Fotografia di Luigi Lista

luigi lista ha fotografato le miss trans per dimostrare l'infinita varietà del concetto di bello

La bellezza è ovunque e può assumere infinite forme, e Luigi Lista l'ha trovata un giorno, per caso, nella zona Gianturco di Napoli.

di Benedetta Pini
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31 luglio 2019, 8:01am

Fotografia di Luigi Lista

Napoli. È lì che Luigi Lista ha scoperto la fotografia quando era ancora un bambino, giocando con le macchine, le lenti, i filtri e le pellicole del padre. Ed è sempre lì che è nata la sua prima mostra, non a caso intitolata NAPOLIDENTRO. Perché, alla fine, è inutile andare lontano se prima non si conoscono le proprie radici, affondando le unghie nella propria terra per scavare e tirarle fuori tutte, fino in fondo, fino all'ultima. Ora sono passati alcuni anni da quando Luigi è stato svezzato da Napoli e si occupa di moda, ma lo fa sempre con quel suo sguardo scanzonato e a tratti quasi grezzo, riconoscibile al primo colpo d'occhio: un approccio essenziale ed elegante che ha preso forma direttamente sul campo, tra le strade della sua città, e che non ha intenzione di perdere per nessuna ragione al mondo.

Sempre a Napoli, in un bar di quartiere, è nato anche il suo ultimo progetto: ritratti a donne transessuali. Prima per strada, in stazione, sui marciapiedi, e poi la grande svolta: Miss Trans Europa, il concorso di bellezza che è come un microcosmo di libertà senza limiti, vergogne né pregiudizi. Il progetto di Luigi è ancora aperto, ma abbiamo voluto farci raccontare come ha preso vita, come si è sviluppato e, soprattutto, cosa succederà in futuro.

Ciao Luigi, partiamo da un po’ di coordinate di base: chi sei? Cosa fai? Da dove vieni? E quando hai scoperto la fotografia?
Ciao Benedetta, io sono Luigi Lista, sono nato a Napoli, ho 32 anni e mi occupo di fotografia da 15. Mio padre è un fotografo, quindi da sempre ho avuto a che fare con macchine fotografiche, lenti, filtri, pellicole ecc... Non appena ho preso dimestichezza con quegli strumenti che mi ritrovavo tra le mani per casa, ho cominciato a sperimentare, andavo in giro per Napoli a scattare e ho sviluppato una tecnica con cui sovrapporre a queste foto quelle di corpi nudi di ragazzi e ragazze che avevo scattato precedentemente. Così nacque la mia prima mostra NAPOLIDENTRO, un concept fotografico moderno e semplice, che sottolineava il legame di un popolo con la propria terra e le contraddizioni del progresso velocissimo a cui stiamo assistendo. All'inizio è stato difficile per me capire e interpretare quello che sentivo e che cercavo, ricordo mesi interi di uscite a scattare cercando qualcosa, cercando qualcuno, e alla fine tornavo a casa con tante foto di persone tutte diverse fra loro ma accomunate da una cosa: il fatto che io le avessi notate, erano uomini e donne tutti diversi ma tutti parte di una stessa categoria, che io chiamo I NOTABILI (forse un giorno riuscirò a farci un progetto).

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Il tuo percorso professionale è molto vario; dalla moda alla ricerca sociale, passando per progetti anche molto intimi. La cifra stilistica che sembra rimanere fissa in tutta questa varietà è uno sguardo curioso, diretto e spregiudicato sui soggetti fotografati, senza paura di mostrare le cose esattamente come sono, fregandotene dei soliti pregiudizi estetici. In una sola parola: raw. Come sei arrivato a questo approccio?
Non è mai stato un approccio ragionato, specialmente nei primi tempi. È stato come un puzzle che prendeva forma nella mia testa e che anche io scoprivo mano mano, uscendo e scattando, tornando a casa e cancellando tutte le foto; per poi ritornare in strada a scattare. Ora mi occupo di moda, ma conservo molto gelosamente il mio approccio di strada, che è stato il mio primo amore: una fotografia senza fronzoli che mira all'essenza delle cose, elegante ma allo stesso tempo pungente e cruda. RAW, appunto.

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Hai un modello particolare, un maestro imprescindibile a cui ti ispiri?
Sono stato molto influenzato dagli altri fotografi, credo un po' da tutti. Ho guardato e studiato molto la fotografia, ma faccio fatica a individuare un unico maestro. Amo molto il lavoro di William Eggleston, Juergen Teller, Richard Avedon, Robert Frank, Diane Arbus, Bruce Gilden, Josef Koudelka, Ferdinando Scianna e Letizia Battaglia.

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Com’è nato il tuo progetto dei ritratti alle donne transessuali?
Il progetto delle donne transessuali è nato circa due anni fa. Stavo facendo uno shooting a Napoli, in zona Gianturco, e arrivai prima del team, quindi mi fermai in un bar e vidi queste due transessuali alle prime luci dell alba, con indosso solo la pelliccia. Volevo scattarle, mi avvicinai e cominciai a parlare con loro, la scena era un mix tra un reportage e una campagna di Vivienne Westwood. Era come l'unione dei miei due mondi, e ho capito che quello era ciò che volevo fare nel mio lavoro. Dopo quell'incontro scattai una delle due trans (Nadia) a casa sua, verso Varcaturo, e passai molte altre notti alla ricerca di donne transessuali da fotografare, per le strade, nei pressi della stazione centrale. Poi mi sono fermato per un po' di tempo, ero impegnato, dovevo lavorare. Fino al momento in cui vidi la locandina di questo concorso, Miss Trans Europa. Contattai l'organizzatrice, Stefania Zambrano, attrice e attivista per i diritti transgender, e mi ritrovai alla Mostra d'Oltremare dietro il palco del concorso con la mia macchina medio formato in mano, tra l'emozione delle ragazze.

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Le tue foto trasmettono la volontà di andare a ricercare la bellezza nel particolare e dimostrare l’infinità di forme che può assumere il concetto di “bello”. Era questa la tua intenzione?
Sì, la mia intenzione era mostrare e dimostrare che la bellezza può essere espressa in molti modi, e che ognuno di noi potrebbe trovarla in qualunque angolo remoto dello strato sociale. In fondo penso che il concetto di bellezza sia molto soggettivo, io ammiro il coraggio di queste ragazze, che si mostrano senza paura, sfrontate e provocatorie, come le mie fotografie.

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Come e con quale intenzione - ammesso ne avessi una a priori - hai individuato di volta in volta i soggetti da fotografare? Che tipo di rapporto si è instaurato tra te e i soggetti?
No, non c'era alcun tipo di premeditazione nella scelta dei soggetti. Ero semplicemente là, e proprio come nelle mie prime uscite fotografiche è stato tutto molto naturale, riconoscevo i miei "notabili", i miei soggetti, e anche il rapporto tra me e loro si sviluppava in maniera molto spontanea, quasi come se ci conoscessimo da tempo.

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La tua è una ricerca che dura già da un paio d’anni. Entrando sempre più in contatto con la comunità transgender e le persone che ne fanno parte, com’è cambiata la tua visione non solo di quel mondo, ma in generale della società italiana?
La mia visione della società non è cambiata. Nel momento in cui ti trovi ad approfondire un argomento meno mainstream, ti puoi aspettare di trovare qualcosa di strano, di diverso, ma alla fine posso dire che in Miss Trans Europa non c'è niente di diverso rispetto a un concorso di bellezza per persone eterosessuali; si avverte solo di più il desiderio di rivalsa e la determinazione nel vedere riconosciuti i propri diritti e la propria identità.

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Sappiamo che il tuo è un progetto molto ampio, solo in parte legato a Miss Trans. Ci vuoi comunque raccontare nello specifico del concorso?
Miss Trans Europa nasce nel 2013 da un'idea di Stefania Zambrano, attrice e icona del movimento LGBT italiano. Il concorso punta a celebrare la bellezza trans, ma non solo, durante la serata si affrontano anche dibattiti sui diritti negati e sulla denuncia dei soprusi subiti dalla comunità LGBT.

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Come sei entrato in contatto con il concorso? Perché hai deciso di includerlo nel tuo progetto?
I primi passi in questo progetto sono stati molto difficili, perché non era facile trovare ragazze disponibili, nel cuore della notte, a farsi fotografare, c'era sempre un po di diffidenza. Poi ho visto la locandina del concorso sui social e ho pensato che inserire Miss Trans nel progetto mi avrebbe permesso di addentrarmi con più facilità in quel contesto, attraverso una situazione più confidenziale, permettendomi di fare grandi progressi.

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Com’è stato il tuo rapporto con le candidate Miss Trans? Hai seguito qualche criterio particolare per scegliere quali di loro scattare e come farlo? Come si sono poste nei confronti del tuo lavoro?
Alcune ragazze erano molto contente di farsi scattare, altre meno. Il primo giorno, appena sono arrivato ho spiegato il mio progetto, chi ero e cosa facevo. Man mano che entravo e uscivo continuamente dal backstage e parlavo con loro, tutte non si sono sentite tranquille e mi hanno permesso di andare oltre lo strato superficiale della loro personalità per mostrarmi qualcosa in più.

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In che modo le foto che hai scattato prima di scoprire Miss Trans dialogano con gli scatti del concorso e viceversa?
Le prime foto del progetto sono nate per caso, e come spesso succede nei miei lavori e nella mia vita, mi lascio guidare dall'istinto, per poi scoprire che tutto quello che faccio è legato in qualche modo a un senso complessivo. Mi è successo anche con il progetto sull'America, che poi ha trovato una serie di connessioni con tutto il mio lavoro precedente. Penso che tutta la mia vita sarà un enorme progetto.

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Hai accennato al fatto che tornerai a scattare al concorso, quindi il tuo progetto è ancora aperto a nuovi sviluppi? Se sì, hai già in mente quali saranno le prossime fasi?
Sì, tornerò a scattare Miss Trans e continuerò a lavorarci. Sono sempre aperto a nuovi sviluppi, credo che sarà il progetto stesso a dirmi quando sarà pronto per essere chiuso.

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In ogni caso, ti sei già occupato di un primo editing, che è la fase forse più difficile del lavoro di un fotografo. Come l'hai gestito? Hai seguito qualche criterio particolare per fare in modo di costruire uno specifico discorso significante?
L'editing dei miei lavori è stato sempre una spada nel cuore, spesso collaboro con una curatrice, Federica Palmer, che mi ha sempre aiutato molto, specie con i progetti Americani. I fotografi tendono ad affezionarsi all'attimo in cui hanno scattato la foto, più che alla foto in sé, ma è importante avere uno sguardo lucido. Il primo editing di questo progetto, invece, è stato più semplice degli altri, perché proprio la natura del lavoro ha fatto sì che le singole foto, per un motivo o per un altro, dialogassero con tutte le altre in modo spontaneo. Ho scelto molto di pancia.

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Nel 2019 il concorso ha raggiunto la sua VI edizione, eppure le persone transgender in Italia devono ancora sottostare a un difficile processo di accettazione sociale. Anzi, ultimamente sembra di essere in una fase di regressione. Quindi Miss Trans sembra quasi un’isola paradisiaca dove vige una piena libertà che sulla terra ferma non è ancora stata raggiunta. È così? Come si inserisce il concorso all'interno del tessuto sociale italiano? E, viceversa, come viene percepita questa dinamica all’interno del concorso, tra organizzatori, candidati e pubblico esterno?
Sicuramente sì, durante il concorso c'è sempre stato un clima tranquillo, le ragazze erano a proprio agio, erano presenti molte famiglie e amici delle concorrenti per sostenerle. Credo che lo scopo di queste manifestazioni sia quello di affermare uno stato di appartenenza e rivendicare i diritti di una comunità che li vede ancora troppo spesso violati. La speranza è che si avvii un meccanismo di accettazione anche in Italia, anche se, politicamente parlando, non è sostenuto da una sensazione di apertura, anzi.

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Sicuramente progetti come il tuo rivestono un’importanza fondamentale per creare una maggior apertura verso la comunità transgender e un clima diffuso di accettazione. Credi che qualcosa si stia muovendo in quella direzione?
Sì, penso che la marcia verso l'accettazione stia proseguendo, molto lentamente, ma sta proseguendo.

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Chiudiamo con una curiosità sui tuoi prossimi passi. Hai già pensato a una destinazione per questo progetto? Una mostra, un libro...
Penso che questo progetto potrebbe essere sviluppato in entrambe le strade. Funzionerebbe sfogliato in un libro, scoprendo di pagina in pagina una storia visiva nuova, con occhi sempre diversi. Immaginando una mostra, invece, penso a stampe di grandissimo formato, sia ottenere per un impatto estetico forte, sia per enfatizzare il grido di questa comunità che ogni giorno combatte contro mille soprusi. Per ora non ho deciso ancora la destinazione finale, mi sono sempre concentrato molto di più sulla parte della produzione dei miei progetti, spesso rischiando di trascurare poi la parte della divulgazione.

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
Fotografia di Luigi Lista

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