chi è l'unico designer italiano che ha sfilato alla central saint martins quest'anno

Si chiama Niccolò Pasqualetti, e ci ha raccontato la sua esperienza nell'università di moda dove hanno studiato Marc Jacobs, Alexander McQueen e John Galliano.

di Cecilia Alba Luè​
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19 marzo 2019, 11:43am

Niccolò ha ventiquattro anni, è originario di San Miniato e ha appena conseguito una laurea specialistica alla Central Saint Martins di Londra, seguita a una laurea triennale in Design della moda all'Università Iuav di Venezia. La sua collezione gender-fluid ha sfilato durante la scorsa settimana della moda londinese nello show di chiusura del master, quest’anno allestito tra le mura della prestigiosa università.

I suoi capi scultorei sfidano gli obblighi delle categorie di genere, ponendo un’enfasi non sulla differenza tra mascolinità e femminilità, ma sulla linea di contatto tra le due. Volumi destrutturati, macramè, maniche a uncinetto e gonne-pantalone offrono nuove interpretazioni di sensualità e individualità attraverso una palette chiara di bianchi, di beige e di grigi.

Abbiamo conosciuto Niccolò che, con l’attitudine calma e gentile che lo distingue, e i suoi grandissimi occhi, ci ha parlato del suo progetto.

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Qual è stato il tuo punto di partenza?
La collezione è nata in reazione alla costante tendenza della società a categorizzare persone, idee, oggetti. Mi sono ispirato alla semplicità delle forme primordiali e fluide nelle sculture di Jean Arp, Henry Moore e Barbara Hepworth. Il movimento dell’Arte Povera ha influenzato la mia ricerca di oggetti comuni che ho raccolto e reinvestito di nuovi valori integrandoli nei capi, come nel caso del top-collana costruito con utensili di legno per lavorare l’argilla o delle maglie patchwork create con lane riciclate.

Come descriveresti la tua collezione?
Pulita e organica, artigianale e innovativa, semplice e strutturata, sartoriale e deformata, scultorea e fluida, womenswear e menswear.

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Il concetto di fluidità sembra centrale nella collezione. Cosa significa per te?
È vero, l’idea di fluidità permea tutta la collezione, nei suoi volumi, sartoriali ma liberi e deformati, e nella libertà di espressione di - non - genere che i capi veicolano. La fluidità è rintracciabile anche nella ridefinizione della funzione di oggetti di uso comune, oggetti il cui significato originario scivola in quello nuovo, trasformandoli in accessori e materiali ‘alla moda’.

Quali sono le sfide che hai dovuto affrontare nel realizzare questa collezione?
Ottenere un risultato finale effortless, ovvero rilassato pur nella sua costruzione scultorea. E riuscire a mantenere lo stesso effetto su corpi biologicamente diversi.

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Chi vedi nei i tuoi capi?
Chiunque apprezzi vestiti di qualità, caratterizzati da una sensualità delicata. Qualcuno che sia sovversivo nella sua pacatezza. Senza distinzioni di sesso o genere.

In che modo pensi che Saint Martins ti abbia influenzato come designer?
Mi ha insegnato a sperimentare più liberamente, svincolato dalla paura di sbagliare. Certe idee possono non funzionare e vanno ripensate, ma la cosa più importante è provare strade diverse e inesplorate. Durante il mio iter ho anche imparato a mettere in dubbio le nozioni di buon gusto e cattivo gusto.

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Qual è secondo te la ragione per cui CSM è considerata l’università di moda più formativa al mondo?
Oltre che per i molti stilisti famosi che vi hanno studiato, credo sia per il suo approccio educativo sperimentale e innovativo. In Saint Martins gli studenti sono spinti a rispettare e perseguire la propria autenticità creativa, senza pensare di doversi conformare alle tendenze del momento.

Qual è stata la sfida più difficile che hai dovuto affrontare studiando all’estero?
Prima di trasferirmi a Londra per il master, ho studiato per un periodo in Belgio e ho lavorato come intern per The Row, a New York. Se si decide di fare questo lavoro, credo vada messo in conto di stare lontano da casa. È un grande investimento a livello economico, ma sono grato perché a Londra ho avuto la fortuna di essere supportato dalla borsa di studio di Stella McCartney per tutta la durata del corso. Forse la parte più difficile di essere un fuorisede è che quando finalmente ci si ambienta in un nuovo posto, è già ora di ripartire.

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Quale invece l’aspetto più positivo?
Ce ne sono tanti, da quello linguistico all’apertura di nuove prospettive. So che è un cliché quello di Londra come "città creativa," ma nella mia esperienza personale è stato realmente così. Qui ho conosciuto nuovi e innumerevoli stimoli, sensibilità simili alla mia con cui condividere progetti e sogni.

Che consiglio daresti a chi ha in mente un percorso simile al tuo?
Di prepararsi. [Ride, NdA] A parte gli scherzi, la cosa più importante è avere il proprio obiettivo chiaro in testa e sperimentare ogni strada per raggiungerlo, senza pensare che gli altri si aspettino qualcosa di diverso da ciò che sei.

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Come ti senti ora che ti sei laureato?
Il lavoro sulla collezione finale è stato impegnativo e intenso e, ora che è finito, mi sento un po’ vuoto. Anche se è molto eccitante pensare che tutto stia per cambiare, sento già nostalgia della Saint Martins.

Sogni per il futuro?
Restare sincero e libero nella mia creatività, ovunque mi troverò.

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Crediti


Intervista di Cecilia Alba Luè
Fotografia di Heather Glazzard

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