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damir doma e la sua tribù sfilano al berghain

Abbiamo incontrato lo stilista nel backstage della sua sfilata a/w 18. La prima domanda ovviamente è stata: perché il Berghain?

di Mattia Ruffolo
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19 gennaio 2018, 3:31pm

Pochissimi giorni fa noi di i-D siamo stati alla Settimana della Moda di Berlino e abbiamo incontrato Damir Doma, che ha sfilato proprio nella capitale tedesca nell’ambito della prima edizione di “Fashion HAB presented by Mercedes-Benz,” evento realizzato in collaborazione con Fashion Council Germany. La sfilata fa parte del Mercedes-Benz International Designer Exchange Program, a cui hanno partecipato in passato sia Angel Chen che The-Sirius, due che qui da i-D amiamo molto.

Perché l'Halle am Berghain? Cosa rappresenta per te Berlino?
Quando mi hanno proposto di usare l'Halle am Berghain come location ero al settimo cielo, non avrei potuto immaginato un luogo migliore in cui far sfilare i miei capi. È perfetto, perché si inserisce nella narrativa estetica a cui ho dato avvio anni fa, sfilando in spazi come il Macao o la Stazione Centrale di Milano.

Inoltre, a Berlino vivono moltissimi giovani provenienti da tutto il mondo. Quindi fare il casting qui è stato interessante, perché siamo riusciti a mettere insieme un ventaglio di modelli molto diversi tra loro per cultura, aspetto fisico e modo di sfilare.

La musica, il casting, essere qui... È tutto così incredibile che anche la paura di spostare la sfilata da Milano a Berlino se n'è andata nel giro di qualche giorno. Ho capito velocemente che questo era il passo giusto da fare, quello che aspettavo da anni. Dalla prossima stagione tornerò a sfilare a Milano però.

Quali sono i limiti e i lati positivi di questa città?
Ho vissuto per molto tempo a Berlino, poi per un po' a Parigi e ora vivo stabilmente a Milano già da qualche anno. Amo questa città, è la prima in cui mi sento davvero a casa e trovo che le persone siano stupende. Negli ultimi cinque anni è cambiata moltissimo, oggi ci sono nuovi edifici e nuove opportunità, specialmente per chi lavora nel mondo della moda.

In questi anni come si è evoluto lo stile di Damir?
La scorsa stagione ho iniziato a pensare in modo diverso a come costruire una sfilata. Certo le ripetizioni sono importanti per creare una sorta di marchio di fabbrica del brand, ma credo che il cambiamento possa coesistere con questo tipo di consistenza stilistica. Cambia il modo di unire diversi elementi, il modo in cui la presento in passerella, il modo in cui mi approccio alla collezione. Voglio che le persone si identifichino senza troppo sforzo nella linea Damir Doma, e per farlo ho dovuto necessariamente avvicinarmi il più possibile alla realtà.

Che tipo di ricerche hai fatto per disegnare questa collezione?
Si tratta di una serie di capi molto legati all'essenza tedesca. Li definirei 'German Specific' quasi. Tutto è nato con la decisione di sfilare qui a Berlino, è da questa città che ho poi sviluppato la collezione. Qui sul moodboard ci sono un sacco di ritagli di Männer Vogue, l'equivalente tedesco de L'Uomo Vogue che oggi non esiste più, ma a cui sono molto legato. L'art director, Beda Achermann, ha sempre avuto una visione piuttosto moderna e vicina al mio modo di creare abiti. Qui si legge ad esempio "Who needs perfection?" ed è esattamente questa la filosofia che ha guidato la mia nuova collezione; lasciare che i dettagli si definiscano da sé, senza sforzarsi di curare maniacalmente ogni singola piccolezza. Anche i modelli sono stati scelti cercando un tipo di bellezza che non colpisce, quella di cui ci si accorge con il passare del tempo.

Come descriveresti questa collezione a chi la vede per la prima volta?
Si tratta di ciò che non è concluso, di un mix diverso di elementi, di un'atmosfera bohémienne che si rivela anche nella palette di colori scelta. È un mix di elementi molto distanti tra loro. Ho usato tessuti diversi, uniti poi in un patchwork caleidoscopico. Per le felpe ho usato tappeti marocchini, mentre un abito è un insieme di sciarpe in seta unite le une alle altre. Alla base c'è una contraddizione molto forte: tessuti preziosi, come la seta appunto, ma che al primo impatto sembrano usati in modo affrettato.

Cosa vorresti cambiare dell'industria della moda?
Il sistema dell'industria della moda sta vivendo una fase di cambiamenti radicali. Tutto si sta rivoluzionando in questo mondo; i brand fanno fatica a trovare un posizionamento, i magazine più istituzionali hanno difficoltà a trasportare i loro contenuti sulle piattaforme online, i siti di e-commerce ancora non riescono ad arrivare con immediatezza ai loro clienti. Questo è il motivo per cui le mie collezioni parlano di allontanamento dalla perfezione, della costruzione di un'utopia, di rottura con il passato e di seguire sempre le proprie emozioni.

Insomma, se avessi la possibilità di cambiare qualcosa dell'industria della moda vorrei poter saltare i prossimi tre anni. La direzione verso la quale ci stiamo muovendo è quella giusta, ma il processo è molto caotico ed è difficile non perdere la bussola. Però il lato positivo è che ci sono più possibilità, le regole non sono più così severe.

Siamo nel tempio della gioventù. Quale consiglio daresti a chi vuole seguire le tue orme?
Non voglio parlare di talento, perché è una premessa, non un'opzione. Bisogna essere ambiziosi e non aver paura di sognare. Io sono figlio di immigrati, senza ambizione o coraggio non avrei mai raggiunto i miei obiettivi. Non avrei mai sfilato al Berghain.

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Immagini su gentile concessione di Karla Otto
Un ringraziamento al Mercedes-Benz e al Fashion Council Germany, promotori dell'evento FASHION HAB