La vita nel South Bronx dagli anni '80 a oggi, in foto

Il reportage del fotografo portoricano Ricky Flores riscrive la storia della sua comunità, al di là della narrazione razzista dominante.

di Miss Rosen
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20 aprile 2022, 10:33am

"Oggi, il rap ora è un'industria che vale miliardi di dollari e che ha una forte risonanza in tutto il mondo. Ciò di cui non si parla mai, però, è perché le comunità povere e operaie gravitassero intorno a questa cultura e quali sono i motivi per cui questa continua a riverberare a quasi 50 anni di distanza,” commenta il fotografo portoricano Ricky Flores

Cresciuto nella sezione di Longwood nel South Bronx durante gli anni '60 e '70, Ricky è stato testimone della distruzione della sua comunità, un tempo fiorente, proprio nel momento in cui l'hip-hop emergeva dalle sue strade. I proprietari delle case in affitto, rendendosi conto che potevano fare molti più soldi incassando l'assicurazione piuttosto che l'affitto, davano fuoco alle loro proprietà e, all'inizio degli anni '80, l'80% delle abitazioni nel South Bronx era già stato distrutto dagli incendi, riducendo il quartiere in blocchi di macerie.

"Se vai su YouTube, puoi trovare alcune scene di gente che ballava per strada a piedi nudi in posti dove non c’erano ancora strade asfaltate,” racconta Ricky. "Al tempo, i graffiti erano un modo per dire ‘vaffanculo, non vi importa di noi e allora a noi non importa del vostro fottuto treno.’ La cultura era ed è ancora usata come un'arma per manifestare ineguaglianze sociali e politiche, non importa dove la gente si trovi. Così, anche l'hip hop è stato uno strumento efficace per le persone che stavano lottando e combattendo per il cambiamento, un modo per riaffermare la nostra identità. L'hip hop è stato creato in condizioni che si sono verificate nel South Bronx, ma anche nelle comunità nere e latine di tutto il paese. Siamo cresciuti in questa situazione, e questa merda non è affascinante. Non è sexy. È fottutamente spaventosa.”

persone che indossano dei costumi metallici in strada durante una parata

La storia del Bronx corre parallela a quella dell'angolo nord-est degli Stati Uniti. Chiamato originariamente terre Lenape, gli inglesi lo colonizzarono nel XVII secolo, trasformando gli altipiani in terreni agricoli di proprietà della famiglia aristocratica dei padri fondatori Gouveneur Morris e Lewis Morris. Dopo l’annessione a New York City nel 1895, il Bronx divenne un centro nevralgico per persone migranti ebree, italiane, irlandesi e tedesche appena arrivate nel paese. Durante la Grande Migrazione del XX secolo, ondate di afroamericani arrivarono dal Sud, cercando una tregua da Jim Crow, solo per scoprire gli orrori della segregazione. 

La comunità portoricana si spostò in questa zona durante la Seconda Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti attuarono l'Operazione Bootstrap nel tentativo di industrializzare rapidamente l'isola colonizzata. “Stiamo cercando di risollevarci con le nostre stesse mani,” disse il primo governatore eletto di Porto Rico, Luis Muñoz Marín, al Congresso nel 1949, inconsapevole che quell'espressione stesse descrivendo un atto impossibile. Mentre il governo cercava investimenti stranieri per creare posti di lavoro in fabbrica a salari irrisori e ad alta intensità di manodopera, a Portorico, centinaia di migliaia di persone emigrarono negli Stati Uniti tra il 1940 e il 1970. 

La famiglia di Ricky fu tra quelle arrivate per prime nel Bronx. Suo padre morì quando Ricky aveva solo cinque anni, mentre sua madre lavorò nel Garment District come sarta fino a quando iniziò a manifestare sintomi di una malattia mentale a cavallo tra anni ‘60 e ‘70. Dopo la morte del padre, la famiglia si trasferì in un edificio proprio nel momento in cui cominciò la "fuga dei bianchi": soltanto negli anni '70, un abitante su cinque si spostava in periferia.

scatto di un protestante con un cartello con scritto 'trump è uno sciocco!'

"La comunità era molto vibrante e le strade straripavano di bambini che giocavano. Ogni persona si conosceva e ci guardavamo le spalle a vicenda. C'era un forte senso di comunità," racconta Ricky. "Poi, alla fine degli anni '60, ci fu la prima ondata di eroina. I giovani del quartiere che avevano servito in Vietnam la portarono con sé in patria. Si diffuse a macchia d'olio dal 1966 al 1973. Li vedevi annaspare all'angolo. Per un ragazzino come me, è stata un'esperienza orribile.”

Poi iniziarono gli incendi, che distrussero la comunità isolato per isolato. “È stato graduale,” racconta Ricky. "Gli affittuari smettevano di fornire servizi all'edificio, ma cercava ancora di riscuotere l'affitto. Noi diventavamo più forti e per loro diventava sempre più pericoloso venire da noi. Alla fine, hanno proprio smesso di venire a controllare gli stabili e questo ci ha lasciato con un problema: non avevamo servizi per i nostri edifici e nessuna idea di cosa sarebbe successo dopo.”

Consapevole della distruzione che aleggiava su tutto il quartiere, Ricky ricorda una paura viscerale, un prolungato stato di iper-vigilanza che alla fine è sfociato in PTSD. "Alla fine abbiamo sviluppato un senso di protezione verso i nostri edifici,” dice. "Se sentivamo l'odore del fumo provenire da un appartamento, buttavamo già la porta. Una volta ho rotto la porta di un ragazzo perché era ubriaco e si è addormentato mentre del cibo bruciava sui fornelli. Se ci si pensa è una cosa malata, essere adolescente e avere come skill quella di irrompere negli appartamenti della gente per fermare un incendio. Soprattutto a quei tempi, perché c'erano quattro o cinque serrature e una sbarra di sicurezza—entrare in casa di qualcuno era una lotta.”

un gruppo di manifestanti per strada

Vivendo in un costante stato di allerta, Ricky ha iniziato ad avere il sonno leggero e aspettava il suono dei camion dei pompieri che si avvicinavano all'edificio. "Non si muovevano sempre con le sirene spianate," dice. "Soccorrevano anche in silenzio. Sentivo il pulsare del motore e mi svegliavo all'istante. Ho vissuto così per anni. È stato solo dopo essermi trasferito a Westchester che ho iniziato a superarlo. Di disturbi da stress post-traumatico se ne parla rispetto all’esperienza relazione ai militari, ma il fatto è che noi viviamo proprio in quelle stesse condizioni in quanto comunità povere e operaie. La gente vive costantemente sotto stress e le conseguenze si tramandano da una generazione all’altra.”

Negli anni '70, il 41° distretto di Longwood della polizia di New York si è autodefinito "Fort Apache", citando il film western del 1948 che vedeva John Wayne e Henry Fonda in una battaglia per la supremazia bianca sugli Apache dell'Arizona. In un'epoca in cui bande come i Savage Skulls, i Black Spades e la mafia spagnola dominavano le strade, gli agenti di polizia si percepivano come i "buoni" che mantenevano l'ordine in una terra senza legge. Agenti locali come Ralph Friedman descrivono il loro periodo al 41° con schiettezza: “Ho iniziato ad andare in giro in cerca di guai. Quando li trovavo mi sentivo fortunato… A quel tempo, amavo arrestare le persone: l'adrenalina era come una droga. Ero come un bambino in un negozio di caramelle.”

bambino che fuma seduto su una macchina

Nel 1976, il capitano della polizia di New York Tom Walker pubblicò Fort Apache: New York's Most Violent Precinct, una cronaca del suo periodo al 41° distretto. Hollywood, che già subiva il fascino dei film neorealisti propagandistici a favore della polizia ambientati a New York, bussò alla porta. Paul Newman, Pam Grier e Danny Aiello iniziarono a girare il film del 1981 Bronx 41º distretto di polizia, dipingendo un ritratto lurido del South Bronx pieno di membri di gang, drogati, sex worker e psicopatici, con grande indignazione della comunità. L'attivista Dr. Evelina Antonetty, affettuosamente conosciuta come "The Hell Lady of the Bronx", organizzò proteste che bloccarono le riprese e minacciarono di fare causa—con il risultato di un disclaimer all'inizio del film che diceva: "Questo film non ritrae accuratamente le comunità latinx e nere del Bronx…"

Le contro-narrazioni scarseggiavano. Fortunatamente, Ricky, che ha iniziato a fotografare nel 1980 durante il suo ultimo anno di liceo, ha creato un diario visivo della sua vita nel South Bronx. Quello che cominciò come un hobby divenne presto il lavoro della sua vita e, dopo aver studiato con Mel Rosenthal, uno dei cronisti più importanti della zona e mentre i media mandavano degli estranei a produrre nuove storie sensazionalizzate, Ricky creò un singolare archivio della vita di strada, documentando le persone che vivevano secondo il motto del Bronx Ne cede malis (Non cedere al male).

"C'era una crescente consapevolezza da parte mia che il South Bronx fosse collegato a ciò che stava accadendo in tutta la città tra le comunità e il dipartimento di polizia,” racconta Ricky. "I fondi scolastici venivano tagliati. I padroni di casa abbandonavano gli inquilini. Le condizioni di vita erano pessime. La mia comunità veniva selettivamente decimata. In mezzo a tutto questo c'ero io, un giovane portoricano che stava diventando sempre più attivo politicamente alimentando questa cultura, l'hip hop. Questo è ciò da cui proveniamo ed è ciò che provavamo in quel momento."

due uomini che fanno una sfida di rap
una donna che mangia due fette di arancia per strada
una coppia che si bacia sulle guance con una bambina e una ragazza sedute sulla macchina
tre persone con capelli anni 80 sedute su una macchina

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

Crediti

Tutte le fotografie su gentile concessione di Ricky Flores

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