è possibile fare arte con un jeans?​

Abbiamo intervistato Glenn Martens, direttore creativo di Y/Project, per farci raccontare la sua capsule collection per Diesel Red Tag: sperimentale, a metà tra moda e arte e che racconta il jeans da un nuovo punto di vista.

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giu 22 2018, 2:21pm

"Non è mai un momento sbagliato per indossare il denim," dice Glenn alla presentazione della sua capsule collection per Diesel Red Tag durante la Settimana della Moda Uomo a Milano. Sebbene il jeans sia di fatto un ammasso di difetti, perché con il tempo cede, si scolora, le gambe si curvano, perde solidità e si sforma, questo capo incarna modernità, comfort e forza. Il designer belga a capo di Y/Project e oggi guest di casa Diesel lo sa bene e sceglie quindi di presentarci un denim senza taglie e pieno di imperfezioni volontarie, consentendo così alla collezione di vestire tutti i corpi senza discriminazioni di genere o body size.

Com’è nata l’idea di una collezione senza sizing?
Il mio obiettivo principale è quello di includere tutte le tipologie di persone che noi stessi possiamo essere o vedere per le strade, ma anche celebrare la diversità e il cambiamento. Non vogliamo creare un esercito fatto di persone che, nel momento in cui indossano il brand, diventano loro stesse il brand. Il progetto Diesel Red Tag cerca invece di far emergere l’individualità di ognuno di noi. Per me si tratta di un concetto fondamentale, che mi ha spinto a proporre un’idea estrema a Renzo: disegnare abiti che possano vestire tutti e nessuno contemporaneamente. Lui ha amato subito questo concept.

Proporzioni, standard corporei e relazioni soggetto-oggetto sono per me una preoccupazione cruciale e continua come artista. Perché hai scelto di collaborare con Hans Eijkelboom?
Hans Eijkelboom ha scattato la campagna di questo progetto, ma ha anche influenzato il modo in cui ho scelto di presentare la collezione: ho disposto i modelli su una scalinata a più livelli, distribuendoli in modo eterogeneo. Mi sono ispirato al lavoro di Hans, People of the Twenty First Century, perché connette individui anche molto diversi tra loro, che è esattamente ciò che vorrei facessero questi abiti.

Il jeans è come una membrana vivente, lo indossano contemporaneamente figli, genitori e nonni. Qual è il tuo rapporto con questo materiale transgenrazionale e transclassista?
Il denim è un materiale che libera dal proprio backrground, perché tutti possono indossarlo. Funziona in qualsiasi occasione e abbinato a qualunque altro capo, che si tratti di una camicia elegante o di una t-shirt con stampe grafiche un po’ trash. Li lasci a terra e non li devi stirare. Per questo adoro i jeans, perché sono un materiale semplice e che si adatta facilmente alle esigenze di chiunque. Non esiste un momento sbagliato per indossare il denim, è accettato e apprezzato in qualunque situazione o contesto. Ma la cosa più importante di tutte rimane che non devi stirarlo.

Da teenager vestivi Diesel?
Da adolescente ero più uno tipo da skateboard, ero un po’ un finto skater in certi casi. Indossavo pantaloni larghi a vita bassa e qualunque cosa avesse un cappuccio grosso. Rubavo un sacco di cose a mio fratello, ma sono sempre stato un grande fan di Diesel.

In un universo parallelo vorresti essere stato tu ad aver inventato i jeans?
Ne ho tantissimi, ma non sono un feticista dei jeans. Infatti in questa capsule collection ci sono diversi capi, il denim non è che una parte del totale, ma salta subito all’occhio perché abbiamo scelto lavorazioni speciali e uniche.

Collaborare con un marchio storico come Diesel cosa ti ha permesso di realizzare, nello specifico?
Un sacco di cose dal punto di vista tecnico, come fondere il denim con il vinile, che è un trattamento molto particolare. È qualcosa che non avrei mai potuto fare in Y/Project. Allo stesso tempo, però, non ho voluto impazzire sperimentando troppo, perché è una capsule collection, quindi i pezzi sono limitati e personalmente ritengo più saggio concentrarsi su un concetto solo, senza allontanarsi troppo dal classico Diesel.

Vestire il corpo è un modo di giocarci. In che modo lo fai da Y/Project ?
Mi piace poter lavorare in un contesto di streetwear che contemporaneamente racchiude in sé alcuni elementi sartoriali. Questo mi permette di lavorare con tutti i tipi di abiti, ed è esattamente ciò di cui ho bisogno, perché non ti nascondo che mi annoio molto in fretta. A differenza di Y/Project, Diesel è più incentrata sulla democraticità mentre il mio lavoro di solito è molto più concettuale, quindi qui la sfida è stata portare qualcosa di sperimentale in un'azienda che è molto commerciale.

Come ti ha influenzato questo progetto?
All’inizio ero un pò stupito, faccio di rado collaborazioni, perché penso che collaborare debba essere interessante per entrambe le parti coinvolte. Ma questa volta sapevo che questo progetto avrebbe cambiato molto il mio modo di pensare. Spesso si ha l’impressione che quando un designer collabora con un brand si trovi in una posizione di minore potere decisionale, ma tra me e Diesel c’è stata un’esperienza a pari livello, un matrimonio quasi.

Chi ti immagini per la prossima capsule di Red Tag?
Questa è una domanda che dovresti fare a Renzo, perché solo un businessman ha la risposta.

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Crediti


Testo di Davide Stucchi
Immagini su gentile concessione di Diesel Red Tag