Immagine dal film L'EnKas

e se 'trainspotting' fosse girato nel 2018?

Ulysse e David hanno bisogno di fare soldi. Ulysse e David vanno di rave in rave con il loro food-truck. Ulysse e David non vendono panini, ma una miscela di ketamina e acqua.

di Benedetta Pini
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26 settembre 2018, 11:17am

Immagine dal film L'EnKas

Il programma del Festival di Venezia, conclusosi un paio di settimane fa non senza polemiche, pone sempre di fronte a scelte difficili. È una guerra di incastri che non può non lasciarsi alle spalle qualche vittima. E la più sacrificata delle sezioni finisce per essere spesso Orizzonti, serbatoio di film curiosi, magari non perfetti ma sempre coraggiosi, che si impegnano a esplorare le nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema internazionale. Sono film che difficilmente trovano spazio all’interno della distribuzione mainstream, e una volta persi a un festival quasi impossibili da recuperare. Eppure, a ben vedere, qualcuno funzionerebbe eccome nelle nostre sale.

Questo il caso di L’EnKas: un ragazzo appena uscito di prigione, una madre affetta da depressione, montagne di bollette da pagare e la ketamina come soluzione. Chi di voi non sarebbe curioso di vedere un film con queste premesse? Si tratta del primo lungometraggio firmato dalla giovane regista francese Sarah Marx. Il protagonista è Ulysse, che mentre cerca di barcamenarsi tra mille problemi escogita un piano bizzarro insieme al migliore amico David: girare di rave in rave su un food-truck vendendo ketamina diluita nelle bevande. Ecco come fare soldi facili se sei appena uscito di prigione. Ma nel film c’è anche molto altro: depressione, amicizia, crescita, senso di responsabilità, confine tra legalità e illegalità, uso e abuso di droghe, ambizioni, fallimenti, necessità di cambiare e di fuggire.

Le questioni sollevate dal film sono molte. Siamo usciti dalla sala in fibrillazione, pieni di domande e curiosità. Non ci restava che contattare la regista, una ragazza francese giovane ma con le idee già molto chiare, e farci una lunga chiacchierata.

Dato che in rete ci sono poche informazioni su di te, inizio con una domanda banale ma necessaria: chi sei? Qual è stato il tuo percorso?
Il mio percorso inizia con studi in geopolitica, ai quali è seguito un lavoro in un’agenzia di comunicazione, dove mi occupavo di video pop. Questa formazione mi ha permesso di avere un solido bagaglio culturale, specialmente nel linguaggio della comunicazione, quindi il passo verso il cinema e il documentario è stato piuttosto naturale. Sentivo l'urgenza di parlare dei problemi di tutto quel ceto sociale che di solito nei film francesi viene accuratamente dimenticato.
La prima volta che ho preso in mano una macchina da presa avevo 15 anni. È stato quando ho intervistato la mia famiglia per parlare di mia nonna, che era appena venuta a mancare. In quel momento ho capito che ero interessata a raccontare storie vere, di persone vere, di vita vera. Non ho mai frequentato una scuola di cinema, ho imparato a girare direttamente sul campo, lavorando a mille set diversi.

E in questo percorso hai mai percepito delle difficoltà in quanto regista donna in un ambiente principalmente maschile?
L’essenza del mio cinema è la mia sensibilità femminile, con la quale scrivo le mie storie e costruisco i miei personaggi. Detto questo, ho lavorato spesso in team misti e sono sempre stata trattata come una persona, come un essere umano con una storia da raccontare. Perché è questo ciò che sono ed è questa la mia forza.

Il tuo interesse per il mondo giovanile e la sensibilità con cui lo rappresenti sono due degli aspetti che ho più apprezzato in L'EnKas. Nei tuoi lavori tratti spesso di ragazzi che si trovano in situazioni estreme e diventano in qualche modo emblema di una generazione in difficoltà. Da dove nasce questa urgenza?
Parlo di questi problemi perché sono anche io parte di quella generazione e conosco persone che si trovano, o si sono trovate, di fronte a quelle stesse difficoltà. Dopo aver girato Fatum (2012), raccontare di persone che sono appena uscite di prigione è stato quasi istintivo. Al contempo, spero che le difficoltà che i miei personaggi attraversano siano comuni a tutta la nostra generazione, a tutti gli spettatori, spingendoli a porsi questioni importanti: come integrarsi nella società di oggi, guadagnare abbastanza per vivere e prendersi cura dei propri genitori, che tu sia appena uscito di prigione o meno. Per me è importante parlare di storie reali, lontane da quelle raccontate in televisione, dove tutto sembra facile: con i miei film voglio far assaporare ciò che la vita è realmente, ciò che la vita ha da offrire, bello o brutto che sia.

Il tuo background comprende il cinema documentario, come mai hai deciso di proseguire passando al cinema di finzione? E come ha influito su L’EnKas la tua esperienza precedente a livello sia narrativo, sia di regia?
La differenza tra girare un documentario e un film di finzione è che nel primo ti limiti a filmare delle persone e vedere ciò che succede. Il grosso limite in questo caso è quello di risultare invadente: mettere una macchina da presa in un contesto in cui non ci dovrebbe essere causa un certo disagio nei soggetti filmati, che non saranno quindi spontanei—anche per paura di essere giudicati. E io stessa non volevo che le loro storie venissero giudicate dal pubblico.
Così, mentre giravo il documentario Parallel Words, [che uscirà dopo L’EnKas, NdA], ho capito che volevo essere io a creare da zero i personaggi, le loro storie e il loro passato. Per questo sono passata alla finzione: mi permette di avere più libertà, di raccontare storie e personaggi veri e di esplorarli fino in fondo, senza mettere però nessuno in difficoltà. Questo mi ha permesso di parlare di quei soggetti a cui facevo riferimento prima, quelli che di solito non si vedono nei film e con cui non vogliamo avere niente a che fare. In questo senso il mio è un cinema politico, perché vuole essere la testimonianza di una generazione.
Tuttavia, L’EnKas mantiene un aspetto fondamentale del cinema documentario: il film è stato preceduto da un lungo lavoro di ricerca, soprattutto per scrivere il personaggio della madre di Ulysse, Gabrielle. Anche nel dirigere gli attori ho usato un approccio documentaristico, lasciando che recitassero con ampia libertà, lasciando spazio a imprevisti e spontaneità. Anche perché tutti i personaggi si rifanno a persone che conosco e allo stesso tempo credo che chiunque possa riconoscersi in loro. Ulysse in particolare è nato nel momento in cui ho incontrato l’attore; solo lì ho potuto costruire il personaggio e scrivere i suoi dialoghi.

Hai alle spalle anche alcuni videoclip musicali, in qualche modo questa esperienza è confluita ne L’EnKas ?
Il legame tra musica e immagini in L'EnKas è forte. Per me, è un discorso di energie: l’energia che impieghi per produrre un brano è la stessa che riversi nella lavorazione di un film. In entrambi i casi si tratta di comunicare delle emozioni e di raccontare delle storie, solo attraverso media differenti. Sono cresciuta negli anni ‘90, quando l’hip-hop era nel suo momento migliore, e nel mio film ho voluto riprendere quello stesso flow, sia per il ritmo del montaggio, sia per l’andamento narrativo.

Il modo in cui il protagonista Ulysse sceglie di trovare soldi facili, girando di rave in rave su un furgone e vendendo ketamina diluita nei drink, è una trovata molto originale. Come ti è venuta in mente? Hai tratto spunto in qualche modo dalla tua esperienza personale?
Ho filmato molti festival, quindi ne conosco il mood. La scena del rave l’ho girata a un vero rave, quindi le persone attorno a me erano davvero strafatte. Era vita vera. Per i personaggi del mio film, però, farsi di ketamina è qualcosa di più che un modo per sballarsi: è una questione economica, è un modo per fare soldi facili, forse l’unico possibile una volta usciti di prigione, e anche per reintegrarsi nella società. Conosco gli effetti della droga: i ragazzi che frequentano i rave e si drogano lo fanno per cercare il piacere, per raggiungere il settimo cielo. Ed è la stessa cosa che cercano le persone affette da depressione. Per questo nel mio film c’è un forte collegamento tra rave, ketamina e depressione.

La cosa che ho trovato molto affascinante nel tuo film è il modo in cui viene trattata la depressione, ovvero come una malattia vera e propria che necessita di cure importanti. Una prospettiva purtroppo ancora rara verso questo disagio, che viene spesso minimizzato. Puoi dirci qualcosa di più su questa tematica?
La depressione può essere considerato il tema principale del mio film. È una malattia complessa, perché segue dinamiche subdole e perverse che la rendono invisibile, difficile da individuare e da controllare. Eppure può uccidere. Il problema principale della depressione è che non ha una forma definita e spesso viene minimizzata, scambiata per un atteggiamento, mentre andrebbe affrontata come una malattia seria. Per questo molte persone si vergognano nell’esternare il loro malessere, perché sanno che non verrebbero capite. Per me era importante spiegare che la depressione è una vera malattia, che ha bisogno di essere curata.

La linea che differenzia la ketamina come droga e la ketamina come medicinale è sottilissima, ed è un argomento ancora in fase di studio e piuttosto delicato. Come mai hai scelto questa droga invece che altre?
Perché la ketamina è sia il veleno che l’antidoto. Come spiega il dottore a Gabrielle, la ketamina aiuta a riconnettersi con le proprie emozioni. Ed è questo ciò che cercano sia i ragazzi che si fanno di ketamina ai rave sia le persone in cura per depressione. La ketamina, infatti, non è una droga sociale, i suoi effetti ricadono tutti nel rapporto con te stesso, ti fa sentire qualcosa di diverso rispetto alla vita normale; non si tratta di condividere un’esperienza con altre persone, è una dimensione vissuta solo tra te e te. Inoltre la ketamina è una droga economica, che si può trovare facilmente, ed è la più usata in Francia dai ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Soprattutto, mi affascinava il fatto che venisse usata da veterinari, giovani e medici per curare la depressione: mi bastava seguire il percorso della droga per incontrare diverse situazioni e parlare così della società da diversi punti di vista.

Progetti futuri? Continuerai con la finzione o tornerai al documentario? Hai già qualche idea in testa?
Continuerò a fare film, almeno finché potrò usare questo medium come strumento per porre domande che gli altri film non affrontano. Voglio parlare della società e delle persone da vicino, senza giudicare, cercando di comprendere meccanismi, dinamiche e ragioni dietro le loro azioni. Certo, non farò film con budget da dieci milioni di dollari, ma alla fine neanche mi interessa: per me il cinema è un impegno, significa essere testimone del mondo in cui viviamo.

Crediti


Intervista di Benedetta PiniImmagini su gentile concessione di The PR Factory

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