lil wavi si veste da dio e tutti lo copiano. ma lil wavi non esiste.

Storia di un influencer digitale che crede anche gli avatar abbiano libero arbitrio.

di Teddy Lamont
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21 settembre 2018, 9:51am

Realtà, questa sconosciuta. Dopo l’invasione degli influencer—che già di reale avevano ben poco—ora è la volta degli influencer digitali. Creati interamente a computer, Lil Miquela e i suoi amici stanno conquistando il nostro feed e i brand più attenti alle nuove tendenze li stanno utilizzando per vendere, rafforzare l’identità del brand e dare vita a nuove partnership. Bastano pochi clic per creare un volto nuovo da dare in pasto ai social, senza bisogno di casting. Facile no?

Tre anni fa, Emily Groom, direttrice creativa a Londra, si è resa conto che la dimensione digitale stava prendendo il sopravvento sulla sua vita reale; all’epoca, Emily passava una quantità esagerata di tempo a giocare a videogiochi escapisti. Da allora, ha deciso di unire il suo mondo virtuale con quello reale, creando il brand di streetwear futurista Waviboy, nel 2016. Recentemente, il brand ha lanciato la sua quinta stagione “Turbulence,” che continua a celebrare l’estetica vaporwave che l’ha reso noto e approfondisce sempre più i temi politici. Emily si ispira alla rabbia che pervade la generazione di giovanissimi oggi. Stiamo soffocando e abbiamo bisogno di una valvola di sfogo dove canalizzare rabbia e confusione, ed è qui che entra in gioco Lil Wavi, l’it-boy digitale di Waviboy.

Lil Wavi ha un’aria intrigante e un po’ cattiva. È proprio quel genere di persona che potrebbe piazzarsi sul tuo divano a scrocco per mesi, finirti la birra in frigo e avere il coraggio di chiederti anche dei soldi in prestito per pagare le multe.

La vita di avatar come Lil Wavi rende ancora più vacuo il confine tra esseri umani e robot. Sono l’evoluzione naturale di una società che continua a fatturare sull’identità. Gli influencer, quelli reali, non sono altro che personal brand che fanno di tutto per convincere gli altri di essere più autentici e coerenti possibili, pompando gli hashtag più tradizionali e firmando sponsorship senza sosta.

Attraverso i loro canali social cercano di vendere uno stile di vita, sperando che il loro pubblico possa identificarsi con loro. Gli avatar, però, sono senza freni. Come osserva Emily, lo streetwear è “senza limiti e non si attiene alla struttura di genere,” e la stessa cosa vale per i robot-influencer. Lil Wavi indossa la nuova collezione Waviboy, ha il suo account IG e “sta trovando la sua strada” come ogni essere umano. È dotato di libero arbitrio proprio come ogni altra persona, forse anche di più. Può cambiare genere, età e provenienza in pochi clic. E proprio il senso di escapismo è forse la cosa più intrigante di queste personalità, che non ha eguali nel mondo reale. Ecco perché gli avatar rappresentano il futuro della moda e della tecnologia.

In questa intervista Emily racconta a i-D di come ha creato gli avatar e cosa spera di poter ottenere con il suo brand di moda.

Come hai deciso di inserire degli avatar nell’immaginario del brand e in fase di vendita?
Waviboy è un brand e un concept dedicato ai nativi digitali; tutti siamo parte di questa rivoluzione digitale che ha portato con sé grandi opportunità in ambito business, social ma anche nel settore dell’arte e della moda. Un’ondata di creatività ricca di potenziale. Per me, un brand digitale deve essere sempre all’avanguardia e chiedersi: qual è la prossima tendenza che posso intercettare?

I modelli sono una componente fondamentale per il branding—sono i volti del brand e possono fare la differenza per convincere qualcuno ad acquistare i tuoi prodotti. Sono influencer con un immenso potenziale, sia dal punto di vista estetico, sia della personalità.

Nel mondo di oggi, robot e AI stanno entrando sempre di più a far parte della nostra vita reale. Non li vediamo più solo al cinema, ma sono parte integrante del nostro presente e del nostro futuro. E allora perché non incoraggiare un incontro tra tecnologia e moda nel processo creativo e nella direzione artistica? Questa è la meraviglia del branding. Un brand è fatto di concetti, è arte, ci puoi fare quello che ti pare. Puoi creare da zero un’idea oppure anche un modello, come nel caso di Lil Wavi.

Come ti è venuta l’idea di creare un avatar per Waviboy? Ci sono delle curiosità che vuoi raccontare su di lui?
Per me Waviboy è un brand che celebra la libertà e la creatività più sfrenata. Le idee folli che animano le conversazioni sono quelle che mi danno la carica. Ho pensato a Lil Wavi mentre cercavo un approccio concettuale migliore e innovativo al branding.

La creazione di un modello digitale poteva funzionare ed era perfettamente in linea con la direzione artistica del brand e la sua vocazione digitale. Allo stesso tempo, però, ero consapevole che il successo mondiale di alcuni modelli è dovuto alla loro personalità e al loro ruolo di influencer per i giovani, per questo mi sono concentrata molto sul loro carattere, ho creato per loro un vero profilo social e quindi una vita. Creare dei modelli artificiali significa poter definire il loro aspetto e la loro mentalità, plasmandoli sull’identità del brand.

Ho costruito una piattaforma per Lil Wavi che lui può amministrare in autonomia, definendo il proprio percorso. Qui lui può essere quello che vuole, indossare quello che vuole e lavorare con chi vuole. Dopotutto, se gli esseri umani hanno il libero arbitrio, perché non dovrebbe averlo anche Lil Wavi?

Per quanto riguarda le curiosità su di lui, ti posso dire che si vanta sempre di potersi spostare in pochissimi istanti da un posto all’altro. Può essere a New York adesso, e a Londra tra pochi secondi. È uno a cui piace esplorare ogni possibilità.

Come descriveresti l’estetica del brand?
Generazione digitale, concetti digitali, estetica digitale. La sovrapposizione di tutte queste cose compone il mio lavoro dal punto di vista visivo e concettuale, unito a un’estetica futuristica. Atmosfere vaporwave dedicate ai giovanissimi si sovrappongono a temi gotici e oscuri.

Cosa significa gestire un brand totalmente in digitale?
La realtà è un posto divertente. I limiti sono sempre più forzati e la sperimentazione è stimolante. Tutti i processi sono molto più veloci con i mezzi tecnologici che abbiamo a disposizione oggi. Nonostante questa evoluzione digitale sia terreno di sfide, è anche interessante vedere fino a dove può arrivare la nostra mente a livello creativo per contribuire all’evoluzione dell’industria della moda.

Dalla mia esperienza, un brand digitale crea conversazione e curiosità, sia tra chi lo ama, sia tra chi lo odia. È una cosa piuttosto interessante da analizzare dal punto di vista di chi crea. Mi piace l’idea di ispirare e stimolare i creativi che mi circondano e grazie a questo progetto lo sto facendo.

Nonostante tutto, anche la realtà è un lavoraccio. Dedico moltissime energie e tempo alla gestione del brand. Per stare al passo con il successo di un brand digitale devi sempre essere un passo avanti e anticipare le tendenze.

Anche la gestione dei modelli non è semplice a volte. Spesso ti senti solo dietro lo schermo di un computer. Dobbiamo creare molti altri avatar per dare vita a un’intera cittadina, e chissà poi un mondo intero. A volte non è semplice vederli un po’ abbandonati, ma Lil Wavi trova sempre la motivazione giusta per nuovi spunti creativi e parla molto con i suoi follower su Instagram.

Pensi che l’industria della moda sarà influenzata dalla realtà virtuale e dagli avatar computerizzati?
Sicuramente, moltissimo. Rimetteranno in discussione il concetto stesso di moda, portando una ventata di novità nel settore con la nuova generazione. Ben presto, i nostri modelli digitali sfileranno in passerella come ologrammi. Il potenziale è davvero infinito e sono davvero impaziente di scoprire cosa succederà.

È stato molto interessante osservare la creazione di una campagna computerizzata e interamente dedicata allo shop Ben Elliot . Quanto lavoro c’è dietro la creazione dell’abbigliamento e delle ambientazioni per i vostri avatar? Come hai creato il concept e i look?
Lavorare con Ben Elliot per il suo pop-up store di Parigi è stata un’esperienza straordinaria sia per me, sia per Lil Wavi. Ben ha un talento incredibile e sta unendo la sua arte alla tecnologia in modo originale. In genere, Lil Wavi sceglie personalmente i suoi look e le location degli scatti. Ha totale libertà, esprime se stesso. Noi semplicemente creiamo il codice per i capi che deve indossare e lo immettiamo nel sistema. Con Ben Elliot, però, è stata più una collaborazione: io e Lil Wavi abbiamo scelto insieme i look e i concept per soddisfare al meglio le richieste di Ben Elliot.

Ma ora basta parlare di Lil Wavi, dimmi di te. Come sei entrata nella moda?
Avevo 19 anni e vivevo a Londra, mi ero presa un anno di pausa dal Leeds College of Art. Se devo essere onesta il mio “passato” inizia solo nel 2015, quando ho ricominciato a vivere. Fino a prima, passavo tutto il giorno dentro videogiochi alienanti di escapismo (è stato un periodo brutto della mia vita). Ma è stato questo che mi ha portato a creare il mio brand, volevo fare qualcosa di reale piuttosto che continuare a rifugiarmi nella realtà virtuale. Sono riuscita a trasformare una difficoltà in un punto di forza, e per questo non potrei essere più grata. La prima collezione Waviboy è uscita nel 2017 e quest’anno continuerò il mio percorso creativo al London College of Fashion, dove mi sono iscritta al corso di Direzione creativa per la moda.

Ho visto la collaborazione con Edward Martin e ho letto dei temi che tratta, come il potere e il capitalismo. È raro che un brand di moda si schieri apertamente contro il capitalismo. Che ruolo ha la struttura della società all’interno dell’anima del brand Waviboy?
La collaborazione con Edward Martin è stata pazzesca. Abbiamo lavorato bene insieme e abbiamo condiviso una visione potente, per questo le immagini finali sono così forti.

Il capitalismo e il potere sono stati per me temi molto importanti nell’ultimo anno. All’inizio di ogni anno, scelgo una tematica per una short story. Questa storia è raccontata in tre parti, inizio, parte centrale e fine. Nel corso dell’anno produco tre stagioni che rappresentano la narrativa. Quest’anno il tema era proprio il capitalismo e il potere—argomento che ha scatenato diversi dibattiti e di cui parlo apertamente. Forse per via dell’educazione che ho ricevuto e della comunità in cui sono cresciuta sono più portata a considerare il quadro generale.

Ora siamo alla stagione cinque, che si chiama Turbulence. Parlando con i fan di Waviboy, si capisce subito che i giovani sono molto arrabbiati, ce l’hanno con il sistema educativo che ha creato le attuali gerarchie sociali. Turbulence vuole stimolare il cambiamento, combattere per una nuova era, nuove idee, una nuova visione di futuro. I giovani non stanno fermi, ma lottano per il loro futuro. La sesta stagione sarà la fine della storia: Cosa succederebbe se vivessimo in una società completamente riformata? Con una nuova cultura?

waviboy.org

@lilwavi

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Quest'articolo è apparso originariamente su i-D US.

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