la storia dietro il sorriso più famoso del mondo

Abbiamo incontrato Nicolas Loufrani—aka Mr. Smiley—per chiedergli com'è nato il simbolo più usato nel 2017 :)

di Jacopo Bedussi
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18 settembre 2017, 4:38pm

Immagini via Instagram

Nicolas Loufrani ha 46 anni, è francese e ha 256 milioni di ragioni per sorridere. L'abbiamo incontrato da Probeat Agency a Milano per farci raccontare la storia di questo impero giallo, tondo e molto allegro che si chiama Smiley World Ltd. Lui a vederlo sembra un tipo proprio pacifico, simpatico, forse il francese più simpatico che possiate immaginare e a cui dareste almeno cinque anni in meno di quelli che ha. Skinny rossi, chelsea boot neri lucidi e una felpa grigia crewneck con mega smiley d'ordinanza che fa molto corporate. Durante l'intervista beviamo estratti di frutta e mangiamo tortini al formaggio, anche quelli a forma di smiley.

"All'inizio, 45 anni fa, mio padre ha sviluppato questa promozione 'prends ton temps pour sourire' (prenditi il tempo di sorridere), per la testata francese France-Soir," esordisce Monsieur Loufrani, figlio del businessman che nel 1971 ha registrato il celebre marchio smiley. "Era una pubblicazione in cui lo smiley veniva associato alle notizie positive e divertenti." Nicolas parla italiano, francese e inglese. Chiacchieriamo affidandoci a questo delirante mix di lingue diverse, una conversazione surreale, divertente e perfettamente comprensibile.

A ricercarla oggi, quella rubrica sembra antesignana delle colonne di gattini sui quotidiani on-line, forse addirittura un Buzzfeed ante-litteram, anche a dimostrare una vision familiare votata all'immediatezza della comunicazione mischiando contenuti e media, riducendo tutto a logo e trademark.

"Il simbolo riscosse da subito un certo successo, e da lì iniziarono le prime collaborazioni con i jeans Levi's e le macchine fotografiche Agfa o anche, ricordo, prodotti per la scuola e cose così. Insomma, merchandise classico molto mass market," continua ricordando i primi anni.

Eppure, per la mia generazione, lo smiley non è un'icona mass-market, ma un simbolo legato a masse di teenager che ballano musica elettronica con una bottiglietta d'acqua nella tasca posteriore dei jeans. Quest'estate, in un enorme tendone sotto il cielo plumbeo del Suffolk, ho condiviso con circa 20.000 adolescenti fango, sudore e lo show ritrito di un Fatboy Slim ancora in forma, mentre su schermi grandi come la facciata di un palazzo roteavano migliaia di ecstasy con stampigliato il logo smiley. Nicolas parla diversamente di quel periodo, in un processo di rimozione totale della chimica, ma non del flow.

"Negli anni 80 iniziarono l'house music e l'acid house. Acid non si riferisce alla droga in realtà, ma al tipo di suoni creati con il sintetizzatore (più Roland TB-303 e meno MDMA sembra dire il nostro interlocutore, ndr). E lì che il modo di ballare e di andare in discoteca hanno iniziato a cambiare radicalmente. Dopo l'aggressività della controcultura punk, la musica elettronica ha riscritto le regole del gioco. Il mood era più happy e si poteva ballare tutta la notte ed essere felici (sic!). Per questa ragione penso che quel mondo abbia scelto lo smiley come simbolo di felicità. All'inizio era tutto molto underground: ricordo quando da adolescente andavo a Parigi a ballare house e c'era solo un club dove sentirla che si chiamava Boy. Il Rex è arrivato anni dopo."

Bei tempi andati, ma poi gli anni '90 del minimialismo e del concettualismo distruggono il sogno lisergico della Second Summer of Love. "Nel '97 il logo smiley era conosciuto dal 90 percento delle persone intervistate nelle nostre ricerche di mercato, ma non piaceva più come prima; era considerato vecchio. E negli anni '90 vecchio equivaleva a morto, la cultura heritage di oggi non esisteva ancora. Se era vecchio, nessuno lo voleva vedere. Da lì è nata l'idea delle emoticons. All'inizio non nascevano per il digitale, era un modo di rinnovare lo smiley e renderlo più emozionante e tridimensionale."

"Solo due anni più tardi ho capito che lo smiley poteva rimpiazzare le faccine fatte con la punteggiatura." Forse la svolta imperiale è proprio questa, nel passaggio da immagine a segno grafico, ormai quasi alfabetico. Lo smiley inizia a girare sui cellulari Alcatel, il mondo ha bisogno di faccine. Non una, ma tante, a coprire tutto lo spettro delle emozioni umane. E smiley diventa un dizionario tutt'ora in espansione. Il sito ufficiale parla di 3000 espressioni diverse. "Ora stiamo lavorando sugli aggettivi" dice lui. Da non confondere con le emoji che usiamo tutti su iPhone però, una brutta storia giapponese di licenze e imperialismo Apple, interrogato sulla questione Loufrani risponde lapidario: "ci hanno copiato." Si cambia discorso per cortesia. Anche se poi nella vision del brand c'è tutta un'eleganza un po' hippie nel parlare dei diritti su questa faccina sorridente, e anche i Loufrani sembrano dire "certo il logo smiley è nostro, ma una faccina sorridente è una faccina sorridente, esiste da sempre ed esisterà per sempre." Dopo le emoticons comunque arriva la moda, anche alta o comunque istituzionale, con John Galliano e la rinascita di Moschino firmata Jeremy Scott, con le infinite collaborazioni, con più di 230 licenze concesse nel mondo e un fatturato annuo di 256 milioni di euro. Nel frattempo, Nicolas Loufrani sorride.

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