Perché stiamo feticizzando la cultura giapponese, cinese e coreana su TikTok?

Onigiri, tempura, skincare ma anche tiktoker che si definiscono “transracial” o che cantano a squarciagola le hit giapponesi degli anni ‘80. Dovremmo smetterla? Ne abbiamo parlato con 5 persone.

di Geremia Trinchese
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25 novembre 2021, 12:01pm

La stereotipizzazione di una cultura è quel processo che porta la magica formula “pizza, pasta, mandolino” a materializzarsi nella testa di ogni persona estera non appena le diciamo di venire dall’Italia, insieme al gesto del “ma che dici!” che ormai è diventata anche un’emoji. Questo fenomeno, che ovviamente riguarda tutto il mondo, negli ultimi mesi ha travolto il Giappone, la Cina e la Corea.

Gli stereotipi su questi paesi, infatti, si sono propagati in modo esponenziale tramite i social media, diventando prima dei meme, poi dei trend e infine un vero e proprio feticcio. Nell’amplificazione di questo processo TikTok ha svolto un ruolo cruciale, ma tutto è nato molto prima.

Com’è iniziato il trend della cultura giapponese, cinese e coreana sui social media?

Su Urban Dictionary la definizione di weaboo risale al 2006, “un termine negativo per indicare chi è ossessionato dalla cultura giapponese fino al punto da diventare insopportabile”, riferendosi in modo specifico alla fissa per manga, anime o videogiochi

Da allora, però, il fenomeno si è espanso in maniera esponenziale. Ad oggi, su TikTok l'hashtag #kawaii conta 22 miliardi di visualizzazioni, il più generico #japan 30 miliardi e quello #korean 37. E se vogliamo restringere il campo all’ossessione per il cibo, l’hashtag #chinese food conta ben 3,4 miliardi di visualizzazioni.

Quali sono i contenuti dei trend di TikTok sulla cultura giapponese, cinese e coreana?

I contenuti sono diversi e riguardano praticamente qualsiasi cosa. Scene di anime inerenti ai trend del momento, contenuti rilassanti—come questo, in cui una ragazza gioca con la sua tastiera—, racconti di scene di vita quotidiana, consigli per vivere in questi paesi e meme, tantissimi meme—come questo, questo o questo. Ma i contenuti che spopolano sono i video su stile, cibo e minuscoli appartamenti super aesthetic. La regola principale di questi contenuti è una: mostrare tutto ciò che c’è da sapere sull’argomento in modo estremamente entusiasta.

“Su TikTok ci sono un sacco di cose da scoprire che altrimenti non si conoscerebbero”, dice Mia, italo-coreana, “e a me fa sempre piacere rispondere alle domande delle persone curiose. Sono felice quando gli altri mostrano interesse per la Corea, soprattutto quando questo riguarda aspetti che anche io trovo straordinarie, nonostante le conosca o abbia già viste.”

Token, bias, feticci e stereotipi della cultura giapponese, cinese e coreana su TikTok

“Ma questo non significa che mi piaccia quando le domande sottendono stereotipi detti con ironia, o ancora peggio veri e propri feticci,” continua Mia, “come se fosse davvero bello vivere in un appartamento di 10 mq solo perché ha le pareti color pastello”. “Spesso, mi vengono rivolte domande con un velo di comicità,” aggiunge Sofia, nata e cresciuta in Italia e di origine cinese. “Sono felicissima quando mi viene chiesto di spiegare qualcosa o di dire il nome di una ricetta tipica, ma se mi viene chiesto se davvero mangio ogni tipo di insetto solo perché circola una challenge come questa, io non posso prendere la conversazione sul serio. Nel bene e nel male, la nostra cultura non è un trend.”

Quando una giornata intera vissuta in una metropoli deve diventare un contenuto di 45 secondi e fare 2 milioni di like, è inevitabile che tutto venga semplificato e appiattito. Soprattutto se deve trasmettere anche l’idea che quella sia la miglior realtà possibile. Di conseguenza, se da un lato questi video veicolano in modo capillare una quantità maggiore di informazioni, dall’altro, in realtà, di informazioni ce ne sono sempre di meno, perché quella che si innesca è una ripetizione stereotipata. 

Huang e Gioia, studenti cinesi in Erasmus a Napoli, raccontano come spesso siano state chieste loro cose riguardo il Giappone o la Corea indistintamente, “perché sembra che nessuno noti le differenze culturali che ci sono tra questi due Paesi.” Aggiungono, però, di essere felici che la Cina sia così presente su TikTok, anche se a volte “in modo stupido”: queste informazioni fanno sì che, almeno, “ci chiedano cose che ci riguardano” e una certa retorica sulla Cina stia piano piano scemando.

Un altro esempio sono i contenuti di Oil London, tiktoker londinese impegnato in una serie di operazioni chirurgiche per “diventare Coreano”, come dichiara su Twitter, e nella realizzazione di contenuti di questo tipo o questo. I commenti sotto pullulano di: “Save Korean People from Oil London” o “Save Jimin from Oil London”, visto che il suo fine ultimo è diventare come Jimin dei BTS e iniziare una carriera nel K-Pop. Da questo fenomeno, infatti, non sono esclusi né il K-Pop—con l'hashtag che conta 164 miliardi di visualizzazioni su TikTok—, né le hit Giapponesi del passato, diventate di nuovo così famose da fare nascere il nuovo trend della reazione dei genitori che le ascoltano dopo 40 anni. 

Il produttore Jeff afferma che questo trend è l’esito dell’ossessione di qualche anno fa con la Vaporwave. Mentre Huang, riguardo Oil London, commenta: “Si capisce che i BTS neanche gli piacciono, vuole solo diventare famoso.”

Come realizzare contenuti su TikTok senza stereotipi, bias e feticci culturali?

È possibile, dunque, raccontare una cultura tramite video che siano belli da vedere, veloci e soprattutto che restituiscano un’immagine fedele—e non feticizzata—della cultura di cui si parla? Kenta, tiktoker giapponese, dice di creare i suoi contenuti sempre a partire dall’immagine stereotipata che si ha del Giappone, “per sfidarla, ma anche per capire da fuori cosa effettivamente viene capito della nostra cultura e cosa meno, cosa piace e cosa no. Prendere gli stereotipi sul Giappone, raccontarli in modo ironico e poi mostrare un’immagine diversa, in modo da rendere semplice attirare l’attenzione e al contempo fare informazione.”

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Crediti

Testo: Geremia Trinchese

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