afropunk, i volti di un festival che non è solo un festival

AFROPUNK è un evento che offre un porto sicuro per chi vuole esprimersi senza compromessi, liberamente e con positività.

di i-D Staff
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21 luglio 2017, 2:30pm

Dre'Sean Hendrix, 17, Birmingham

Cosa fai nella vita? Sono un imprenditore. Scrivo le mie musiche e spero di suonare all'AFROPUNK nel 2017. Sto anche scrivendo un libro sulla storia delle famiglie reali di colore, dipingo e fotografo. Cosa ti ha portato all'AFROPUNK di Londra? È un posto in cui siamo tutti fratelli e sorelle, re e regine che si ritrovano e uniscono. È un mix di politica, musica e arte che mi interessa moltissimo a livello personale. Durante l'evento mi sono sentito a casa. Un tema che ti sta particolarmente a cuore? Come si sentono i giovani di colore. Voglio apprezzare tutta la bellezza possibile di questa comunità, così che i bambini di colore potranno crescere amando sé stessi.

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Cakes Da Killa

Rashard Bradshaw, anche conosciuto come Cakes Da Killa ha elettrizzato il pubblico dell'edizione londinese di AFROPUNK con un set energico fatto di classici tratti dal suo mixtape del 2013 The Eulogy, e nuovi brani tratti dall'album appena uscito, Hedonism. Recentemente, il rapper ha celebrato l'uscita con una performance alla Camden Assembly Hall in collaborazione con il co-fondatore di House of Trax, Rushmore e il leggendario ballroom DJ e producer Vjuan Allure. Ha suonato all'AFROPUNK di Londra e Los Angeles ed è appena uscito il video del singono New Phone, quindi siamo certi che il successo di Cakes non farà che aumentare.

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Lady Leshurr

Il 2016 è stato l'anno di Lady Leshurr. First lady del grime di Birmingham e una delle artisti più interessanti ascoltati all'AFROPUNK di Londra, Leshurr si è fatta notare nella capitale inglese per il suo talento come rapper e su YouTube, dove ha collezionato più di 100 milioni di visualizzazioni (non perdetevi i suoi freestyle nella serie Queen's Speeches). L'anno scorso si è aggiudicata il premio per il Best Female Act ai Music Of Black Origin Awards, battendo le compatriote britanniche Little Simz e Katy B, e nel 2017 ha annunciato un tour internazionale. Tutto senza far pensare che si legherà presto a una major dell'industria musicale. "Me ne sono tenuta fuori così a lungo," ci ha detto Leshurr in un'intervista di inizio 2017. "Ho lavorato duramente per rimanere me stessa, non mi sono mai venduta. E mai lo farò." Ode alla Regina!

Abdel Queta Tavares, 24, Londra

Cosa ti ha portato all'AFROPUNK di Londra? È la prima volta che questo evento si tiene a Londra, innanzitutto. In più, è un festival in cui si incontrano persone che non hanno paura di esprimere il loro stile. Perché AFROPUNK è un festival importante per la cultura britannica? AFROPUNK ha ospiti old-school, vere icone come Grace Jones che altrimenti sarebbe impossibile ascoltare dal vivo. Sono un suo grande fan e vederla sul palco è sempre un onore. Qual è l'attivista o l'associazione che più ammiri? La Nelson Mandela Foundation. Qual è il modo migliore per far sì che la tua voce sia ascoltata? L'arte è il modo migliore per esprimersi e per far sì che gli altri ti ascoltino.

Ryan Hawaii

Tyler Wright, 21, Hackney

Cosa ti ha portato all'AFROPUNK di Londra? La selezione musicale e la possibilità di essere in un posto così speciale e d'ispirazione per me. Quello per cui AFROPUNK si batte è bellezza allo stato puro. Un tema che ti sta particolarmente a cuore? La disuguaglianza. Perché abbiamo bisogno di vivere in un mondo in cui le persone non sanno essere eguali. Non ha senso.
Qual è l'attivista o l'associazione che più ammiri? Angela Davis. 

Connie Constance, 21, Stratford

Perché AFROPUNK è un festival importante per la cultura britannica? È importante che le persone di colore si sostengano a vicenda, specialmente nell'industria della musica, dove gli artisti di colore dominano sempre la scena underground ma difficilmente riescono davvero a finire sotto i riflettori. Non possiamo sostenere ciò che non conosciamo, quindi AFROPUNK è un posto fantastico in cui conoscere nuovi artisti di talento.

Tabitha

Pippa Melody

Tariqah Walikraam, 28, Bermuda

Cosa ti ha portato all'AFROPUNK di Londra? Quando ho sentito che sarebbe arrivano a Londra, ho iniziato a saltellare perché sapevo che avrei avuto l'occasione di rivedere la mia seconda famiglia, che non vedevo da anni. E poi SZA è uno dei miei artisti preferiti da sempre. Perché AFROPUNK è un festival importante per la cultura britannica? È una celebrazione necessaria per la nostra cultura, sostiene la diversità, l'amore e crea uno spazio sicuro per tutti noi dove riunirci per ballare, conoscerci e ricordare le nostre origini. Un tema che ti sta particolarmente a cuore? La conoscenza di sé stessi, dell'amore per la propria persona e dell'importanza di non trascurarsi mai. In quanto persona affetta da depressione nel passato, è un messaggio che cerco continuamente di trasmettere. L'amore è uno strumento potente.

Ho99o9 

Unendo il loro amore per l'hip hop e l'hardcore underground anni '80, il duo più cool della musica ha appena lanciato due nuove tracce su Soundcloud. The Dope Dealerz si avvicina alla trap più moderna, mentre Double Barrel è un po' come quel metal arrabbiato che ascoltavi da adolescenti. Meglio arrivare preparati!

Kiana Nicole, 21, Londra Sud

Cosa fai nella vita? Lavoro per la rivista Wildabout e sono un'aspirante modella. Cosa rende AFROPUNK unico? AFROPUNK rimane attivo per tutto l'anno. È più di un festival, è un movimento che veicola e sostiene contenuti appartenenti alla black culture. Secondo te, qual è l'argomento di cui si è più parlato nel 2016? Trump, sono preoccupato per gli USA. Qual è l'attivista o l'associazione che più ammiri? Amandla Stenberg. Ammiro il suo coraggio nell'esprimersi fregandosene degli altri. Sono anche fan Chimamanda Ngozi Adichie.

Aden

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"Crescendo, non c'era spazio per noi bambini di colore. Una black culture alternativa era inesistente. Voglio che AFROPUNK incoraggi le persone a imparare gli uni dagli altri, a comunicare e liberarsi" - Matthew Morgan, fondatore di AFROPUNK

Un ragazzo afro e uno punk. Entrambi sono simboli di resistenza politica. L'approccio DIY of Die Trying-fai da solo o muori provandoci—ha caratterizzato sia la subcultura punk che il movimento per i diritti degli afroamericani (e non solo), fino a definire la generazione degli anni '60 e '70. Oggi, questo messaggio non ha ancora perso la sua rilevanza sociale in tempi d'incertezza politica.

"Mi chiedono sempre 'quanto è punk AFROPUNK?'" mi racconta al telefono il fondatore Matthew Morgan dal suo appartamento di Brooklyn. "Ma il punk non è solo creste e borchie… sarebbe una versione molto commerciale di questo movimento. Per me, disturbare ed essere ribelle sono l'essenza del punk." Nato a Londra, Matthew ha passato l'adolescenza immerso nella club culture della città. "Ho sempre avuto uno spirito imprenditoriale spiccato," afferma. "A 11 anni, avevo un banchetto al mercato di Hoxton in cui vendevo bigiotteria e scarpe per bambini. L'attitudine punk della città è sempre stata percepibile per me, mi sembrava di respirare lo spirito di Malcolm X, Bootsy Collins e Grace Jones... Crescere all'inizio degli anni '80 sono stato ossessionato, come tutti, dall'hip-hop. Ma sempre nelle sue implicazioni più politiche, perché a quei tempi era normalissimo che la musica fosse politicizzata. Andavo al West World, al Wag Club e al 100 Club... Non riesco a fare a meno di uscire e andare nei club da quando ho 12 anni."

Nel 2003, mentre lavorava come manager per Santigold e Doc McKinney, Matthew ha co-prodotto Afro-Punk. Scritto e diretto da James Spooner, il documentario esplora le peripezie di band punk come i Bad Brains e i Cipher, insieme ai ragazzi che li seguivano e che erano stati ignorati così a lungo dalla scena mainstream. "Non c'era spazio per noi bambini di colore," spiega Matthew. "Una black culture alternativa era semplicemente inesistente; mentre giravamo Afro-Punk abbiamo cercato di allontanarci il più possibile da etichette e classificazioni. La pellicola ha dato vita a un movimento che sapevamo avrebbe dovuto nascere, prima o poi."

Il passo successivo verso AFROPUNK è stato l'evento The Liberation Sessions al The Delancey Club di New York. "Ci saranno state non più di 20, 25 persone ad ascoltarci," ricorda Matthew. "Abbiamo mostrato il documentario e poi le band hanno suonato. Avevamo invitato alcuni gruppi da Chicago per 50 dollari, non avevamo budget, ma l'atmosfera era eccitante. Gli sguardi sui volti dei ragazzi mi hanno fatto capire che avremmo dovuto trovare il modo di incanalare quell'energia e amplificarla, perché avrebbe potuto essere così potente…"

Così, nel 2005 Matthew decide di contattare la Brooklyn Academy of Music per chiedere se è possible organizzare il primo AFROPUNK festival il successivo 4 luglio, con tema la libertà (in linea con l'Indipendence Day statunitense che cade proprio quel giorno). La risposta è positiva, e di lì alla due giorni di New York in agosto il passo è stato breve. Al Commodore Barry Park Matthew ha messo su un festival per 70.000 persone che tutto ciò che rientra sotto il concetto di black music alternativa: da D'Angelo a Lauryn Hill, passando per Lenny Kravitz, Lolawolf, Kelela e QuestLove. E poi le band come gli Unlocking the Truth e i Death Grips per fare l'occhiolino alle radici punk dell'evento.

Oggi i festival AFROPUNK hanno luogo in tutto il mondo; da Atlanta a Parigi, da Londra a Los Angeles, il Brasile (dove, ci spiega Matthew "più di 100 milioni di persone si identificano come afro") e l'Africa sono le prossime mete. "Vogliamo che sia un festival globale e abbiamo bisogno di creare queste connessioni, dobbiamo imparare gli uni dagli altri, comunicare e liberarci," conclude. Insieme alla co-fondatrice Jocelyn Cooper, Matthew vuole usare il numero sempre crescente dei loro fan sui social network (1.1m su Facebook e 500k su Instagram) per connettere i ragazzi di colore sparsi per il mondo. "È il digitale l'unica via che vogliamo seguire. Se Vice è il nuov MTV, noi vogliamo essere il nuovo BET."

Ma il mondo si conquista passo dopo passo, quindi a settembre AFROPUNK ha portato Alexandra Palace al loro primo "carnevale di consapevolezza" londinese. L'evento ha suscitato qualche polemica, perché l'headliner dell'anno era M.I.A., i cui commenti negativi sul movimento Black Lives Matter sembravano in netto contrasto con la celebrazione della black culture.

"È stata una situazione complicata," ha detto Matthew, chiaramente addolorato dal ritorno di fiamma, "ma ha dato vita a una discussione che non credo avremmo mai affrontato altrimenti. Ho capito che il lavoro che si fa prima di un festival è fondamentale, ma quello che davvero conta è ciò che trasmetti durante l'evento."

AFROPUNK non è solo un festival, è un simbolo di qualcosa di puro che non segue le leggi di vendita di biglietti o sponsor. Dalla libertà negli outfit visti a Londra all'eclettismo della musica ascoltata, il filo conduttore sembra essere stata un'energia positiva indescrivibile, perché AFROPUNK è uno spazio sicuro per chi vuole esplorare i mondi dell'arte, della musica e della società. Che la festa possa durare in eterno.

Crediti


Testo Lynette Nylander
Fotografia Olivia Rose

Assistente fotografia Rowan Hall.

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