ho iniziato qualche anno fa sull’idea di memoria genetica, prendendo ispirazione da Altered States di Ken Russel, in cui il protagonista, tramite la meditazione, segue un percorso a ritroso sino a trasformarsi in una bestia primitiva.

Considero sonorità forti—come breakcore, speedcore e terrorcore—una sorta di ritorno a uno stadio primitivo. Nell’antichità, quando avveniva un cataclisma inaspettato, i suoni e i rumori prodotti da questo erano qualcosa che ti spaventava, spezzava certe corde interiori e allo stesso tempo affascinava e apriva a nuove emozioni. Poi, tramite un dialogo con Costanza Candeloro, alla quale ho passato gli appunti che ho scritto, è venuta fuori una sorta di testa che rappresenta e racconta queste riflessioni.

**Si tratta di un progetto multisensoriale stratificato, quali sono le scelte curatoriali dietro al progetto?
**Diciamo che l’idea era di non fermare il progetto al semplice aspetto contemplativo, cercando di renderlo più immersivo e per certi versi esperienziale. Ho lavorato con vernici fosforescenti e lampade UV, ma anche con una soundtrack studiata, nel tentativo di mettere in relazione il pubblico con un contesto specifico, offrendo un’esperienza complessiva più ampia rispetto a quello che avevo in mente.

E chi è questo essere? Cosa rappresenta?
Non è un lui, ma nemmeno una lei, né una persona non-binary. È il Big Bang, il primo grande suono che ha prodotto tutto e ha fatto arrivare a dove siamo adesso. È il primo BANG musicale che ha fatto muovere l’universo.

volantino story instagram mino luchena

**Se dovessi fare da mentore a un giovane artista oggi, che consigli gli daresti?
**Non ho certo l’esperienza e la capacità di fare da mentore a nessuno. Il consiglio che mi sentirei di dare a chiunque è quello di fare digging il più possibile, perché la ricerca porta alla creazione di un immaginario personale e continua ad aprire mondi.

Lasciaci con delle indiscrezioni sui tuoi prossimi progetti.
Sicuramente andrò avanti a svolgere il mio lavoro di tatuatore, con l’idea di continuare le collaborazioni con diversi brand e di fare presto una nuova mostra.

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Crediti

Testo: Carolina Davalli
Fotografia cover: Parinya Wongwannawat

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