Say it louder: la moda genderless è qui, e i dati di Vestiaire Collective lo dimostrano

Ne abbiamo parlato con 7 talent dentro e vicino alla comunità LGBTIQ+.

di Gloria Venegoni
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02 luglio 2021, 12:08pm

Le nuove generazioni hanno investito il mondo con il cambiamento, rompendo tutte le regole e imponendosi con forza per fare sentire la propria voce. Anche nella moda. Se fino ad ora la celebrazione di ogni corpo e identità rimaneva relegata a grandi discorsi e piccoli cambiamenti concreti, senza agire per sradicare dalle basi gli stereotipi di genere, la Gen-Z è riuscita a entrare a gamba tesa nel mondo del fashion per provare a riscrivere in modo indelebile l’agenda dei brand. 

Le tematiche di genere al centro del dibattito pubblico contemporaneo hanno portato molti marchi verso capi e collezioni genderless, rigettando la separazione in uomo/donna. Ma, all’atto pratico, quanto di queste spinte si traduce in un cambiamento effettivo del comportamento di designer, commercianti e consumatori? È per questo che studi come il Genderless Fashion Report di Vestiaire Collective sono una fonte cruciale per trovare delle risposte.

Vestiaire Collective—app internazionale di rivendita di abbigliamento pre-loved che sostiene la comunità LGBTIQ+—, annuncia l’inizio della sua collaborazione con Stonewall con il Genderless Fashion Report, effettuato in occasione del Pride Month: un resoconto da cui emerge come l’abbigliamento genderfluid stia suscitando un aumento di interesse da parte di creator e utenti. Stando ai dati del report, la ricerca di brand e capi genderless sembra essere in aumento a livello internazionale. Così, abbiamo deciso di confrontarci con 7 fashion-savvy appartenenti alla comunità LGBTIQ+ per riflettere insieme su questa tendenza all’interno del contesto italiano.

federico alessio selfie
Federico

“Nella mia generazione l'abbigliamento viene dettato dal gusto personale e meno dagli stereotipi legati al genere. Io stesso ho sperimentato con abiti femminili anche dopo la mia presa di coscienza dell'esser trans, semplicemente perché mi piaceva,” ci racconta Ian, modello e tatuatore che ha preso parte alla campagna S/S 22 di Magliano. I dubbi rimangono sull’abbigliamento maschile, come ci racconta Federico, musicista e attivista per la comunità trans+: “Secondo me ci siamo aperti per quanto riguarda l’abbigliamento femminile. Per il genderless nell’abbigliamento maschile, invece, l’obiettivo è ancora molto lontano.”

Se all’aumentare della consapevolezza collettiva e della spinta sociale, anche la produzione cambia rispondendo a una diversa domanda, per fare in modo che la filiera cambi in modo definitivo è fondamentale che siamo noi in prima persona a rifiutare di scendere a compromessi. “La moda riflette sempre l'epoca in cui si sviluppa,” sostiene Stefano, che ha conseguito il Master in Performing Arts Management dell’Accademia del Teatro alla Scala ed è collaboratore alla Filarmonica di Parigi.

francesco truci
Francesco

Quando gli viene chiesto perché, secondo lui, ci sia questo rinnovato interesse per una moda più inclusiva e più genderless, risponde che “la moda si ripete sempre ciclicamente. Si potrebbero fare molti esempi di come in passato—o in culture diverse da quella occidentale—il concetto di genere per quanto riguarda l'abbigliamento fosse diverso. La richiesta sempre maggiore di campi genderless nasce dal bisogno della mia generazione di comunicare ed esprimersi, abbattendo gli stereotipi di genere” continua Ian, riflettendo su questo rinnovato interesse per la moda genderless. 

Incasellare un certo capo o un certo accessorio nei box degli stereotipi di genere può essere fonte di disagio per chi in quella separazione arbitrariamente binaria non si ritrova: “La suddivisione può condizionare negativamente la scelta di un capo. Quando vado nel reparto uomo di un negozio, perché anche lì trovo capi che mi piacciono, sento ancora il peso di non essere nell’area ‘giusta’ del negozio.” Racconta Clotilde, fotografa che collabora spesso con noi di i-D Italy. “È importante eliminare il binarismo di genere dalla moda, perché non viviamo in un mondo binario,” aggiunge Federico. Il binarismo esclude una grossa fetta di popolazione, causandone sofferenza.”

Ma la creazione di una moda completamente genderless non è esente da difficoltà pratiche. Il passaggio non sarà facile, come ci spiega Paola, laureata Design della Moda al Politecnico di Milano e addetta al reparto sostenibilità di un brand di eyewear: “La prospettiva di eliminare la separazione uomo/donna la trovo liberatoria. Al contempo, mi domando cosa cambierà a livello progettuale, dato che le taglie variano per via delle diverse connotazioni fisiche. Personalmente, nel futuro vedo più una libertà nell’indossare e scegliere i capi senza badare al genere. Questo significherebbe sviluppare dei piani taglia su capi ‘simbolo’ per ogni genere.” Opinione condivisa anche da Ernesto, che riflette sulla questione in modo altrettanto pratico “È di vitale importanza che i vocabolari continuino a mischiarsi. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che non tutte le persone sono magre, glabre e androgine, come l’attuale narrativa della moda vuole farci credere. Preferirei vedere un’esplosione di genere a una fusione di genere.”

paola parotti in mezzo ai fiori braccia alzate camicia arancione
Paola

“Credo che, quando ci sono molti soldi di mezzo, nulla sia genuino,” continua Ernesto. “Ma è veramente così importante? I piccoli brand indipendenti hanno spaventato i marchi più grossi con questo movimento di trasformazione. La speranza è che, se non sono le grosse maison a farsi carico del cambiamento, saranno i brand emergenti ad avere l’onore-onere di sovvertire gli standard, contando sul fatto che la loro genuinità sul lungo termine andrà a loro vantaggio. Se l'interesse per la moda genderless è insita nel DNA di un marchio fin dall’inizio, significa avere la libertà di immaginare senza limiti.”

Ma i cambiamenti della moda non avvengono solo grazie a designer con una visione geniale, riguardano anche noi in prima persona, ci ricorda Stefano. “Ci sono esempi di designer di talento poi decaduti perché non si sono adattati ai tempi; si vedano la maison di Paul Poiret a fine anni '20 e quella di Chanel nel dopoguerra. Siamo noi, scegliendo cosa indossare, a influenzare le proposte dei brand che hanno.” Clotilde sottolinea che la genuinità non è data soltanto dalla creazione di un vestito unisex da mostrare in una campagna pubblicitaria studiata per funzionare sui social: “È importante che la scelta di un brand di puntare adun abbigliamento genderless si rifletta anche nell’etica all’interno dell’organico e delle collezioni del brand.”

Ian massaro modello trans con sigaretta
Ian, foto di Margareta Moen

L’inclusione nell’organico di un brand di persone appartenenti alla comunità LGBTIQ+ è un primo, cruciale passo per dimostrare effettivamente l’impegno sociale concreto dell’azienda, ci dice anche Francesco, fotografo di base a Milano: “Certo, è utile rappresentare sempre più diversità esteriormente, ma per rendersi più inclusivi, i brand devono costruire all’interno un team in cui viene valorizzata la diversity e diffondere una cultura aziendale dell’inclusione”. E questa inclusività, secondo Federico, deve vedersi anche sulle passerelle.

Dal Genderless Fashion Report di Vestiaire Collective in collaborazione con Stonewall emergono anche dati sui brand particolarmente apprezzati dalle nuove generazioni, in parte anche proprio grazie alla loro loro estetica genderless. Uno di questi è Pangaia, che ha registrato un aumento di ricerche del 169% nel motore di ricerca di Vestiaire Collective. Questo brand si distingue infatti per marketing inclusivo, uso di materiali vegani e biodegradabili e silhouette cosy. Paola analizza il successo di Pangaia tracciando un parallelismo tra scelta dei materiali e inclusività: “La scelta dei materiali fatta da Pangaia è necessaria. Non possiamo più produrre con un’ottica di spreco fine a se stesso ma con idea di circolarità. Anche questo è un gesto basato sul rispetto dell’altro.”

stefano sonzogni selfie avanti a pianta
Stefano

Un altro brand che ha riscontrato un’enorme impennata su Vestiaire Collective è Crocs, famosissimo marchio di scarpe che “si fa forza di una non-estetica, rispecchiando perfettamente quel gusto barocco per gli oggetti stravaganti ed eccentrici che è tornato a imporsi nella moda contemporanea,” spiega Stefano. Ma la chiave di volta del successo di Crocs sta anche nella sua essenza intrinsecamente genderless: quelle forme arrotondate, bizzarre, perfino “barocche” non hanno mai avuto connotazioni di genere. “Non credo di avere mai associato le Crocs a un genere,” afferma Ian, “nemmeno quando ero piccolo. Credo stia nel fatto che le ho sempre viste indossate da tutt*!”.

Infine, un accessorio diventato simbolo della moda genderless è la collana di perle. Se la tendenza è quella di associarla a un oggetto conservato sotto chiave dalla prozia centenaria, oggi la collana di perle si è trasformata in item genderfluid, indossato tanto da Dua Lipa quanto da Harry Styles. Come ci racconta Paola, erano il “regalo ideale per una donna, in passato c’erano alcune regole ridicole che permettevano di fare intuire l’età della donna che le indossava in base al numero e alla grandezza delle perle.” Oggi, invece, rappresentano lo sfratto definitivo degli stereotipi di genere dalla cultura dominante. “La perla sull’uomo è appropriazione di un oggetto iconico del guardaroba della donna; non è simbolo di fluidità, è dichiarazione di appartenenza.” chiosa Ernesto. Questo cambiamento, però, non sarebbe una novità dei nostri tempi. Le perle, infatti, erano già state appannaggio maschile, fin da tempi molto antichi. “Poi, grazie a Coco Chanel,” spiega Stefano, “il filo di perle è diventato lo status symbol della casalinga borghese degli anni '50. Quello a cui stiamo assistendo direi che è più una sorta di riappropriazione storica.”

ernesto molin rutratto
Ernesto

La ciclicità storica di usi e costumi potrebbe essere la chiave di lettura per capire se lo smantellamento degli stereotipi di genere sia destinato a rimanere oppure no. Ed è su questo che riflette Stefano: “I cambiamenti della moda rispondono alle esigenze dell'epoca in cui si manifestano. La divisione di genere riguardo a forme, tessuti, colori e accessori è sempre stata labile. I pantaloni, così come li conosciamo oggi, sono indossati dagli uomini soltanto a partire dagli anni '50 dell'Ottocento; ciprie, fondotinta e rossetti, erano esclusiva degli uomini fino alla fine del '700. Il tutto cambia uscendo dai confini occidentali, dove forme di antichi pantaloni erano indossati dalle donne fin nell'antica Persia, o nella Seoul di oggi, in cui nessun ragazzo etero cisgender uscirebbe di casa senza la sua pochette di prodotti beauty.

Credo che oggi si ha meno timore ad ammettere che la moda sia genderless, e non si tratta di un trend. È proprio una trasformazione etica ed estetica nella società. —Ernesto

federico alessio attivista trans selfie collana rainbow

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Crediti

Testo di Gloria Venegoni
In copertina: Immagine di sinistra, Clotilde; Immagine di destra, Ian fotografato da Margareta Moen.

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