Fotografia di Myles Loftin

Le elezioni americane dal punto di vista della comunità LGBTQ+

Non sono tutti arcobaleni quelli che luccicano (ma la maggior parte sì).

di Gloria Venegoni
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10 novembre 2020, 12:22pm

Fotografia di Myles Loftin

Dal 20 gennaio 2017, data d’inizio della presidenza di Donald Trump, gli attacchi subiti dalla comunità LGBTQ+ negli Stati Uniti sono stati 181. Ad affermarlo è l’agenzia non-governativa GLAAD, nel cui archivio viene documentata ogni azione omo-trans-fobica dell’amministrazione Trump. Considerando che in quattro anni ci sono circa 224 settimane, la media si avvicina pericolosamente a un attacco a settimana. 

Regolarmente minacciata e discriminata per quattro lunghi anni, la comunità LGBTQ+ si è però rimboccata le maniche e ha contrattaccato con forza, non solo sostenendo attivamente i candidati democratici in corsa sia a livello locale che federale, ma, soprattutto, entrando in campo in prima linea. 

Perché, a meno che non siate appena sbarcati da una galassia molto, molto lontana, saprete anche voi che lo scorso sabato Joe Biden è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America, diventando il candidato che ha guadagnato il maggior numero di voti popolari nella storia statunitense e sconfiggendo il presidente uscente Donald Trump. Non si è votato soltanto per lo scranno di presidente e vice-presidente, assegnato a Kamala Harris, ma anche per i componenti del congresso, dove si è registrato un aumento di eletti rainbow.

Durante queste elezioni c’era dunque in gioco molto più della scelta di questo o quel partito. Gli americani sono stati chiamati a decidere se avallare una politica basata su discriminazione e odio sistematici, oppure delegittimare il complesso sistema trumpiano di aperta ostilità per il diverso, dando voto di sfiducia al populismo più becero.

In questo quadro, non dovrebbe stupire che la comunità LGBTQ+, una delle più travolte dalla retorica d’odio di Trump e accoliti, sia scesa in campo per riconquistare quei diritti che si era vista sottrarre anno dopo anno. L’hanno già chiamata la rainbow wave, “l’onda arcobaleno”, a indicare il numero senza precedenti di candidati eletti apertamente appartenenti alla comunità LGBTQ+. Vediamo quindi quale sono state le conquiste della comunità LGBTQ+ in queste elezioni americane.

Le promesse di Joe Biden e Kamala Harris (delle quali gli elettori non si dimenticheranno)

La coppia Biden-Harris ha dimostrato di sostenere attivamente la lotta LGBTQ+: entrambi hanno riservato un posto di spicco nella propria agenda elettorale la ricostituzione dei diritti smantellati da Trump, e hanno promesso l’entrata in vigore dell’Equality Act, che vieta discriminazione in base a genere e orientamento sessuale, entro i primi 100 giorni di mandato. 

In passato, Biden è stato il promotore del matrimonio gay del 2012, quando era vice-presidente, dichiarando il proprio supporto ancora prima di Obama, e anzi facendo pressione su quest’ultimo affinché prendesse posizione in modo netto a riguardo. 

La stessa Harris, che vanta all’attivo parecchi “prima-qualcosa” (prima donna vice-presidente, prima vice-presidente asiatica, prima vice-presidente di colore), nonostante alcune controversie, durante la sua carriera si è assiduamente spesa a favore dei diritti arcobaleno, partendo dall’officiare matrimoni omosessuali nel 2006, continuando con lo spingere affinché si permettesse ai carcerati transessuali di ricevere qualsiasi trattamento di riassegnazione necessario (che stona con le suddette controversie) e finendo con l’introdurre il Do Not Harm Act, che previene l’uso della religione come motivo di discriminazione. E queste solo per citarne alcune.

La rainbow wave è fatta di persone comuni, di ogni etnia, che hanno sperimentato la discriminazione sulla loro pelle. Ma se la futura coppia a capo del paese sembra promettente, per vedere il vero cambiamento bisogna guardare più in basso, in quella pletora di legislatori, governatori e rappresentanti che sono stati eletti, o ri-eletti, nonostante i recenti attacchi, bisogna scendere nel popolo, in quello veramente comune, quello che ti vede in faccia di persona giorno dopo giorno. 

Sono in gran parte giovani, queer, non conformi all’immaginario del politico tipico, pseudo-snowflakes, diventati esperti di discriminazione con lezioni ricevute sulla propria pelle, che hanno deciso di mettersi in gioco per smetterla di delegare la lotta per sé stessi e per la propria comunità ad esterni. Se Biden è la facciata dell’uomo bianco—di pelle e di capelli—, pacato e con il sorriso pacifico del nonno che sa sempre qual è la cosa giusta, servito (purtroppo ancora) per accalappiare l’elettorato medio americano, è a questi ragazzi che bisogna guardare per capire davvero verso dove tira il vento del cambiamento.

E quindi abbiamo: Sarah McBride, prima senatrice apertamente transgender degli USA; Adrian Tam, primo membro LGBTQ+ della camera dei rappresentanti delle Hawaii che ha battuto il candidato neo-nazista; Mondaire Jones, gay e Black eletto al congresso per il diciassettesimo distretto di NY; Richie Torres, primo rappresentante queer afro-latino di NY, orgogliosamente dal Bronx; Mauree Turner, prim* membro del senato degli States apertamente non-binary e Black e musulman*; Ana Irma Rivera Lassén, prima senatrice lesbica dell’ultra-cristiano Porto Rico; Christy Holstege, primo sindaco bisessuale in America; e la rielezione di Sharice Davids, primo membro del congresso LGBTQ+ nativo-americana. 

Questi sono solo alcuni dei nomi—per motivi di spazio non possiamo includerli tutti, ma la lista intera è consultabile su Out. A un occhio attento, non sfuggirà che la maggior parte degli eletti non corrisponde all’identikit dell’uomo-bianco-medio. Come a Stonewall cinquant’anni fa, dove fu la comunità BAME a muovere le rivolte, così ancora oggi i diritti della comunità LGBTQ+ vengono portati avanti in gran parte da candidat* BIPOC, che, dovendo affrontare nella loro vita una moltitudine di discriminazioni, oltre all’omotransfobia, si sono fatti carico di portare avanti anche la campagna elettorale rainbow.

Lo strano caso degli elettori LGBTQ+ Trumpiani

Nonostante tutto faccia ben sperare, da queste elezioni arrivano anche dei dati inquietanti: il record di voti dalla comunità LGBTQ+ per il partito repubblicano. Se nel 2016 solo il 16% degli elettori arcobaleno supportava Trump, dopo quattro anni di persistenti intimidazioni e deprivazioni il numero è raddoppiato, raggiungendo il 28%.

What the actual hell? è la condivisibile reazione esterrefatta di Nico Lang, che riporta i dati sulla testata online them. Questo appoggio non può basarsi soltanto sulle recenti, pochissime, mosse repubblicane a favore della comunità, come l’ufficializzazione del Pride Month (sostenuta anche da Biden-Harris) o l’istituzione del comitato Trump Pride lo scorso agosto, entrambe avvenute dopo la seconda metà del 2019, ovvero quando Trump iniziava a vedere la potenzialità del supporto elettorale della comunità LGBTQ+ diventare sempre più vocal (e il sostegno a questa da parte di grosse multinazionali miliardarie come CocaCola e Nestlé, NdR).

Il numero di violenze di Trump e colleghi ai danni della comunità LGBTQ+ dei quattro anni di presidenza supera di gran lunga queste due ultime briciole lanciate per accalappiare voti. Molti si ricordano del divieto di accesso all’esercito per individui transgender e la recente elezione alla corte suprema (il più alto organo giudiziario statunitense) di Amy Coney Barrett, che definisce il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali una minaccia per la popolazione americana. Ma la lista è ben più lunga.

Pochi sanno, ad esempio, degli innumerevoli casi in cui non è stato riconosciuto il passaporto americano a bambini di genitori dello stesso sesso. O del sistematico prosciugamento dei fondi a sostegno di associazioni per cura e prevenzione di HIV/AIDS. Oppure dell’eliminazione delle donne trans dai procedimenti in materia di protezione della donna. O ancora della revoca del supporto del Dipartimento della Pubblica Istruzione nei confronti dell’ufficio per i diritti civili che si occupa di investigare e proteggere contro atti discriminatori nelle scuole nei confronti di ragazzi LGBTQ+. E ricordiamo che questi sono solo alcuni dei 181 attacchi di cui tiene traccia l’associazione GLAAD.

Chi sono e come si spiegano le cheerleader arcobaleno di Trump?

Prima del Pride Month, l’unica mossa favorevole era stata la promozione del repubblicano Richard Grennell a direttore dell’intelligence americana. Questi, sostiene di “non votare in base all’essere gay, non essendo un grosso problema per lui”. Cit. il prestante, benestante, uomo bianco cisgender. 

Un altro famoso trumpiano gay è Rob Smith, veterano in favore del presidente per la sua politica dura contro il terrorismo e per difendere la comunità dall’ideologia di fede musulmana. Insomma, discrimina il prossimo tuo per non far discriminare te. 

Ma nonostante il divieto di servire nell’esercito imposto alle persone trans e la continua loro omissione dai discorsi pro-LGBTQ+, l’amministrazione Trump raccoglie consensi persino tra persone transgender come la delegata Jennifer Williams, che sostiene il bisogno di focalizzarsi sull’economia e non su orientamento sessuale o identità di genere.

L’identità sociale è quella complessa parte dell’identità di un individuo che corrisponde a tutte le diverse “categorie” sociali in cui ci si colloca (per esempio, donna, astronauta, tifosa di tennis). L’identità sociale permette di trovare un ingroup (un proprio gruppo) di individui con convinzioni comuni alle nostre, che ci definisce, facendoci sentire bene con noi stess*, in contrapposizione all’outgroup

Ingroup e outgroup, secondo lo psicologo sociale Muzafer Sherif, entrano facilmente in conflitto, competendo per delle risorse limitate. Dulcis in fundus, l’essere umano è facilmente influenzabile, proprio per la sua innata necessità a conformarsi: lo psicologo Salomon Ash ha dimostrato che basta fornire uno stimolo dubbio come una linea e una serie di persone unite nel dare una stima sulla lunghezza della linea completamente sbagliata, e queste porteranno a far cambiare idea al singolo con l’opinione corretta.

Senza voler fare psicologia spicciola, basta mettere insieme il bisogno di un’identità sociale per sentirsi accettat*, una tendenza all’influenzabilità e la conflittualità dovuta alle risorse limitate, e non diventa più tanto difficile spiegarsi l’esistenza della tipologia di uomo di potere alla ricerca di status, del veterano che per portare avanti le proprie paure islamofobiche si unisce al gruppo che le sostiene, o della donna transgender che si preoccupa dell’economia piuttosto che dei diritti umani.

La scelta di essere ciechi alle discriminazioni, però, è un privilegio non accessibile a tutt*, ed è proprio tra coloro che non hanno questa possibilità che si è sollevata la controffensiva.

Perché ci importa?

Perché il mondo non è più separato in compartimenti stagni. La rappresentazione è importante e supera i confini internazionali. Vedere che persone che condividono parte della tua identità riescano ad accedere a posizioni dove vengono ascoltat* fa capire che la propria voce è meritevole di ascolto, e fa sembrare il passo verso quella posizione molto più corto, anche se vivi dall’altra parte del mondo.

Chi vuole può decidere di ignorare questa rainbow wave, ma la verità è che si tratta di un fenomeno da tenere sott’occhio, perché, come molti prodotti di origine americana, questa ondata ha tutte le carte in regola per travolgere e influenzare realtà anche ben al di fuori di quella statunitense. Se infatti nazioni nord-europee come il Belgio vantano già parlamentari neoeletti dichiaratamente transgender, paesi più indietro ma storicamente più sensibili all’influenza statunitense come l’Italia possono prendere come esempio questa evidente apertura della politica a membri apertamente omosessuali, transessuali, bisessuali, queer e intersessuali.

Settimana scorsa, per la precisione il 4 novembre, nel pieno della corsa elettorale negli USA, al ddl Zan è stata conquistata la protezione dello stato contro omotransfobia e abilismo, passo importante che negli States, ad esempio, avverrà con l’entrata in vigore dell’Equality Act. Anche solo l’esistenza di spazi fisici e online dove poter parlare di diritti relativi al mondo arcobaleno italiano, insieme alla presenza fervidamente attiva di personalità appartenenti alla comunità LGBTQ+, indicano un cambiamento di rotta da cui la comunità non ha intenzione di retrocedere di un centimetro.

L’esempio americano ci fa capire che si può percorrere il famoso extra mile e inserirsi anche qui nelle sfere con potere decisionale, per smetterla di rimettere le decisioni sulla propria vita agli ally, e alzarsi le maniche per sporcarsi le mani come hanno fatto negli States.

È ora.

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Crediti

Testo di Gloria Venegoni
Fotografia di Myles Loftin​

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