Perché esistono così pochi dati scientifici sulla comunità LGBTQ+?

Anche se negli ultimi anni è aumentato il numero di studi sulla comunità LGBTQ+, la ricerca propriamente scientifica in questo ambito rimane sottosviluppata, soprattutto in Italia. Cerchiamo di capire perché.

di Gloria Venegoni
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10 febbraio 2021, 3:32pm

Artwork di Simone Rastelli

Per ogni punto di PIL speso in ricerca scientifica, il PIL stesso aumenta del 2,2 per cento. Nonostante questo, la ricerca in Italia viene spesso vista come una pratica elitaria e fine a se stessa, la cui utilità rimane circoscritta al mondo teorico. Ma il mito dell’inutilità della ricerca è letteralmente questo: un mito, come dimostrano i dati. È stato infatti stimato che investire in ricerca porti a un aumento della crescita economica dello 0.43 per cento.

Ma ci sono anche altri vantaggi prodotti dalla ricerca, che vanno ben oltre il lato economico. Come illustrato da Understanding Science, progetto ideato dal dipartimento di Paleontologia di Berkeley, la ricerca scientifica può comportare sviluppi in ambito sociale e tecnologico.

Negli ultimi anni è aumentato il numero di studi su temi della comunità LGBTQ+, ma la ricerca propriamente scientifica in questo ambito rimane ancora sottosviluppata, soprattutto in Italia.

L’influenza diretta che la ricerca scientifica esercita sul nostro mondo ci porta però anche ad analizzare il risvolto negativo della medaglia: di fatto, la ricerca non è indipendente. Fattori esterni, come ad esempio gli enti finanziatori e il clima politico del paese in cui viene portata avanti, la influenzano fortemente, specialmente nell’ambito di comunità ancora discriminate, come quella LGBTQ+. Ricordiamo, ad esempio, gli esperimenti di eugenetica condotti nei campi di concentramento, finalizzati a dimostrare la presunta inferiorità di alcune minoranze etniche o l’inferiorità della donna in generale.

Se negli ultimi anni è aumentato il numero di studi condotti in merito a tematiche relative alla comunità arcobaleno, la ricerca propriamente scientifica in questo ambito rimane ancora sottosviluppata, soprattutto in Italia. La questione è riconducibile a due cause principali: da un lato ci sono gli elementi strutturali, come le limitazioni e le riserve poste dalla nostra società quando si fa ricerca su argomenti potenzialmente controversi; dall’altra, ci sono le problematiche implicite nel topic stesso, di per sé particolarmente delicato da affrontare.

Difficoltà strutturali: quante figure professionali apertamente omosessuali conosci nell’ambito della ricerca?

Premettendo che chi fa ricerca su tematiche LGBTQ+ non studia soltanto tematiche LGBTQ+ e non è necessariamente parte della comunità, è comunque più probabile che una persona interna sia interessata a condurre ricerca sull’argomento. Il problema è che queste abbandonano il percorso accademico, o meglio, sono spinte a uscirne o disincentivate a rimanervi molto più facilmente di persone cis-het, come spiega Jon Freeman, neuroscienziato della NYU, nel suo paper del 2020 Measuring and resolving LGBT+ disparities in STEM.

Nel paper l’autore sottolinea che, facendo una stima sulla base del numero di persone LGBTQ+ esistenti al mondo, quelle inserite nella ricerca STEM (Science Technology Engineering Mathematics) sono molte meno rispetto a quante dovrebbero essere. Inoltre, se le persone con più esperienza pratica di laboratorio durante gli anni di università mostrano un maggiore entusiasmo e successo nella carriera accademica, ciò non vale quando si parla di persone LGBTQ+, che sono comunque destinate a uscire presto dal sistema.

Quando si parla di carriera accademica, vi è una totale assenza di role model per i membri della comunità LGBTQ+ nell’ambito della ricerca.

Questa uscita dall’ambiente accademico è dovuta, in ultima analisi, a un ambiente molto più ostile di quanto ci si aspetterebbe. Dal paper emerge infatti che il 15-20% delle persone LGBTQ+ che lavorano in ambito STEM si sentono a disagio sul posto di lavoro e il 20% di coloro che conducono studi di fisica hanno riferito di essere aver subito esclusioni o maltrattamenti sul posto di lavoro a causa della loro sessualità o identità di genere.

A questo aspetto si aggiunge l’ideale di distanza e freddezza che permea l’ambiente della ricerca accademica, comportando un totale distacco dalle questioni sociali e di attualità e una preoccupante assenza di prese di posizioni, considerate anzi controproducenti rispetto a una remissiva accettazione passiva. Questo atteggiamento si rivela particolarmente deteriorante per persone LGBTQ+, che rischiano di finire a lavorare in paesi apertamente ostili alla comunità, o a essere completamente closeted sul posto di lavoro, condizione che è già di per sé una micro-aggressione. Il risultato, è la totale assenza di role model per qualsiasi membro della comunità con mire accademiche.

Servono soldi, che non ci sono

Oggi, l’atteggiamento dell’accademia nei confronti degli individui LGBTQ+ è migliorato rispetto al passato, ma rimangono ancora molti passi avanti da fare. Basti pensare ai recenti eventi in Turchia, dove Erdogan ha arbitrariamente insediato il rettore Mehli Bulu all’Università del Bosforo, per poi espellere e mettere agli arresti domiciliari quattro studenti colpevoli di aver prodotto un’opera d’arte a tematica LGBTQ+. Questo episodio estremo dimostra, ancora una volta, quanto ricerca e politica siano inevitabilmente collegate.

Gli argomenti di ricerca sono infatti soggetti al vaglio dei finanziatori, pubblici o privati che siano, e devono essere congruenti con i loro valori e interessi. Studi focalizzati su tematiche LGBTQ+ potrebbero non ricevere fondi perché contrari alle policy dell’ente, o semplicemente per non sollevare “controversie”. In questo, la recente ondata sovranista mondiale che ha visto salire al potere politici come Bolsonaro in Brasile e Orban in Ungheria non ha sicuramente giovato.

Ai problemi strutturali si aggiungono quelli pratici: la letteratura storica in ambito LGBTQ+, ad esempio, è quasi inesistente. Ma senza materiali a disposizione, diventa difficile capire quale direzione approfondire la propria ricerca, quali tecniche usare, o anche solo in quali centri sia possibile lavorare.

Ad esempio, proprio di recente un importante centro di ricerca europeo è stato fatto chiudere in Ungheria da Orban. La colpa: essere finanziato da Soros. Quando, come in questi casi, i governi fanno della politica anti LGBTQ+ un cardine della loro campagna, gli enti privati si trovano di conseguenza con le mani legate, e non è così facile che stanzino fondi per progetti che potrebbero risultare invisi a classe politica dominante. Spesso, inoltre, questo avviene proprio nei paesi dove questo tipo di studi sarebbero particolarmente utili a migliorare le condizioni della comunità, a colmare lacune storiche culturali e a educare la popolazione.

Difficoltà interne: le lacune nella ricerca

La scienza è una pratica cumulativa. Uno studio scientifico non nasce di punto in bianco da un’ispirazione momentanea calata dal cielo, ma si sviluppa sulla base dei risultati di ricerche precedentemente svolte, puntando verso una certa direzione da indagare maggiormente. Quando si crea un protocollo di ricerca, dunque, si deve sempre partire dalla letteratura scientifica prodotta.

Il problema per la ricerca in ambito LGBTQ+ è che questa letteratura storica è scarsa. Senza potersi basare su risultati già ottenuti, diventa difficile capire quale direzione abbia senso approfondire, quali tecniche usare, in quale ambiti di ricerca ci si voglia posizionare (psicologia? sociologia? neuroscienze?) o banalmente in quali centri di ricerca sia possibile lavorare.

Approcciarsi alla ricerca LGBTQ+ presenta difficoltà consistenti anche a livello di linguaggio, che è in continua evoluzione, e di etica, senza che vi siano mai risposte definitive a sostenere il proprio lavoro.

L’accumulazione di ricerca scientifica, inoltre, fornisce autorevolezza all’ambito stesso e permette di sviluppare terminologia e definizioni specifiche attraverso cui rintracciare la letteratura precedente—insomma, funziona un po’ come con gli hashtag. Nell'ambiente rainbow, però, si tratta di un linguaggio in continuo rinnovamento—la terminologia utilizzata per identificare persone LGBTQ+ oggi è parecchio diversa da quella di cinque, dieci e vent’anni fa, e gruppi come asessuali o pansessuali neanche venivano presi in considerazione. A complicare le cose è l’ambiente accademico stesso, notoriamente lento ad adattarsi ai cambiamenti sociali.

Come studiare l’argomento

Prima di tutto, “Do not harm”, e quando la ricerca è svolta su minoranze o comunità particolarmente fragili, deve essere necessariamente finalizzata a produrre risultati che siano utili anche alla comunità stessa. Per capirci meglio, è illegale condurre uno studio su un vaccino su persone di un paese in cui quella cura non verrà utilizzata, o in cui quella malattia non è rilevante.

Se questo esempio è molto chiaro, il terreno diventa scivoloso nel contesto LGBTQ+. Se da una parte può essere più semplice svolgere ricerca sul tema in ambiti come la sociologia, ad esempio sugli effetti negativi di una società conservatrice che stigmatizza gli individui transgender, farlo nell'ambito delle scienze dure è controverso. Condurre una ricerca neuroscientifica nel tentativo di indicare se l’identità di genere sia governata da una certa area cerebrale è davvero utile a migliorare la condizione della comunità LGBTQ+? Tentare di trovare correlazioni tra una certa espressione genica e la sessualità o l’identità di genere aumenterebbe la visione positiva di sessualità diverse da quella etero, o fomenterebbe chi è ancora convinto sia una sorta di malformazione?

C’è bisogno di modelli di ricerca che includano gruppi più stratificati e variabili più raffinate all’interno della comunità LGBTQ+: non possiamo più intenderla come un insieme di persone identiche tra loro.

Da un paper del 2019 emerge un’altra problematica cruciale: l’incapacità di svolgere ricerca dettagliata su specifici gruppi LGBTQ+. Gli studi condotti finora tendono infatti a creare un melting pot indifferenziato di esperienze tutte uguali che presumono siano vissute allo stesso modo dalle persone della comunità, semplicemente solo per il fatto di appartenervi, perdendosi per strada le specifiche difficoltà di ogni identità e orientamento. Sarebbe opportuno, quindi, creare modelli che includano gruppi più stratificati e variabili più raffinate.

Stabilire un protocollo di ricerca etico

Senza l’approvazione del comitato etico, una ricerca non può essere svolta. Ma la questione è più complessa e delicata di così, soprattutto quando lo studio riguarda una popolazione particolarmente a rischio di discriminazione, come quella arcobaleno. Kathryn Mascapagal, ricercatrice in ambito LGBTQ+, afferma che uno dei principali problemi della partecipazione alla ricerca delle persone LGBTQ+ è legato alla privacy, in quanto metterebbe a rischio partecipanti non ancora out, specie quando gli studi sono svolti in nazioni non del tutto accoglienti.

Ad esempio, uno dei passaggi obbligati all’interno della ricerca è la compilazione di un foglio con i propri dati di un consenso legale, dove si conferma di aver ricevuto sufficienti informazioni per partecipare all’esperimento e non si è stati obbligati a prenderne parte. Come suggerito da Mascapagal, la questione diventa ancora più delicata quando i partecipanti sono minorenni, e dunque il consenso dovrebbe essere richiesto anche a un genitore. Questo restringe drasticamente il numero dei partecipanti disponibili e rende la partecipazione di persone giovani ancora closeted quasi impossibile.

È un circolo vizioso: le persone LGBTQ+ sono le più informate riguardo l’esperienza queer e potrebbero assicurare la qualità di uno studio, ma sono anche portate ad uscire dall’ambiente accademico per una serie di problematiche strutturali.

Un’altra problematica è la capacità di essere sufficientemente culturally sensitive, e assicurarsi che il contenuto della ricerca e il processo di svolgimento della stessa non siano offensivi, neanche involontariamente. Per scongiurare questa possibilità, si ricorre all’impiego di consulenti del settore (quali professionisti di associazioni LGBTQ+) che aiutino con la stesura del protocollo di ricerca. Le persone LGBTQ+, infatti, sono le più informate riguardo a loro stesse e potrebbero assicurare la qualità di uno studio, ma, ironia della sorte, sono anche le più portate ad uscire dall’ambiente accademico per una serie di problematiche strutturali. E il circolo vizioso ricomincia.

Risorse utili

  • Le linee guida stabilite dalla LGBT Foundation
  • Il volume dell’International Sociology dedicato alle sfide della ricerca in ambito LGBTQ+
  • La lista di fonti dell’Institute for Gender and Sexual Minorities Health and Wellbeing

Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Artwork di Simone Rastelli

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