le città invisibili diventate invivibili: vi presentiamo marta marinotti

Tra riferimenti letterari, riciclo dei materiali di scarto e maschere veneziane vi raccontiamo oggi il progetto della studentessa IED Marta Marinotti.

|
11 dicembre 2017, 3:39pm

Questo contenuto fa parte della serie 'Best IED Students', ricerca in cui noi di i-D selezioniamo i nuovi creativi che entrano oggi a far parte dell'industria della moda. Presentando le loro tesi di laurea, i migliori studenti del corso Fashion Styling 2017 dell’ IED Istituto Europeo di Design vogliono raccontarsi e condividere con i nostri lettori il futuro della moda.

Sono Marta Marinotti, ho 23 anni, e sono nata e cresciuta l'acqua e il cielo di Venezia. Mia madre aveva un negozio di maschere che ha influenzato profondamente il mio modo di concepire la realtà come un'entità mutevole e camuffabile. Ho sempre guardato alle “cose” cercando di trarne il meglio o trasformandole io stessa in qualcosa di altro, di astratto, di insolito, alienandole dalla comune nebbia che permeava la mia quotidianità in Veneto. I vestiti, comprati per pochi euro al chilo, erano per me una materia prima indispensabile con cui davo vita a mondi nuovi, immortalandoli poi con ogni mezzo a disposizione.

Non sapendo come incanalare la visione che avevo del mondo, ma con la certezza di volerne fare il mio lavoro, ho deciso di iscrivermi al corso triennale di Fashion Styling allo IED perchè poliedrico e mirato, in particolar modo, all'art direction. Ad oggi sono fotografa freelance basata a Milano, ma mi occupo anche di set design, styling, illustrazioni e, nel tempo libero, tatuaggi. In un mondo governato dalla specializzazione mi piace la mutevolezza del mio lavoro, perché mi offre la possibilità di galleggiare in tante realtà differenti.

IL PROGETTO What Stays: The rise of the Residue
Spazzatura, immondizia, rifiuti, sporcizia, ciarpame: il materiale di scarto e gli oggetti a cui non si è più legati, che, semplicemente, vengono gettati via. Questo è ciò su cui mi concentro, perché il rigetto materiale porta con sé infinite connotazioni negative legate a consumismo e inquinamento. Inoltre, malgrado lo stesso gesto di allontanare da sé lo scarto nelle discariche dia una parvenza di libertà, chiunque ne rimane affetto direttamente o indirettamente.

What Stays: The rise of the Residue nasce come analisi sul riciclo psicologico dello scarto, si interroga su un possibile futuro in cui il valore che decidiamo di dare o togliere agli oggetti viene decostruito e ricostruito in modo che un elemento così opprimente come l'immondizia possa essere riconsiderato. La ricerca da cui è poi nato il progetto parte da tre delle 55 “Città Invisibili” di Italo Calvino: Leonia, Clarice e Bersabea. In questo trio di agglomerati urbani immaginari, l'autore isola il tema della spazzatura, lo racconta attraverso un processo quasi alchemico e descrive lo scarto rispettivamente come contraddizione, potenziale e materia celeste. “What stays” entra così nella puzzolente realtà del “buttato”, analizzandone il problema, la simbologia, le virtù per poi isolarlo, disgregarlo e rimetterlo insieme in una forma completamente nuova.

Questo progetto vuole dimostrare come l'“Utopia Pulviscolare” ricercata da Calvino nei suoi romanzi sia da trovare non nei massimi sistemi, quanto più nei frammenti di una realtà sospesa che fa parte di noi e che puntualmente rigettiamo fisicamente e psicologicamente. Questo processo alla parvenza astratto viene concretamente affrontato nel lavoro di artisti, registi, autori e designer che hanno utilizzato lo scarto trasformandolo in una materia nuova: la nostra spazzatura contiene la nostra umanità e sta a noi darle una posizione nella scala dei valori, ognuno a modo suo, ognuno attraverso dei codici personali.

What Stays: The rise of the Residue si presenta quindi come un'installazione basata su uno storytelling che racconta simbolicamente questo processo di elevazione. Quasi una favola che ci dimostra come effettivamente chiunque possa prenderne parte. Ispirandosi ancora una volta a Calvino—che nelle sue “Lezioni Americane” paragona la figura di Perseo a quella del poeta—il progetto abbraccia il mito greco e trasforma l'eroe in “alchimista dello scarto” e il mostro contro cui combatte (la famigerata Medusa) in spazzatura. Perseo è quindi allegoria di leggerezza, combatte i nemici in modo indiretto, utilizzando specchi e stratagemmi, vola e si muove libero da ogni costrizione. Irrimediabilmente però non è un Dio. Rimane un essere umano, ed è strettamente legato al mondo materiale e ai suoi nemici con i quali crea un rapporto inscindibile anche dopo averli sconfitti.

Ovidio nelle sue “Metamorfosi” racconta invece come l'eroe, dopo aver ucciso la gorgone, non abbia più abbandonato la sua testa, trasportandola in un sacco e utilizzandola nuovamente all'interno delle sue avventure. Il mito racconta inoltre di come il corallo sia nato dall'incontro tra il sangue di Medusa e un letto di alghe, sul quale Perseo aveva appoggiato il capo del mostro. Non c'è sintesi migliore, visivamente e simbolicamente, per raccontare come anche dalla peggior materia possa nascere il sublime.

Il percorso di questo eroe romantico e del suo nemico viene quindi riportato astratto e suddiviso in cinque capitoli: The Birth, Petrification, The tools, The Meeting, The rise. Tre video e due shooting seguono i parallelismi tra il mito greco e il percorso di questo nuovo personaggio contemporaneo che trasforma ciò che lo circonda e lo opprime nella sua favola personale.

Crediti


Contenuto realizzato in collaborazione con l'Università IED di Milano
Direzione Creativa Marta Marinotti