Su intersezionalità e corpo politico, con la performer Chiara Bersani

Abbiamo intervistato la performer italiana di "Fionde" e "Gentle Unicorn", che ci ha parlato delle mille declinazioni del corpo come atto politico.

di Gloria Venegoni
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03 giugno 2021, 2:04pm

Il corpo, inteso come mezzo espressivo che nel suo esistere e nel suo rivelarsi (o meno) diventa atto politico, è al centro delle opere della performer Chiara Bersani. Una visione che Chiara si porta dietro dal precedente percorso accademico e teorico, e che è poi confluita nella sua pratica artistica.

La performer è nata con Osteogenesi Imperfetta, una patologia rara che ha reso il suo corpo particolarmente vulnerabile. Un corpo divergente che diventa opera d’arte e opportunità d’interrogazione—per sé e per gli altri—, offrendosi al pubblico attraverso performance dal vivo come Gentle Unicorn e azioni mediali come Fionde.

Abbiamo deciso di incontrare Chiara, che non ha peli sulla lingua, per chiederle di parlarci della sua pratica e della sua biografia personale, spaziando dalla politica all’arte e riflettendo sul concetto cruciale di intersezionalità.

chiara bersani fotografata dall'alto con braccio sulla fronte foto di Maria Clara Macrì

Parlaci di te, della tua storia e come sei arrivata alle arti performative.
Per studiare all’università mi sono trasferita a Parma—un passaggio di indipendenza molto importante per me, e non era scontato ci riuscissi. Dato che volevo fare qualcosa, fuori dall’università, per conoscere altre persone, ho iniziato il corso serale di teatro di Lenz Rifrazioni. Così sono iniziati quattro anni fondamentali per me, prima come allieva e poi come docente. È stato in quel luogo che il mio corpo ha iniziato a scoprire delle identità che non aveva mai esplorato prima.

Si è verificato un vero e proprio ribaltamento nel mio rapporto con lo spazio la femminilità e il nudo e ho riscoperto il movimento senza ausilio della carrozzina—ma anche senza negarla. Non è che ho scoperto di avere un corpo solo in quel momento… ma piuttosto un nuovo corpo possibile. Così, attraverso le arti performative, sono arrivata a cercare spazi in cui potermi sperimentare, a capire in quanti modi diversi potessi tirare le mie articolazioni, i miei muscoli, il mio cuore. Va detto che è successo anche in un periodo dove la danza contemporanea stava iniziando a esplorare nuovi paesaggi, permettendo anche a me, come performer prima e autrice poi, di esplorare i confini e valicare i limiti di questa pratica.

chiara bersani su un divano bianco vestita gucci vestito floreale davanti a una cartina foto di Maria Clara Macrì

Dunque hai iniziato un percorso in Psicologia, più legato alla mente, per poi arrivare la riscoperta del corpo…
Anche grazie al fatto che i computer stavano diventando accessibili, negli anni ’90 c’era la tendenza a formare i bambini disabili con l’idea di dare loro una formazione tale da permettergli di realizzarsi intellettualmente, piuttosto che usando il proprio corpo. Stereotipo che io da adulta combatto ferocemente, ma che al tempo era molto presente (e probabilmente ancora oggi).

Parliamo della tua concezione di “corpo politico”, cosa intendi con questa espressione?
Partiamo dal presupposto che per me tutto è politico: lo è con chi fai sesso, con chi mangi, con chi vai al cinema. Quindi, il corpo, dal momento che esiste, è già politico, indipendentemente dalla scelta di esporlo oppure no. Anche scegliere di non far vedere il proprio corpo è una scelta politica. Io faccio un atto politico quando scelgo di portare il mio corpo negli spazi senza chiedermi se quegli spazi siano adatti al mio corpo.

chiara bersani seduta su una poltrona in pelle con il viso appogiato a una mano, foto di Maria Clara Macrì

Si tratta di operare una rivoluzione tramite il corpo?
Mi piacerebbe dirti che c’è stata una tale consapevolezza da sempre, ma ho iniziato a prendermi questi spazi senza pensarci tanto. Nella mia famiglia non veniva ignorato il fatto che avessi una disabilità, ma non mi ha mai neanche precluso alcuna possibilità. Era una realtà integrata con altre realtà. Se le mie amiche andavano a pallavolo, io andavo a vedere le loro partite e condividevamo questa esperienza, ognuna declinandola a modo proprio. Quando sono uscita dalla mia comunità, per me è stato automatico continuare a prendermi questi spazi in modo quasi incosciente, ma anche perché potevo permettermelo: sono minuta e la mia carrozzina è piccola, quindi so di non riscontrare quelle difficoltà che le persone disabili con un corpo più grande possono avere.

Crescendo, sono arrivati dei “no” importanti. La discriminazione verso le persone con disabilità è sempre molto edulcorata, prende di solito la forma di cura eccessiva. Non ti dicono “no”, ti dicono: “Non ho mai lavorato con qualcuno come te, quindi ho paura di non essere in grado di gestirti.” Non solo mi stanno dicendo di no, ma mi impediscono anche di arrabbiarmi con loro. E la cosa peggiore è che se io mi sfogavo con terzi che non fossero molto vicini a me, spesso venivo invitata a “capire.”

chiara bersani sdraiata su un divano, foto di Maria Clara Macrì

Quali sono le problematiche del politically correct nei confronti della disabilità?
Il confronto con le persone disabili è molto complesso. La persona disabile è la mosca bianca in un mondo che tendenzialmente vuole prendersi cura di lei—più o meno autenticamente—, e la discriminazione diventa più subdola. Questa attitudine di cura mette sempre alle persone disabili un costante obbligo di gratitudine verso le altre persone. Siamo obbligate a dire una parola di gentilezza, piuttosto che una parola reale. E in parte è anche perché per noi è complesso incontrarci e fare comunità, il che implica la necessità di più tempo per mettere a fuoco certi paradigmi. In Italia, per esempio, si sta registrando una spinta verso questi temi grazie al femminismo intersezionale e a Internet, dove si possono creare facilmente alleanze articolate.

I movimenti femministi stanno riuscendo a promuovere ideali inclusivi, o ci sono ancora forme di esclusione?
Non è facile, ma ci stanno arrivando. Alcune forme di femminismo non considerano la complessità di pregiudizi e pressioni sociali a cui è sottoposta una donna disabile. La questione del catcalling, per esempio, è discussa tra le attiviste disabili e si estende su diversi livelli di complessità. Per una donna il cui corpo viene sistematicamente desessualizzato dalla società, un evento di catcalling può essere percepito come piacevole, e se la donna in questione è sensibile a determinate tematiche, arriverà anche il senso di colpa per aver goduto di quel momento, accompagnato dal sospetto che questo potrebbe essere per lei l’unico modo per sentirsi “seducente”. Il presupposto che il nostro corpo non sia desiderabile è la base per cui tante persone disabili accettano di partecipare a relazioni abusanti.

chiara bersani che soride con una pianta di fianco, foto di Maria Clara Macrì

Il femminismo intersezionale sta avanzando soluzioni concrete?
Se i temi di cui parlavo non vengono affrontati in dialogo con le donne disabili, si potrebbe arrivare a un femminismo che le esclude. L’intersezionalismo sta permettendo di fare cordata, migliorando la situazione, anche perché è fondamentale ricordare che le persone disabili hanno, come tutt*, diversi orientamenti sessuali, diverse identità di genere, diverse provenienze. Anche qui, ci sono delle buone pratiche che bisognerà sviluppare. Come rendere i Pride più accessibili.

Mi parleresti meglio di questa inaccessibilità dei Pride?
Siamo agli inizi del dibattito. Si sentono dire cose terribili come “vi diamo una mano,” ma non è quello il punto. Non devi darmi una mano, devi rendere l’evento accessibile. Il fatto che i nostri corpi fatichino a essere presenti sul posto limita la nostra capacità di partecipare a eventi come il Pride—, e questo è un problema.

chiara bersani che si tocca un occhio seduta su una poltrona di pelle foto di Maria Clara Macrì

Parliamo di disabilità e sessualità. Quali sono i grandi pregiudizi che le persone hanno a riguardo?
Della sessualità delle persone disabili se ne parla solo quando ci sono delle grandi battaglie, per esempio quella dei LoveGiver, o perché qualche persona disabile sceglie di esporre il proprio corpo. Altrimenti c’è un’enorme negazione della sessualità dei nostri corpi. È veramente una rimozione, l’idea che questi corpi non solo non abbiano pulsioni, ma che anche non possano essere considerati desiderabili. In realtà, molte persone disabili hanno una vita sessuale attiva, anche promiscua. Collettivamente, sembra che sia accettata l’idea che le persone possano innamorarsi di te, persona disabile, ma è invece impensabile che tu possa attrarre una persona anche solo per una scopa*a.

Secondo te, queste visioni sono connesse anche al fatto che in Italia si parla poco, in generale, di sessualità?
Va considerato che il mondo disabile ha un rapporto molto peculiare anche con la Chiesa cattolica, perché là dove lo Stato non arrivava, sono sempre arrivate le grandi opere di carità. Il legame è stretto e si porta dietro una serie di problematicità. C’è una dinamica di potere enorme. Parlando di sessualità, l’influenza cattolica rende difficile approcciare queste tematiche. C’è ancora l’idea che i bambini e le bambine disabili abbiano come sola opzione trovare l’amore (ovviamente eterosessuale) attraverso matrimoni bianchi, senza sesso. E questo è il contesto in cui crescono i bambini disabili. È una violenza gigantesca.

chiara bersani seduta sul pavimento davanti a vaso giallo foto di Maria Clara Macrì

Passiamo alle tue performance. Parlando di Gentle Unicorn: perché proprio l’unicorno? A cosa è legato?
Volevo fare un lavoro che parlasse in modo inequivocabile di corpo politico, perché i lavori precedenti parlavano d’altro. Avevo abbastanza materiale e consapevolezza per poter lavorare solo su quel tema, ma avevo bisogno di un’intuizione visiva da cui partire. Un giorno, stavo aiutando mia madre a mettere il nuovo modem e la password era proprio “gentle unicorn’’. Poi ho iniziato a fare ricerca sulle origini dell’unicorno, e ho scoperto che nella storia ha assunto significati contrastanti, da simbolo di fertilità a difensore della purezza delle fanciulle. Le contraddizioni mi hanno fatto empatizzare con questa figura, perché anche del mio corpo si dice tutto e il suo contrario. La domanda di partenza era: se ti trovassi un unicorno davanti casa, cosa faresti? E la gente spesso mi diceva che avrebbe avuto paura. Anche quando si confrontano con il mio corpo per la prima volta, la sensazione è quella di paura.

Gentle Unicorn pretende onestà: diciamocelo che avete paura di me, e che anche io ho paura di voi. A inizio spettacolo sono in una posizione fragile, non vedo il pubblico, lo sento solo mentre si avvicina. L’intero lavoro è un avvicinamento graduale, che parte dall’idea che quella paura potrebbe passare, se ci prendessimo il tempo di guardarci. Nello spettacolo espongo molto il mio corpo e, alla fine, diventa un esperimento per vedere se questo spostamento di attenzione dal mio corpo alla mia persona effettivamente avviene.

chiara bersani immagini gioco di luci foto di Maria Clara Macrì

Qual è la reazione delle persone a Gentle Unicorn?
Il cuore di Gentle Unicorn sono gli sguardi delle persone, a un certo punto è come se nascesse una piccola comunità all’interno del pubblico, con la quale è possibile relazionarsi in modo onesto e diretto. Generalmente la risposta del pubblico è morbida, poche volte sono capitati pubblici che mi guardano con distacco.

Parliamo di Fionde, che è completamente diverso da Gentle Unicorn. Com’è nato?
È una performance “delivery” ed è stata un’idea di Eva Neklyaeva, Marco Cendron e Lisa Gilardino, che me l’hanno commissionato per Samara Editions, un bellissimo progetto nato in pandemia. Sono eventi performativi che si realizzano spedendo degli oggetti direttamente a casa del pubblico.

primo piano chiara bersani mani congiunte foto di Maria Clara Macrì

Nella presentazione della performance dici di voler creare nuovi rituali per processare le emozioni. Perché questo focus?
Vengo da vicino a Codogno, nel momento in cui ho realizzato la performance io e il mio nucleo familiare stavamo affrontando molte perdite, senza poter svolgere funerali. Da lì è nata una riflessione su come elaborare il lutto quando non puoi nemmeno accompagnare la persona con un rito collettivo, né condividere il dolore con altre. Per me era insostenibile.

Ma non volevo che Fionde parlasse solo di lutto. La nostra sfera emotiva in generale è stata alterata dalla pandemia, e il lavoro risponde a un’esigenza reale di reimparare a elaborare le emozioni. Ho lavorato a Fionde con la musicista Ilaria Lemmo, e ho vissuto questa esperienza molto strana di vedere nascere un rapporto intimo e personale in piena pandemia. Fionde è sì un lavoro solitario, pensato per essere fruito da soli, ma è nato da una ricerca disperata di dialogo. È stato essenziale per sentirmi connessa al mondo e alla società.

Il tuo lavoro cambierà?
Il mio lavoro è già cambiato in molti modi. Avevo un progetto che stava debuttando, Il canto delle balene, che è diventato un lavoro che parla di questo momento pandemico. Anche riprendere Gentle Unicorn sarà difficile. Ho fatto un'unica data dall’inizio della pandemia, ma con mascherine e distanziamento era un’altra cosa, difficile da decodificare. Come autrice lavoro tanto sul “qui e ora”, quindi le mie opere si sono rivoluzionate per rispondere a un presente che è cambiato.

chiara bersani seduta su una sedia di legno davanti a una finestra, foto di Maria Clara Macrì

Cos’è successo in questo anno e mezzo?
Inizialmente, sembrava che tutti i sacrifici andassero fatti per le persone fragili: ossia persone anziane e disabili. Si chiedeva alle persone in forza di accettare di non andare al lavoro per proteggere noi, ma tutto questo non si è tradotto in una maggiore cura nei nostri confronti. Anzi, nel caso di una decisione da prendere su chi curare o no, le “persone fragili” venivano sacrificate. Il messaggio passato è che il Paese vuole prendersi cura di noi, ma solo quando tutti stanno bene. Per ristabilire la fiducia persa voglio vedere atti concreti e davvero intersezionali, che includano la comunità disabile.

Quali tematiche vorresti esplorare ora, e cosa vorresti portare al pubblico nei prossimi lavori?
Voglio capire cosa mi succederà quando tornerò fuori, nel mondo. Credo che i lavori che prenderanno vita nasceranno da una grande rabbia. Non ho mai fatto lavori arrabbiati. I lavori realizzati in pandemia sono accoglienti, di cura. Se penso di esporre il mio corpo dopo tutto quello che è stato detto in pandemia sui corpi disabili, lo immagino come un incontro pregno di grande rabbia.

scatola fionde foto Samara Editions

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Crediti:

Fotografie di Maria Clara Macrì
Creative Director Gloria Maria Cappelletti
Stylist Giorgia Imbrenda
MUA & Hair Elena Gaggero
Editor Benedetta Pini
Testo Gloria Venegoni
Abito custom Gucci
Un ringraziamento speciale al Team Gucci per la realizzazione dell’abito e a Lara Facco P&C

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