chimamanda ngozi adichie è la voce della nostra generazione

"We should all be feminists." Come e perché le parole di questa scrittrice hanno ispirato davvero tutti, da Beyoncé a Maria Grazia Chiuri, spiegato da Chimamanda stessa.

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set 5 2018, 6:00am

Questo articolo è originariamente apparso in versione cartacea sul numero 353 di i-D, The Earthwise Issue, autunno 2018.

"Sono femminista da sempre. Da quando sono grande abbastanza da leggere e imparare," mi dice Chimamanda Ngozi Adichie al telefono dagli Stati Uniti, paese in cui passa gran parte del suo tempo quando non è in Nigeria. "Non ricordo un momento della mia vita in cui io non sia stata perfettamente consapevole di quanto tutto sia diverso per uomini e donne." Autrice di tre romanzi, una collezione di racconti e una miriade di pubblicazioni acclamate e citate in tutto il mondo, le storie e la saggezza di Chimamanda sono ormai parte della nostra cultura. Un esempio che dimostra la pervasività delle sue parole? Un estratto del suo talk We Should All Be Feminists è campionato all’interno di Flawless, brano di Beyoncé del 2013. "Insegniamo alle ragazze a farsi piccole, quasi a nascondersi. Diciamo alle bambine, 'Puoi avere ambizioni, ma non troppe. Punta al successo, ma non esagerare, altrimenti potresti minacciare l’uomo…'" Queste le parole esatte parole recitate nella canzone di Beyoncé e ripetute a memoria da tutti i suoi fan in giro per il mondo.

Nata a Enugu, in Nigeria, nel 1977 e figlia della prima donna iscritta all’Università della Nigeria e del primo professore di statistica del paese, Chimamanda scrive da quando ha cinque anni. All’inizio non voleva dire qualcosa in particolare o diventare qualcuno, era solo spinta dal desiderio di raccontare storie. "Non sono sicura che tutti i creativi sappiano esattamente quello che vogliono dire, no?" si chiede. "Scrivere significa esplorare, e in questa avventura il viaggio conta più della destinazione." All’università, Chimamanda ha studiato medicina. La la sua carriera come medico sembrava la prosecuzione più logica. "Come tutti i genitori nigeriani più attenti, i miei si aspettavano che io facessi un lavoro che mi permettesse di vivere decentemente," dice ridendo. "Per loro avrei dovuto fare qualcosa di importante e serio, e poi continuare a scrivere la notte."

Oggi, Chimamanda non riesce a immaginare una vita diversa da quella di scrittrice. "È quello che dà un senso a tutto," dice. "Ho avuto la fortuna di essere stata molto apprezzata dal pubblico, ma anche se fosse andata diversamente, scriverei comunque, perché per me ha un significato profondo." All’inizio della sua carriera, Chimamanda ha cominciato scrivendo poesie, passando poi ai racconti in prosa e infine alla stesura del suo primo romanzo L’ibisco viola, pubblicato nel 2003. Il libro, candidato a diversi premi letterari, è ambientato nella Nigeria post-coloniale e racconta la storia di una famiglia problematica attraverso gli occhi di una delle figlie, Kambili.

Tre anni dopo, uscirà Metà di un sole giallo, secondo romanzo dell’autrice, in cui vengono ripercorsi nel dettaglio la brutalità della guerra civile in Nigeria e l’impatto tremendo che questa ebbe sulla popolazione. Nel 2012 andò poi in stampa Americanah, ma oggi Chimamanda non riesce a scegliere il suo preferito. "È come chiedere a una donna con quattro figli quale ama di più!" esclama ridendo. "Mia madre ha sei figli, e io spesso la prendo in giro dicendole che mio fratello è il suo preferito, ma lei mi dice sempre, 'No! No, io amo tutti i miei figli allo stesso modo.' Quindi io risponderò la stessa cosa, 'Amo tutti i miei libri allo stesso modo.' Aggiungerei solo, sottovoce, che Metà di un sole giallo ha un forte significato emotivo per me."

"Sono femminista da sempre. Da quando sono grande abbastanza da leggere e imparare. Non ricordo un momento della mia vita in cui io non sia stata perfettamente consapevole di quanto tutto sia diverso per uomini e donne."

Nel 2008 Chimamanda riceve gli ambitissimi fondi della MacArthur Foundation Genius Grant e l’anno successivo pubblica Quella cosa intorno al collo, un’acclamata raccolta di 12 racconti. Nello stesso anno tiene uno dei TED Talk più visti di sempre, The Danger of a Single Story, in cui parla della percezione limitata di ognuno di noi, e dello sforzo collettivo necessario per raccontare una moltitudine di storie differenti. Tre anni più tardi, Chimamanda torna sul palco di TED Talk per pronunciare il suo ormai leggendario discorso We Should All Be Feminists, che ispirerà un’intera generazione di femministe, comprese icone del calibro di Beyoncé e Maria Grazia Chiuri, Direttrice Artistica di Dior.

Attivista e scrittrice, Chimamanda è un’osservatrice nata. Si guarda intorno con attenzione, sempre. Si riempie gli occhi della natura umana. Le chiedo se è più una persona introversa o estroversa: "Mi piacciono le persone," risponde, continuando poi: "Penso che ci siano due tipi di scrittori, quelli che sono interessati alle idee e quelli che sono interessati alle persone. Ecco, io sono interessata alle persone."

La cura e l’attenzione di Chimamanda per le persone traspare in ogni suo lavoro, ma è particolarmente evidente in Americanah, romanzo in cui analizza la profondità delle emozioni umane. Pubblicato nel 2013, il libro segue le vicende di Ifemelu e Obinze, una coppia di innamorati nigeriani che deve separarsi per iniziare una nuova vita, rispettivamente negli Stati Uniti e a Londra. La loro storia d’amore è talmente viva e reale che sembra di leggere un caso di cronaca realmente accaduto, e invece è sempre un romanzo. Attraverso gli occhi dei personaggi, Americanah esplora due esperienze nel mondo occidentale profondamente diverse, ma anche ugualmente dolorose e alienanti per chi le vive. "Pensavo davvero che non sarebbe andato molto bene, perché in Americanah parlo molto apertamente di razza," ammette Chimamanda. "Mi ha sorpreso vedere che tante persone non africane l’abbiano definito un libro educativo. Mi dicono 'Davvero? Quindi questo è quello che succede veramente?' E io rispondo: 'Sì, proprio così.'"

La politica e le convinzioni di Chimamanda risuonano chiare in ogni aspetto della sua esistenza. "Quando ho iniziato ad avvicinarmi al movimento femminista occidentale ho capito che, per molti versi, femminismo e femminilità erano considerati agli antipodi, quasi che un'idea portasse automaticamente a escludere l’altra," mi spiega. "Le donne—soprattutto le donne bianche—in passato sono sempre state considerate una proprietà privata dell'uomo. Dovevano stare a casa e farsi belle. Capisco, quindi, che per ribellarsi a questo sistema le donne si siano dette 'Al diavolo la bellezza!' E io stessa, quando ho iniziato a scrivere di femminismo, fingevo di non amare la moda, perché volevo essere presa sul serio." Una delle cose più stupefacenti di Chimamanda è il suo essere sempre impeccabile. I suoi capelli, lasciati naturali, sono sempre acconciati in modi creativi e i suoi outfit rispecchiano una personalità eccentrica, rivelano tanto di chi li indossa quanto le parole che pronuncia. "Ho deciso di usare la moda come presa di posizione politica," dice candidamente. "Per questo indosso quasi sempre abiti di designer nigeriani in pubblico. Da un lato, è un modo per sostenere questo settore ricco di talenti, mentre dall'altro è anche un modo per raccontare una storia attraverso la moda. La moda e la cultura sono legate in mille modi."

Da donna di colore, dico a Chimamanda che la mia impressione è che gli standard di bellezza occidentali abbiano danneggiato la mia immagine e quella delle donne come me. "Capisco," mi risponde assertiva. "Sarebbe sicuramente successo anche a me, se fossi cresciuta in una società che ti vuole magra, con poco seno e bionda. Probabilmente sarei anche io molto confusa e in difficoltà, perché non possiedo nessuna di queste caratteristiche. L’ideale della donna nera, con le curve, un bel sedere e un seno generoso..." abbassa la voce, e poi mi dice con tono fermo: "Penso che molte persone qui lo trovino attraente! È solo che non fa parte del linguaggio mainstream, non si vede al cinema, né sulle riviste, ma prova ad andare nei club! Conosco tantissimi uomini di tutte le razze a cui non piacciono le donne magre. E conosco anche tantissime donne che trovano le donne formose molto attraenti." Secondo Chimamanda la responsabilità è di chi guida il settore; spetta a loro intervenire e cambiare la rotta. "Nel mondo reale la bellezza è sempre diversa," continua con fervore. "Nessuna donna è nata it girl del momento, ci sono persone che hanno creato questo fenomeno, che le fotografano e le fanno apparire sui magazine."

"Penso che le persone mi vedano come una donna forte. Io penso di essere forte, ma penso anche che forza non sia sinonimo di assenza di vulnerabilità. Sono umana, e sono vulnerabile anche io. Quando rappresenti la donna forte, spesso le persone dimenticano che sei anche un essere umano."

"Recentemente ho incontrato gli editori di diverse testate giornalistiche. Con tutti loro è saltato fuori il discorso della mancanza di diversità nell'editoria, perché il concetto di bellezza autentica è del tutto assente dalle pubblicazioni mainstream. E tutti continuavano a dire 'oh, sì è davvero terribile!' Ma tra me e me, intanto, pensavo: 'Sì, è terribile, ma voi potete cambiare le cose!'" ricorda, ridendo intanto della sua stessa affermazione. "Tantissime lettrici vorrebbero vedere rappresentati canoni di bellezza diversi, ora il passo tocca a chi nei magazine ci lavora." Ma questo problema è presente anche nell'industria del make-up: l’offerta di tonalità adatte alla pelle delle donne di colore era talmente ridotta che, quando Rihanna ha lanciato la sua linea Fenty Beauty (caratterizzata appunto da un ampio ventaglio di sfumature) è andata sold out immediatamente. "La notizia mi ha elettrizzato," commenta Chimamanda. E mi sembra quasi di sentirla sorridere, al telefono. "Ho pensato, 'spero che questo convinca i responsabili di tante aziende a ripensare alle proprie direttive commerciali, per evitare che queste escludano così tante persone.' Siamo nel 2018!"

Qui mi rendo conto di quanto sia forte e autentica la donna con cui sto parlando. Una femminista convinta e determinata che ha aperto la strada lottando per l’uguaglianza in occidente e in Nigeria, dove il suo lavoro è considerato trasgressivo. Una donna che ha tenuto nascosta la propria gravidanza per evitare di dover "recitare la parte di quella incinta." Un’autrice il cui lavoro è spesso messo in discussione, analizzato e ispezionato da chi è ancora convinto che non spetti alle donne parlare di questi temi. Quando le chiedo un parere sul mito della supereroina nera che può affrontare ogni sfida, lei si prende una pausa e fa un lungo respiro prima di rispondermi. "Penso che le persone mi vedano come una donna forte. Io penso di essere forte, ma penso anche che forza non sia sinonimo di assenza di vulnerabilità. Sono umana, e sono vulnerabile anche io. Quando rappresenti la donna forte, spesso le persone dimenticano che sei anche un essere umano." Mi racconta che amici e parenti pensano che lei possa affrontare tutto. "A volte si dimenticano che anche io sono fragile, che sono un essere un umano e che non posso essere forte in ogni situazione."

"Dobbiamo sempre ricordarci del nostro lato umano. Ogni singolo essere umano sulla terra è vulnerabile, non c’è nulla da fare, è così," ci tiene a sottolineare. "Allo stesso tempo, ci sono donne di colore che io ammiro molto—sono donne normali, non per forza delle celebrità—perché ogni giorno affrontano un'enorme numero di difficoltà. E nonostante tutto, continuano e non si fermano. Non dobbiamo aspettarci che le donne di colore salvino il mondo, né possiamo trasformarle in vittime sacrificali per ogni cosa. Penso che questo valga nelle comunità di origine africana negli Stati Uniti, in Europa e nell'occidente in generale, dove in genere è la donna che si trova a dover proteggere l’uomo. Questa è una responsabilità in più che noi donne non dovremmo sostenere da sole sulle nostre spalle. Anche stare al mondo può essere faticoso."

L’ultimo scritto di Chimamanda, Cara Ijeawele, Quindici consigli per crescere una bambina femminista, è nato da una lettera scritta a un’amica che le chiede come fare per crescere una figlia femminista. Le chiedo se abbia ricevuto risposte o commenti da padri nigeriani. "Devo ammetterlo, in Nigeria c’è molta ostilità nei confronti del femminismo," dice Chimamanda. "Sia da parte degli uomini che delle donne. Quindi quando tratto pubblicamente un caso femminista, la risposta è sempre aggressiva, c’è un rifiuto generale. Detto questo, c’è stato un giovane nigeriano, non ancora padre ma appena sposato, che mi ha scritto per dirmi che il libro l’aveva segnato e che gli aveva fatto capire che tipo di padre voleva diventare. Anche se poi ho sentito anche tanti uomini reagire con frasi tipo, 'come osi dirci queste cose? Ora vuoi che diventiamo donne,'" ricorda con tono severo, facendo il verso ai suoi detrattori. E poi conclude: "Ma a una frase così non puoi rispondere. Devi solo andare avanti per la tua strada."

Chimamanda Ngozi Adichie. Una femminista, femminile. Forte e vulnerabile. Osservatrice attenta. Attivista per la body positivity, madre, amica, insegnante, scrittrice ed essere umano. Per usare le sue stesse parole, "le donne dovrebbero avere la possibilità di essere tante cose diverse."

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Tra le altre donne forti, sensibili e che stanno scrivendo la storia della nostra generazione, spicca Rupi Kaur. Qui trovi la nostra intervista:

Crediti


Fotografia di Rebekah Campbell

Assistente alla fotografia Sasha Frolova.

Chimamanda indossa tutti abiti dal suo archivio personale.