Cosa abbiamo ancora da imparare sull'aborto

Leone d'Oro a Venezia, “La scelta di Anne - L'Événement” mette in scena il calvario di una ragazza che deve abortire nella Francia degli anni '60; uno scenario non così lontano da quello di oggi.

di Arianna Caserta
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09 novembre 2021, 1:22pm

Il tema della gravidanza è un tema ricorrente nei festival cinematografici di questo 2021, pensiamo al film vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, Titane, in cui la maternità viene messa in discussione e decostruita da una lente cyberfemminista, o a Madres Paralelas, in cui la gravidanza è simbolo del ritorno alle radici in un paese che prova a superare la dolorosa ferita franchista—giusto per citare i titoli più rilevanti. Ne La scelta di Anne - L’Evenèmènt, della regista francese Audrey Diwan, il racconto di una gravidanza diventa una rivendicazione del diritto di decidere cosa fare con il proprio corpo.

Tratto dal diario autobiografico della scrittrice Annie Ernaux, intitolato L’evento, il film racconta il calvario a cui va incontro una ragazza, una studentessa di letteratura, nella Francia degli anni ‘60 che si vede privata della propria libertà di scelta e giudicata da un contesto storico in cui vivere una vita sessuale disinibita è qualcosa che non è permesso né tollerato. Anne, inseguita dalla macchina da presa e incastrata nella cella di quell’inquadratura che la soffoca, è reclusa all’interno di un mondo in cui ha perso la propria libertà ancor prima di agire, per la sola ragione di essere nata donna.

Ciò che rende il film di Audrey Diwan un’opera agghiacciante, dai toni quasi thriller, è l’assoluta e disperata solitudine in cui Anne è costretta a operare, nel tentativo di trovare una soluzione per salvare la propria carriera e la propria vita personale: tutti i personaggi attorno a lei e sul suo cammino, compresi quelli che lei crede più vicini, sono antagonisti pronti a giudicarla e ostacolarla. L’unico spiraglio di speranza, di riappropriazione del diritto di scegliere del proprio corpo, le costerà probabilmente la vita.

La propaganda anti-abortista, che oggi risuona nei circuiti mediatici sotto il nome di Pro-Life, è ancora al centro dei dibattiti politici di tutto il mondo, e il cinema denuncia la situazione da diversi anni. 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni del romeno Cristian Mungiu, Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2007, insisteva sull’angoscia imposta delle tempistiche di un aborto, raccontando calvario simile a quello di Anne, ma percorso da Gabita, studentessa alla ricerca di un modo per interrompere la gravidanza nel contesto storico della Romania di fine anni ‘80 sotto il regime dittatoriale di Ceausescu, quando l’aborto è illegale. L’anno scorso, al Festival del Cinema di Berlino, Mai raramente a volte sempre vinceva l’Orso d’Argento raccontando il viaggio di Autumn, adolescente costretta a viaggiare dalla Pennsylvania verso uno stato in cui poter praticare una IVG senza il consenso dei genitori.

La scelta di Anne - L’Evenèmènt, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Mai raramente a volte sempre, tre film ambientati in epoche e paesi diversi—il secondo dopoguerra in Francia, gli ultimi anni ’80 in Romania, la contemporaneità negli Stati Uniti—che eppure evocano istanze estremamente simili, che sembrano non cambiare di epoca in epoca. E il contesto socio-politico globale di oggi lo conferma: tra gli esempi più preoccupanti, citiamo il caso della legge antiabortista promulgata a maggio nello stato americano del Texas (la Heartbeat Law), che proibisce l’aborto dopo che l’attività cardiaca viene rilevata in un feto, cioè a uno stadio in cui molte donne non sanno nemmeno di essere incinte. In Italia, la situazione non è migliore, come dimostra l’indagine Mai Dati svolta dall’Associazione Luca Coscioni e condotta dalla docente Chiara Lalli insieme alla giornalista Sonia Montegiove, da cui sono emerse gravi falle nel sistema italiano che smentiscono l’applicazione effettiva della legge che dovrebbe garantire il diritto all’aborto.

Dalla ricerca emerge che in Italia risultano esserci più di 20 ospedali in cui il 100% dei ginecologi sono obiettori di coscienza, difesi dall’articolo 9 della Legge 194 varata a maggio 1968, che garantisce la protezione dell’obiezione di coscienza esercitata dal personale medico. Quest’ultimo articolo rappresenta però una zona grigia, dal momento che risultano obiettrici persone che non “determinano l’abordo”: “Perché gli anestesisti sono obiettori? […] E perché alcuni obiettori non assistono le donne prima e dopo? […] Dove e perché finisce la catena di responsabilità morale?” scrive Chiara Lalli sul suo profilo Instagram, allegando un grafico con le percentuali del personale medico obiettore di coscienza in Italia. Nel frattempo, le associazioni Pro-life stanno attivando convenzioni con diverse strutture ospedaliere, come quella avviata dalla Regione Piemonte, con l’obiettivo di difendere il diritto alla vita di “tutelare la vita fin dal concepimento”.

Come Anne, Gabita e Autumn, come lo fu la scrittrice Annie Ernaux nel lontano ’63, molte altre donne intorno al globo sono sole, costrette ad agire nel silenzio, in un contesto il potere delle istituzioni conservatrici non elimina o riduce l’aborto, ma lo rendono solo più pericoloso. La traduzione italiana del titolo del film, La scelta di Anne, è emblematica di questo messaggio: la scelta di Anne è quella di non rimanere nascosta o silente, Anne vuole scrivere e così fare sentire la propria voce, lasciare un segno per far sì che la sua storia non venga dimenticata. Ed è questo che accade anche alla vicenda di Annie Ernaux: oggi, nel 2021, il suo libro diventa un film noto, premiato da uno dei principali festival cinematografici nel mondo e distribuito in centinaia di sale.

“Che la clandestinità di chi ha vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta […] Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo,” afferma Annie Ernaux, e il cinemaarte onirica che mette in scena il sogno (o l’incubo)— serve in questo caso per fermare una storia, un ricordo evanescente, come il diario di un “evento” che continua ad accadere oggi sotto lo sguardo discostante di tutti.

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Crediti

Testo: Arianna Rizzo
Immagine: still dal film L'Événement

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