Yayoi Kusama. Sulla sinistra, With All My Love for the Tulips, I Pray Forever, 2012.

"infinity: kusama" è il film che non ti aspetti, ma di cui l'arte ha bisogno

Tutti conoscono le opere di Yayoi Kusama, ma in pochi la sua storia. Ed è ora di recuperare.

di Alina Cortese
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18 marzo 2019, 10:05am

Yayoi Kusama. Sulla sinistra, With All My Love for the Tulips, I Pray Forever, 2012.

Siamo nel Dopoguerra, non sono ancora gli anni Sessanta, quando una giovane donna giapponese sale sull’Empire State Building di New York e fa una promessa a se stessa e al mondo intero: conquistare la città e lasciare il segno nella storia dell'arte contemporanea. Il suo nome è Yayoi Kusama, è nata nel 1929 a Matsumoto—una piccola città alle pendici dei Monti Hida in Giappone—e ha appena scommesso tutto ripartendo da zero in una città sconosciuta, esattamente dall'altro capo del mondo.

Oggi, finalmente, il film biografico Kusama: Infinity racconta le peripezie di Kusama, tanto caparbia e determinata nel suo intento da essere diventata l’artista donna vivente più venduta al mondo e una delle figure più influenti nel mondo dell’arte e non solo, grazie a collaborazioni con grandi case di moda.

Il documentario, tuttavia, non si concentra sui successi ottenuti; i veri protagonisti sono il mancato riconoscimento e il disagio personale vissuto da Kusama, nonostante tutto e tutti.

Heather Lenz, regista del documentario, ritrae Yayoi Kusama per quella che è realmente: una donna che ha dovuto lottare anche a discapito della sua salute per ottenere il posto che meritava in un settore, quello dei creativi americani del Dopoguerra, quasi esclusivamente maschile, oltre che incredibilmente conservatore nelle dinamiche. Nel documentario vediamo infatti più volte e più volte una donna arrabbiata e delusa dal mondo dell’arte degli Stati Uniti, dove più e più uomini bianchi arrivarono al punto di copiare il lavoro di Kusama, senza però riconoscerne il valore originale. La consapevolezza che essere donna e giapponese sarebbe sempre stato uno svantaggio la porterà a lottare e fallire, spingendola verso l’ossessione e la depressione che aveva sviluppato in giovane età in Giappone.

Seguendo un filo pressoché cronologico, da subito Infinity: Kusama ci coinvolge nella vita della giovane Yayoi. Nata in una famiglia di spicco della borghesia cittadina, sin da bambina sente il bisogno di creare arte per esprimere i suoi sentimenti. Il padre è assente, e la madre reprime questa sua passione, desiderando invece per lei una vita semplice da casalinga. Yayoi trasferisce così nel disegno questo senso di costrizione e oppressione famigliare, finendo per sviluppare un’ossessione per la ripetizione che diventerà poi il leitmotiv di tutta la sua produzione artistica.

La pellicola fa emergere il carattere sensibile e delicato dell’artista, facilmente suscettibile agli eventi che accadono intorno a lei, ma evidenzia anche la sua tenacia e la sua cocciutaggine, che la portano addirittura a presentare senza permesso le sue opere alla Biennale d’Arte di Venezia del 1966.

Infinity: Kusama funziona perché Heather Lenz è in grado di dipingere un quadro oggettivo della vita della donna, anche grazie al materiale d’archivio e inedito raccolto in oltre dieci anni di ricerca. Le testimonianze fornite da direttori di musei, galleristi, curatori, critici, collezionisti, amici e collaboratori diventano i cardini della narrazione, raccontando da un punto di vista sicuramente privilegiato emozioni, paure e dubbi dell’artista. L'impressione è che anche noi spettatori possiamo, attraverso le loro parole, vedere Kusama esattamente per ciò che è: un essere umano, nel bene e nel male.

In questo senso, le opere altro non sono che una trasposizione del suo pensiero, necessarie e indissolubilmente legate alla vita dell’artista giapponese. Il bisogno quasi fisico di trasportare su tela, nella scultura o nelle performances, un sentimento o una sfumatura della sua malattia ci appare come qualcosa di intrinseco nella natura di Kusama, che rende spontanea la nascita di opere come la serie Infinity Net Painting o Penis Chairs.

Il film scorre veloce tra gli alti e bassi della salute mentale di Kusama, tutti condizionati dagli avvenimenti della sua vita: gli esordi non facili in patria e il ripudio da parte della famiglia, la fuga a New York e il desiderio di rivalsa, l’accettazione della sua condizione, per terminare con i record di pubblico degli ultimi anni e il riconoscimento da parte della città natale. La vita dell’artista è setacciata nei minimi dettagli, esperienze e opere sono così legate tra di loro che Infinity, raccontando il lavoro dell’artista, finisce per elogiare Kusama stessa in quanto artista donna giapponese.

La voce di Yayoi Kusama ci accompagna nelle diverse fasi della sua vita, facendoci da Cicerone e illuminando sfumature delle sue opere personali e coinvolgenti. La sensazione che si ha alla fine del film è quella che, in fondo, in questo spazio infinito non siamo soli e che esiste sempre un motivo per esprimere noi stessi, come lei stessa fa ancora nel suo studio a quasi 90 anni.

Il film è nelle sale italiane ancora fino a fine mese, ed è un’occasione da non perdere.

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Crediti


Testo di Alina Cortese
Immagini via i-D UK

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