arca by wolfgang tillmans

L’omonimo terzo album di Arca è temerario, aperto, puro, fragile e sincero. In occasione del release della prima traccia, Piel, l’artista e fotografo Wolfgang Tillmans ha incontrato il musicista per discutere insieme di come la tristezza del mondo...

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24 febbraio 2017, 10:00am

Nei suoi primi due album, Xen e Mutant, Arca ha saputo lasciare spazio a una sensibilità rara negli ambienti della musica dance. Il suo mondo e le sue tracce hanno ritmi veloci, imprevedibili, dai bassi potenti, con impennate improvvise e melodie scintillanti. Il suo talento gli ha permesso, a soli 23 anni, di produrre basi per Kanye West, lavorare con FKA Twigs e co-produrre e scrivere molti pezzi dell'album Vulnicura di Bjork. Ora sta per uscire il suo terzo album, in cui canta per la prima volta nella sua lingua madre, lo spagnolo. La voce è caratterizzata da una grandiosità elegiaca e cupa, che trasforma la tragedia in magnificenza. Si tratta di un album temerario, aperto, puro, fragile e sincero; sperimentale. È un album maestosamente elettronico. Wolfgang Tillmans, amico intimo e collaboratore di Arca, l'ha fotografato e intervistato per i-D. Hanno parlato di musica pop, politica e di come la tristezza del mondo possa essere trasformata in bellezza.

Cosa significa Arca, visto che i tuoi amici ti chiamano Alejandro?
Sono scettico riguardo il vero significato della parola identità, forse a causa del mio passato. Si tratta di un concetto così malleabile. Non so se uno dei due nomi è più reale dell'altro, ma allo stesso tempo posso dire che Alejandro ha un'accezione più personale per me, rispetto ad Arca… è una questione di emozioni, più che di esperienze. Mi piace pensare che sia un nome che arriva da un luogo selvaggio, dove posso permettermi di provare emozioni vere sul palco. Quando faccio musica non penso al mio nome. Non sono uno o l'altro. Arca significa 'scatola' o 'legno' in spagnolo arcaico. È una specie di portagioie in cui mettere i propri gioielli o altri oggetti di valore, una sorta di spazio vuoto che può riempirsi con qualunque musica o significato io voglia. Per me è stato importante trovare una parola che ancora non avesse un significato preciso, una sorta di cavità che posso modellare a mio piacimento.

Arca è un album che crea dipendenza. È davvero musica nuova, un sound mai sentito prima, e anche i titoli funzionano… Sei conosciuto come artista versatile, estremamente talentuoso e come ottimo collaboratore. Con questo album però hai raggiunto un altro livello, perché è così diverso da tutto il resto?
Con il senno di poi, dicono, ci si vede benissimo. Quindi, nel momento in cui condivido quello che ho creato con il pubblico, inconsciamente anche io elaboro il mio lavoro su un livello più profondo. Di conseguenza la risposta che mi viene in mente adesso potrebbe cambiare, ma credo di essere cresciuto in molti modi diversi a livello personale mentre lavoravo a questo album. Forse ha anche a che fare con la mia irrequietezza, la mia voglia di creare. Per me è sempre stato fondamentale creare album diversi tra loro. Se faccio uscire un disco dove si sentono chiaramente influenze hip-hop, in quello successivo tendo a evitare suoni simili. Sono tutti connessi a livello personale, ma credo sia importante non ripetermi; solo in questo modo posso imparare qualcosa da me stesso attraverso il mio lavoro.

Questo è il primo album in cui si sente la tua voce…
Il rapporto con la mia voce come strumento musicale ricorda una danza. C'è assenza, ma anche presenza. È strano, mi ricorda un luogo che non ho mai visitato prima ma, a livello personale, mi sembra di essere di nuovo in contatto con l'Alejandro adolescente. Mi piace questa contraddizione.

Capisco davvero cosa vuoi dire, anche io spesso mi rifaccio agli anni dell'adolescenza come artista. Quando hai 15, 16, 17 anni dentro di te ci sono un'energia e un'innocenza di cui capisci l'importanza solo molto tempo dopo. La maggior parte delle persone pensa che gli adolescenti non vadano presi sul serio, ma se ripenso a quanto forte fosse al tempo la mia connessione con un mondo che mi sembrava impazzito…

... e quanto fosse forte quella connessione anche da bambino. Ho trovato un mio vecchio diario che ho scritto quando avevo nove anni e poi ripreso a 13. L'Alejandro di nove anni era così eccitato, così sensibile! Invece quello di 13 anni era molto schietto nel dare giudizi - tipo 'uh, ma chi è questo bambinetto?' Adesso ho 27 anni, e quando apro quel diario mi sento più vicino a quel bambino, rispetto all'adolescente, perché era un essere umano dall'energia senza fine, non si stancava mai.

Da dove arrivano i testi del nuovo album?

Sono tutti nuovi e tutti - tranne una canzone - sono stati improvvisati. Non mi sono mai seduto a scrivere per poi cambiare una strofa in un secondo momento. Ho registrato moltissime melodie e testi, e se mi sembravano abbastanza puri li lasciavo semplicemente com'erano. Non ho lasciato che la parte razionale del mio cervello interrompesse il flow.

Ci sono parti imbarazzanti? Intendo dire, c'è qualcosa che avresti voluto migliorare, ma che poi hai deciso di lasciare così com'era all'inizio?Assolutamente sì. Non solo a livello testuale, ma anche quando si parla di performance. Non c'è editing, non ci sono seconde registrazioni, ho semplicemente capito che era okay creare un suono strano con la mia saliva, o campionare il mio respiro affaticato dovuto all'asma, che a volte mi impediva di cantare. In molte canzoni finisco per piangere, e gli attimi in cui piango con un attacco d'asma sono momenti in cui mi espongo al 100 percento.

Parli molto di vulnerabilità, a cui io aggiungerei anche 'malinconia', perché la vulnerabilità non è necessariamente positiva o negativa, non ha una texture, un suo gusto.

Quando ero più giovane dicevo sempre che non facevo musica, ma che vivevo momenti di catarsi. Per me la vulnerabilità è un atto rivelatorio; è l'idea di togliersi l'armatura e permettere al dolore di entrare. In questo disco mi sono lasciato avvicinare dall'oceano di tristezza che mi porto dentro in quanto essere umano. Odio essere freudiano, ma forse ciò che ci definisce quando siamo alle soglie dell'età adulta può essere capito solo quando, come individui, ci separiamo dai nostri genitori. Sembra esserci molta tristezza nel mondo, e mi sento obbligato a trasformarla in qualcosa di bello. Devo farlo per la mia musica e per me stesso.

Il modo in cui parli della tristezza non è completamente negativo. Sembra che in parte ti piaccia, o sbaglio?
Assolutamente. Non l'ho mai evitata. Se c'è una vena di tristezza che scorre nella tua vita, devi cercare di metterti su una frequenza che ti lasci armonizzare con questa sfumatura, perché non ti abbandonerà mai. Non puoi sopprimere un'emozione quando è radicata nel tuo io più profondo. La tua vita è un accordo, e questa frequenza è la sua base. Questo significa guarire. Non voglio dimenticare o negare, cerco semplicemente l'armonia.

Nelle fotografie che abbiamo scattato insieme hai truccato i modelli in modo che avessero un occhio nero. Il tuo scopo era la drammaticità o c'era anche qualcosa di più emotivo?

Sono attratto da ciò che la violenza fa ai nostri corpi e alle nostre identità. Non mi interessa ritrarre azioni violente, voglio fermare sulla pellicola il momento in cui un individuo decide cosa fare dopo la violenza. Ripeterà il gesto su qualcun altro o accetterà la tristezza e il dolore che quell'azione hanno provocato trasformandoli in qualcosa di diverso? Questo è ciò che mi attrae a livello visivo, e non mi interessa se qualcuno non lo capisce pensando che la mia arte sia una celebrazione della violenza. È un rischio che sono pronto a correre.

Torniamo alla musica. Chi ha prodotto il tuo ultimo album?

L'ho registrato, mixato e prodotto io. L'ispirazione è arrivata dalla mia migliore amica, Jesse Kanda, e da Bjork. Non so se avrei mai cantato se non ci fosse stata Bjork. Eravamo in macchina insieme e stavo canticchiando per divertimento; lei si è girata verso di me, e con nonchalance mi ha chiesto: 'non hai mai pensato di cantare nei tuoi pezzi?' Sul momento non l'ho presa sul serio, ma poi ho iniziato a rifletterci davvero, perché la stimo moltissimo come cantante. È stata la mia guida, e voglio che si sappia quando parlo dell'album. È stata così presente, così fondamentale che non sono sicuro che ce l'avrei fatta senza di lei.

Ci sono altre persone, oltre Jesse e Bjork, a cui chiedi solitamente consiglio o a cui fai ascoltare le tue tracce per sapere cosa ne pensano?
Le due persone da cui voglio veramente sentire un'opinione anche nelle fasi di lavoro iniziali sono assolutamente Jesse e Bjork. Dopodiché faccio sentire l'album anche ai miei amici più stretti, ma non nella fase in cui il disco sta ancora prendendo forma, perché per me è il momento più delicato.

Quando sei al lavoro su un nuovo album come capisci quando fermarti? Nel mio studio c'è un cartello che dice 'capisci quando dire basta', ma quando si tratta di musica, o arte in generale, il confine è molto labile…
Sono assolutamente d'accordo con te, non c'è niente di più difficile del capire quando fermarsi e dire 'basta, l'album finisce qui.' Ci sono stati dischi più facili da concludere, mentre per altri è stato più complesso, perché avevano bisogno di un periodo di sedimentazione. Se vuoi davvero sapere quando fermarti c'è una sola soluzione: non fare musica per un po', prenderti una pausa. Staccare ti permette di non affaticare il cervello, ed è fondamentale farlo quando si deve prendere una decisione. Quando voglio capire quando fermarmi non ascolto le nuove tracce per un paio di settimane e quando torno tutto mi appare improvvisamente chiaro.

Quando lavori come DJ, quanta della musica che metti è tua?

Direi attorno al 90 percento. Solitamente metto tracce che la gente può ascoltare solo lì, e questa è la parte più eccitante: andare in un club e sentire musica nuova, che non si conosce. Questo è quello a cui miro. Certo, è faticoso, ma anche molto divertente.

Dirlo mi farà passare per un vecchio, ma quando ti ho sentito suonare al Berghain l'anno scorso tutti ballavano al ritmo della tua musica, ma non c'era beat. C'erano alcune percussioni, ma niente bassi che fanno tremare il pavimento; eppure l'insieme era assolutamente ritmico. Perché hai scelto di suonare in quel modo?

Attualmente, la decostruzione è molto apprezzata nel clubbing, perché, grazie alla mancanza di bassi troppo forti, crea una sorta di spazio negativo. È eccitante, una sorta di reazione sensoriale. Il primo DJ che ho sentito usare questa tecnica è stato Shayne Oliver al GHE20G0TH1K; non avevo mai sentito niente di simile. Lui e Total Freedom sono i due DJ che più mi hanno influenzato e sono stati probabilmente i primi al mondo a usare la decostruzione in un set. Se dovessi dire qual è stato per me un momento indimenticabile in un club, direi che sono gli anni in cui Shayne suonava al GHE20G0TH1K. Non so esprimere a parole quanto profondamente il suo modo di fare musica mi ha influenzato.

Ovvero quanto tempo fa, più o meno?
Direi cinque, sei anni fa. C'è stato questo anno d'oro, pazzesco. Shayne usava la decostruzione in un modo che nessuno aveva mai sentito prima e molte persone iniziavano ad accorgersene. La storia purtroppo non rende mai giustizia ai DJ, ma la cultura del clubbing funziona da incubatrice d'idee in un modo semplicemente inimmaginabile tra le pareti insonorizzate di uno studio di registrazione.

La cultura del clubbing ha sempre esercitato un'influenza molto forte su di te…

Esatto, perché lascia spazio a uno scambio culturale inesistente negli altri ambienti intellettuali. Non c'è bisogno di essere formali, perché il club ti fa tornare a un livello animale. È uno spazio notturno in cui la gente si rilassa, apre la mente e si concentra sul piano fisico dopo un'intensa giornata di lavoro: una situazione irripetibile. La connessione che si crea tra corpo e mente è a dir poco unica.

E deve essere protetta, giusto?

Oh, non sono per niente spaventato dalla sua imminente fine. Anche se il mondo stesse cadendo in rovina, ci sarebbero comunque party underground. Se l'apocalisse fosse alle porte, si farebbero feste ovunque. Non penso ci sia bisogno di proteggere la scena clubbing, perché finché ci sarà musica ci saranno i club. La cultura del clubbing è molto più dura a morire di qualunque politico o governatore che cerchi di distruggerla. 

Spero che tu abbia ragione, e spero di essere a quell'ultima serata!

Ci vediamo là!

Crediti


Intervista e fotografia Wolfgang Tillmans
Introduzione Felix Petty