Illustrazione di @giulia_lineette

perché il revenge porn interessa tutt* noi, ma proprio tutt*

E come tutelarci.

di Virgin & Martyr
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18 luglio 2019, 5:00am

Illustrazione di @giulia_lineette

Virgin & Martyr si occupa di educazione sessuale, e lo fa su Instagram, principalmente. Dietro questo pseudonimo si cela un team composto da studenti di psicologia, medicina e altre tematiche inerenti il sesso. Oggi abbiamo chiesto loro come funzionano le cose in Italia quando ti ritrovi vittima di Revenge Porn, perché sì, può succedere a tutti noi, in qualunque momento. Smettere di parlarne solo perché l'opinione pubblica è saltata sul carro successivo sarebbe un errore.

Dall'inizio del 2019 a oggi si discute con sempre più fervore e frequenza del fenomeno del revenge porn, tanto che le stesse istituzioni se ne sono interessate, arrivando ad approvare un emendamento al Codice Rosso che introduce il reato di condivisione non consensuale di materiale intimo. Anche grazie a movimenti di sensibilizzazione (come la campagna di #IntimitàViolata), è stata portata all’attenzione pubblica la necessità di fornire alle vittime strumenti concreti con cui difendersi da attacchi di violenza.

Anche noi abbiamo voluto dare il nostro contributo a diffondere informazione, riflettendo sulle cause che stanno alla base, chiedendoci come possiamo cercare di combattere alla radice una problematica che è prima di tutto culturale e proponendo una piccola guida per comprendere meglio il fenomeno.

Capire le cause

Innanzitutto, che cos’è?

Revenge porn è il termine più noto per descrivere la condivisione in rete di materiale intimo senza il consenso di una o più parti incluse. Tuttavia risulta limitante, rimandandoci unicamente all’immagine più conosciuta: una coppia si lascia, uno dei due - per vendetta o perché gli rode il culo - condivide un video intimo su internet.

Molte condivisioni non consensuali non hanno la “ revenge” come scopo, basti pensare ai tanti casi di hacking ai danni delle celebrità riportati, ai gruppi di chat in cui vengono scambiate foto intime dell’ultima conquista scattate a sua insaputa o utilizzate al fine di ricattare (“sextortion”) e molestare qualcuno.

I motivi di una condivisione non consensuale possono essere molteplici, ma risalgono tutti ad una sorgente culturale comune fatta di tabù e pregiudizi, soprattutto nei confronti di una sessualità ritenuta “non convenzionale” e di chi non ha timore di scoprirla e viverla serenamente.

Nelle dinamiche relazionali poi, dove spesso l’altro viene percepito come una “proprietà”, un tradimento o un qualsiasi torto vengono visti come affronti che meritano una punizione altrettanto umiliante: la gogna pubblica sul web. Lo scopo, infatti, è spesso quello di umiliare o screditare utilizzando contenuti intimi che, anche per questo, continuano ad essere percepiti come materiale di ricatto.

Cambiare la narrativa

Quello del revenge porn è un problema culturale che va eliminato dalla radice, ma come fare?

Prima di tutto, si può contribuire a creare una cultura positiva, rispettosa e libera dai giudizi. Ciò significa imparare a riconoscere gli stereotipi, i pregiudizi e i doppi standard che perpetuiamo o che vediamo attorno a noi, e iniziare a liberarcene.

La libertà sessuale e la condivisione del proprio corpo secondo le proprie regole sono diritti fondamentali, e senza il pieno possesso di questo dogma risulta difficile individuare il vero colpevole, ovvero chi decide di umiliare attraverso una violenza online, compiendo quella che ora è anche un’azione illegale a tutti gli effetti.

Nel 90% dei casi le condivisioni non consensuali avvengono ai danni di una donna, un dato importante che ci porta a più considerazioni: se da una parte è essenziale riconoscere la centralità della libertà sessuale e del desiderio femminile, dall’altra è importante anche riflettere sul concetto di mascolinità tossica e sulla costruzione dello stereotipo del “maschio alfa”, di cui il revenge porn può essere uno strumento potente. Spesso, infatti, si verifica all’interno di chat fra uomini che rafforzano la loro identità maschile attraverso la condivisione di materiale intimo al fine di “fare branco”.

Il restante 10% dei casi colpisce la comunità LGBTQIA+. Anche in questo caso, è interessante osservare come le vittime siano persone di categorie discriminate che si discostano dal modello dominante.

Solo attraverso la liberazione dagli stereotipi e le discriminazioni di genere si eviterà di scivolare nel victim blaming, cioè l’attribuzione della colpa alla vittima della violenza.

Se vediamo o conosciamo qualcuno che commette questo tipo di azioni, anche se pensiamo sia “per scherzo”, agiamo, diciamo qualcosa. Togliere la maschera della normalità è assolutamente essenziale per mostrare la gravità di un comportamento tossico. Se riceviamo un contenuto intimo, cancelliamolo. Se lo salviamo, facciamolo in una cartella criptata, ma avvisando sempre chi ce l’ha mandato: il suo consenso è essenziale.

Allo stesso modo, anche se riceviamo immagini di nudo non richieste (come nel caso delle dickpic), non dobbiamo agire secondo la logica del revenge porn: ricondividerle ci rende carnefici alla stregua di chi ce le ha inviate, con l’aggravante che ciò che stiamo commettendo è un reato. Piuttosto, meglio bloccare il mittente ed eventualmente allertare altre possibili vittime, senza ricorrere all’umiliazione.

Conoscere i propri diritti

Il primo modo per tutelarsi è conoscere i propri diritti, primo fra tutti quello alla privacy.

Da quando Internet è diventato così presente nelle nostre vite, alcuni sostengono che la privacy sia un concetto quasi sorpassato. D’altra parte, avendo le nuove tecnologie contribuito ad assottigliare la barriera tra privato e pubblico, è aumentato il rischio di subire attacchi all’intimità e ai dati personali, di cui il revenge porn è solo una voce della lunga lista che comprende anche doxing, molestie online, stalking e molto altro.

Questo accade, nella maggior parte dei casi, a causa delle tracce digitali che lasciamo, in maniera più o meno consapevole, ogni volta che usiamo internet. Ogni nostro movimento online viene registrato e conservato. Molte volte neanche ce ne accorgiamo e spesso non siamo a conoscenza di chi o come salvi queste informazioni. Per questo motivo, perdiamo il controllo su foto e video dal momento in cui li carichiamo o scambiamo online: da reti Wi-Fi o app che potrebbero registrare i nostri movimenti, a qualcuno che potrebbe salvare i nostri contenuti sul proprio dispositivo e ricondividerli in qualsiasi modo e momento, la nostra privacy viene messa a rischio.

Ma possiamo fare qualcosa: il diritto alla privacy ci consente di avere completa padronanza sui nostri dati, permettendoci di decidere attivamente chi, cosa e come può vedere e archiviare le nostre informazioni.

Possiamo tutti esercitare questo diritto, sia facendo attenzione ai termini di trattamento dei dati personali che spesso accettiamo ad occhi chiusi per non perdere tempo, sia attraverso delle scelte informate sulle tecnologie di comunicazione che usiamo, rivendicando la nostra libertà di scelta.

Esercitare la propria libertà sessuale e di espressione

Questo diritto rappresenta la possibilità di esprimere appieno (ma pur sempre nel limite della legalità e del rispetto altrui) la nostra sessualità, che comprende anche preferenze, fantasie, desideri e gusti di ciascuno, ma implica anche che non ci debbano essere conseguenze negative sull’individuo, a partire dal giudizio esterno non richiesto.

All’interno di questo concetto va fatto rientrare anche il sexting (scambio di messaggi e contenuti a carattere erotico) che, pur essendo sempre più diffuso specialmente tra i giovani, rimane qualcosa di relativamente nuovo di cui non si conoscono ancora bene i contorni e per questo viene spesso visto come una perversione e non come una semplice pratica sessuale nata con la tecnologia. Tolto il contesto e la sua potenziale carica erotica, un corpo nudo rimane per molti un pezzo di carne da giudicare in base a potenziali diversità fisiche e non solo. Per questo, normalizzare il sexting ci permette di rimuovere i giudizi negativi e la vergogna sociale che spesso accompagnano il revenge porn nato da esso.

Denuncia

Con la prima introduzione del reato di “revenge porn” ci si potrà anche appellare al diritto di denuncia. Questo significa che chiunque subisca una violenza virtuale di questo genere avrà la piena possibilità di denunciarla alle autorità competenti, essendo prevista perseguibilità d'ufficio.

Conoscere gli strumenti

Il rischio di subire revenge porn non può e non deve essere un motivo per fare sexting se lo si vuole. Sarebbe un po’ come pensare di smettere di fare sesso perché si possono contrarre delle malattie pur sapendo che esiste la possibilità di prendere precauzioni.

Prima di tutto, valuta sempre, nella tua personale posizione, se un’eventuale condivisione non consensuale potrebbe arrecarti qualche tipo di danno: se così fosse, ci sono vari modi per tutelarsi.

Non basarti sulla fiducia. Non possiamo mai avere la certezza che la persona con cui decidiamo di condividerci rispetti sempre la nostra privacy, per questo è necessario occuparsi in prima persona della propria sicurezza.

Scegli un’app di comunicazione con strategie di sicurezza avanzate, come Signal o Telegram che, oltre ad essere chat criptate (non registrate), offrono la possibilità di “distruggere” automaticamente i media dopo alcuni secondi. Altre app più comuni come Snapchat, Instagram o Messenger non sono consigliate proprio per la mancanza di sistemi tutelanti.

Se vuoi la certezza di non lasciare traccia dei tuoi contenuti, cancella i nudes - anche dal tuo telefono - dopo averli mandati o nascondili in una cartella crittografata. Ci sono alcune app anche per pulire le tracce dei file, come CC Cleaner.

Una volta trovati gli strumenti adatti, passa all’azione in maniera sicura, ma soprattutto piacevole! Premesso che le “regole” del sexting dovresti stabilirle tu in base a gusti e limiti personali, puoi leggere qui la nostra mini-netiquette a riguardo con qualche consiglio.

Se qualcuno ti espone senza consenso, non sei sol*. Ci sono sempre più associazioni, progetti e professionisti che si battono per sostenere le vittime e prevenire le aggressioni, come ad esempio In Your S.H.O.E.S., un progetto italiano che mette a disposizione un team di esperti e contribuisce a creare una nuova cultura sensibilizzando con incontri e materiale informativo.

I tuoi contenuti, la tua scelta

Avere del materiale intimo online non è per forza qualcosa di negativo: molte persone, progetti e artisti di tutto il mondo utilizzano positivamente il corpo, la sessualità e il linguaggio erotico per iniziare importanti e coinvolgenti conversazioni sulla nostra immagine e intimità, e su come vogliamo venga rappresentata, utilizzata e riconosciuta.

Se sei tu a scegliere di pubblicarti e condividerti nel rispetto delle regole di ciascuna piattaforma o ambiente in cui decidi di farlo, nessuno ha il diritto di negartelo.

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Non esattamente revenge porn, ma altrettanto schifoso:

Crediti


Testo di Virgin & Martyr
Illustrazione di @giulia_lineette