il field day è il nostro nuovo festival made in england preferito

Pusha T, Jorja Smith, Tiga e una location mozzafiato nel nord di Londra. Siamo stati al Field Day insieme a Diadora e qui vi spieghiamo perché ce ne siamo innamorati.

di Creato con Diadora; foto di Rosario Rex Di Salvo
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17 giugno 2019, 6:00am

Questo contenuto fa parte del progetto #shapedbymusic in collaborazione con Diadora, in cui noi di i-D esploriamo la festival culture europea insieme a sei artisti internazionali che per l’occasione sono stati selezionati come Ambassador Diadora. Ad accompagnarci in questo viaggio ci sarà anche l’apparel e le sneaker del brand, ovviamente, che potete scoprire nel dettaglio qui.

Sono le 23 circa e sto tornando verso il mio hotel. In testa ho ancora Greaze Mode di Skepta, che ho sentito live per la prima volta pochi minuti fa. Intanto mi chiedo cosa sia a rendere un festival estivo figo sul serio: la line-up, certo, e poi? La location? La gente? L’impianto? Mentre ci penso su, mi accorgo che in questo primo giorno di Field Day c’è stato tutto quel che serve, e anche di più.

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Sono qui insieme a Diadora, che con il suo nuovo progetto #shapedbymusic ci accompagna alla scoperta degli eventi che meglio rappresentano la festival culture di stampo europeo. Con me ci sono gli Ambassador Diadora, a loro volta musicisti, che ci guidano da un palco all’altro, selezionando di volta in volta i migliori live da ascoltare, le più interessanti performance da godersi assorti e i più promettenti debutti da non perdere.

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Oggi è il turno di CouCou Chloe, cantante, producer e DJ francese che si sta facendo conoscere in tutta Europa per la sua attitude decisa e irriverente, oltre che (ovviamente) per le sue produzioni di altissimo livello. Ci incontriamo nel parcheggio antistante l’evento e ne approfittiamo per fare due chiacchiere: all’anagrafe Erika Jane, CouCou è spontanea, ne capisce un sacco di musica e mi racconta che la sua vita ormai è una trottola di live, eventi e set in giro tra Francia, Gran Bretagna, Italia e chi più ne ha più ne metta.

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È presa bene quanto me all’idea di una giornata piena di concerti, perché il Field Day è una garanzia quando si tratta di offerta musicale. Giunto al suo 13esimo anno, questo è uno di quegli eventi che chiunque s’interessi di musica conosce. Del resto, nel corso del tempo si è affermato nel panorama internazionale proprio perché sui suoi palchi si sono alternati grandi nomi e talenti emergenti. Tra questi ultimi, molti sono poi diventati a loro volta big names nell’industria musicale, confermando l’ottima ricerca e selezione artistica del festival.

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Dalla sua nascita ha cambiato diverse location, dalla storica di Victoria Park, al Brockwell Park del 2018. Quest’anno ad accogliere il Field Day è invece The Drumsheds, enorme spazio di North London nuovo di zecca, inaugurato dopo 21 anni d’inattività proprio da questo festival. Giocando sulla sua storia industrial, la nuova venue è un mix di imponenti depositi e sconfinati prati. La sensazione che io e CouCou abbiamo è quella che, finalmente, Field Day abbia trovato la sua casa. Il tempo scorre veloce: non c’è tempo di riposarsi tra Tirzah, Modeselektor, Skepta e Skee Mask.

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Come ogni festival inglese che si rispetti, anche il Field Day inizia presto e finisce presto per gli standard italiani. Così il giorno successivo ci avviamo di buon’ora verso North London e via, altre otto ore di musica ci aspettano. Il sole è ancora alto quando Pusha T infiamma la folla sul palco appropriatamente chiamato Eat Your Own Ears, e appena finisce siamo così esaltati che ci buttiamo sul luna park che sovrasta The Drumsheds. Dall’alto i palchi rimpiccioliscono, le persone diventano formiche e improvvisamente mi rendo conto di quanto tutto qui sia perfettamente organizzato. Ci sono migliaia di persone, eppure non ho fatto un singolo minuto di coda. Né all’entrata, né alle casse, né per spostarmi da un palco all’altro.

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Forse è questa, penso mentre sotto di me tutto vortica, la ciliegina sulla torta del Field Day Festival: una line-up impeccabile accompagnata da un’altrettanto ineccepibile programmazione di ogni dettaglio. Scendo un po’ frastornata, intanto, e mi dirigo verso lo stage Printworks, dove ad aspettarmi c’è The Black Madonna. Si balla tanto, si suda un po’—perché anche a Londra a volte c’è il sole e sembra che l’estate esista davvero. In un attimo mi rendo conto che sono le 21 ed è il momento di Jorja Smith, wunderkind inglese che colpisce per le sue incredibili doti canore anche dal vivo. Chiudo in bellezza con Tiga, e anche se dopo due giorni di musica ho le gambe a pezzi, sul mio viso campeggia un sorrisone soddisfatto.

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Non sono ancora in taxi, eppure sto già pensando: Field Day, ci vediamo il prossimo anno. Ma prima, altri due festival—questa volta italiani—ci aspettano insieme a Diadora e #shapedbymusic. Per seguirli insieme a noi, trovate tutte le info qui.

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Crediti


Fotografia di Rosario Rex Di Salvo