Fotografia di Marcello Arena

designer da tenere d'occhio: vi presentiamo nicole valenti

L'industria della moda è dominata dallo streetwear, ma c'è anche chi va in controtendenza. E il risultato è sorprendente.

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apr 10 2018, 9:29am

Fotografia di Marcello Arena

Partiamo da un presupposto tanto semplice quanto necessario: Nicole è giovane. Anzi, giovanissima, perché ha 25 anni. Ma questo non le ha impedito di creare da zero una sua linea personale e fare il botto. Le immagini della sua prima campagna pubblicitaria, ironicamente chiamata Oh Madre!, hanno girato parecchio, complice un'estetica vintage lontana anni luce dagli scatti di streetstyle che invadono le nostre timeline su Instagram da un paio d'anni a questa parte.

Andare nella direzione opposta a quella dominante nell'industria della moda di oggi è una scelta che richiede coraggio (unito forse a un pizzico di incoscienza giovanile, che male non fa). Dare un'identità precisa al proprio brand è poi ancora più complicato, così come farsi notare tra l'enorme numero di immagini che ogni giorno ci passano sotto gli occhi. Eppure Nicole ci è riuscita. Così, incuriositi dall'immaginario creato per la sua linea Valenti, abbiamo incontrato la giovanissima designer in uno dei primi pomeriggi primaverili del 2018 per farle qualche domanda in più sul suo brand così retrò e contemporaneo insieme.

Chi sei? E come ti presenteresti a chi ancora non conosce il tuo brand Valenti?
Sono una designer che ha debuttato pochi mesi fa nell'industria della moda con la sua prima collezione. Andando indietro di qualche anno in più, sono cresciuta in Calabria e dopo il liceo ho studiato per due anni Biotecnologie con l'intento di entrare a Medicina. Superato il test d'ingresso ho preso la decisione più folle e giusta della mia vita: mollare l'idea di una carriera nella medicina e iniziare invece a studiare Moda, sempre appoggiata dalla mia famiglia, fortunatamente. Così mi sono iscritta alla Marangoni e ho iniziato il corso di Fashion Design.

Non nascondo che all'inizio è stata durissima. Non sapevo cucire e non avevo mai preso in mano un ago, ero un disastro! Ricordo che al primo anno ho passato tutte le vacanze di Pasqua cucendo, disfacendo e ricucendo un solo pezzo da presentare poi al docente. Ero sommersa da tessuti e bozzetti, totalmente presa da questa nuova dimensione che nulla aveva a che fare con il mio percorso. Arrivando da una facoltà completamente diversa, posso dire che l'idea generale per cui frequentare un'università di moda sarebbe una passeggiata è assolutamente falsa e infondata. La cosa davvero complessa è stata smettere di passare le mie giornate china sui libri e iniziare a darmi da fare in modo più pratico e creativo, usando non solo la testa ma anche le mani. All'inizio neanche sapevo usare la macchina da cucire, non ti dico le lacrime che ho versato seduta lì davanti! Però la mia determinazione mi ha aiutato a non arrendermi, e adesso eccomi qui a fare ricerca per la seconda collezione.

Qual è il concept da cui sei partita per realizzare Oh Madre!, la tua prima collezione?
Dopo la laurea in Marangoni mi sono subito buttata nel mondo professionale. Qualche mese mi è però bastato per capire che in realtà il bisogno di creare qualcosa che fosse mio superava qualunque altro desiderio. Stare in ufficio otto ore al giorno non faceva per me, volevo a tutti i costi essere indipendente, così ho deciso di buttarmi in questa avventura.

Il concept di Oh Madre! è nato quando sono tornata in Calabria per il Natale, regione nella quale sono nata e cresciuta. A casa dei miei genitori mi sono imbattuta nei filmini e negli album di famiglia. A colpirmi sono state in particolare le figure femminili: le immagini di mia madre, mia nonna e delle mie zie esprimevano alla perfezione l'idea di donna italiana del Novecento. Ricerca dopo ricerca mi sono poi accorta che sul mercato italiano non c'era un brand che si ispirasse apertamente a questo tipo di donna. Certo, abbiamo Dolce e Gabbana, ma è un'idea di femminilità completamente diversa da quella che voglio proporre io attraverso Valenti. La mia linea parla di una famiglia che ruota attorno alla figura della donna italiana, una donna forte e decisa che ha in mano le redini dell'intero nucleo.

A ciò ho poi voluto aggiungere una forte componente d'ironia, che mi ha permesso di rielaborare in chiave contemporanea un archetipo femminile spesso sottovalutato, rendendolo però irriverente e quindi estremamente attuale.

Quali sono i tropi a cui ti sei ispirata nello sviluppo del brand?, oltre canzone italiana, filmografia anni '80 e famiglia?
Sicuramente la canzone italiana e il cinema anni '80 del nostro paese hanno avuto un impatto non indifferente, influenzandomi molto e fornendomi materiale a cui ispirarmi. L'ironia a cui facevo riferimento poco fa nasce ad esempio dalla filmografia dei fratelli Vanzina, a cui ho poi unito l'immaginario dell'alta borghesia e dell'aristocrazia decadente dello scorso Secolo. Penso quindi a Marina Ripa Di Meana, che ha vissuto una vita all'insegna della trasgressione, dell'allontanamento dai canoni della buona società. Poi certo anche Patty Bravo, Mina, Ornella Vanoni e tutte le grandi artiste che hanno scritto la storia dell'industria musicale. Volevo riproporre quell'ideale ideale di vita e di donna che attualmente si è un po' perso a favore di figure diverse.

Il risultato sono pezzi che trasmettono alla perfezione l'idea del mio brand, perché ogni singolo capo ha quell'impronta che lo rende immediatamente riconoscibile, impedendogli di perdersi nel caos della moda contemporanea. Inoltre, un ruolo importante lo hanno avuto le persone con cui ho lavorato allo sviluppo della collezione. Dall'ideazione del concept agli scatti per la campagna pubblicitaria, il confronto e la discussione mi hanno sempre stimolato e fatto conoscere elementi nuovi che sono poi andata a incorporare nella mia linea. Marcello Arena, che ha fotografato la advertising, è un grande appassionato di estetica anni '80, quindi lavorare con lui mi ha permesso di aggiungere nuove reference e idee al concept principale. Anche Riccardo Maria Chiacchio, che si è occupato dello styling, lavora con un'idea di donna molto italiana, quindi forte e sensuale allo stesso tempo. Sul set si è creata una sinergia fortissima e credo che il risultato finale sia stato strepitoso, ben oltre le nostre aspettative.

Che tipo di risposta hai avuto da parte del pubblico?
Senza girarci intorno, non mi aspettavo che la mia collezione avrebbe suscitato così tante reazioni positive. A suscitare particolare interesse è stata l'idea di creare una campagna pubblicitaria che andasse a ricalcare le tipiche riviste italiane degli anni '80, titoli e anticipazioni di prima pagina compresi. Ci sono riferimenti ironici all'oroscopo, alla ricerca dell'uomo ideale, ai test della personalità e ai consigli di bellezza. È un lavoro estremamente ironico, che vuole scherzare su di sé. Credo sia questa la caratteristica che più ha colpito del mio lavoro, oltre al design dei capi: l'autoironia funziona, ma è uno strumento usato di rado nel mondo della moda, che preferisce invece prendersi sul serio e sottolineare sempre la propria importanza.

Nonostante l'accoglienza estremamente positiva, sono però consapevole che sia ancora presto per dare un giudizio definitivo sulla mia linea, perché questa è la mia prima collezione e devo ancora dimostrare le mie capacità. Sto lavorando alla SS 19 con energia e determinazione, perfettamente conscia che sarà la prova del nove per me: la nuova collezione dovrà infatti confermare ciò che quella attuale ha trasmesso al pubblico, e non vedo l'ora di farla uscire.

Mi accennavi prima che gran parte di questi apprezzamenti li hai ricevuti su Instagram. Che ruolo ha questo social media quando si tratta di far conoscere un brand emergente?
Instagram è stato un mezzo fondamentale alla diffusione del mio lavoro. Certo, il sito c'è, e anche il passaparola ha un ruolo non indifferente, ma è grazie a Instagram che puoi arrivare davvero ovunque e a chiunque. Gli altri social media non hanno la stessa forza, non riescono a veicolare il messaggio in modo altrettanto diretto e massiccio. È proprio su Instagram che molte persone mi hanno contattato per dirmi che la mia collezione gli era piaciuta. Questo mi ha resa particolarmente orgogliosa, perché vedere che il mio lavoro ha catturato l'attenzione significa che ho saputo creare qualcosa di diverso e unico.

Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato in questa avventura?
Beh, se devo essere sincera, la cosa che meno mi piace dell'intero processo di realizzazione sono i cartamodelli, quindi a livello pratico difficoltà più grande è stata proprio quella di mettermi con la testa sulla scrivania e buttare giù i cartamodelli. Poi, ovviamente, a livello più generale le complessità sono legate all'aspetto organizzativo del lavoro e questo ha dato vita a tutta una serie di problematiche logistiche che per chi è agli inizi possono rivelarsi difficili da gestire.

La moda in questo momento è definita dallo streetwear, ma la tua linea non ha nulla a che fare con questo mondo. Cosa pensi del trend lanciato da Vetements e Balenciaga, che sembra oggi qualunque altro brand voglia o debba seguire?
Amo lo streetwear, basta vedere come sono vestita oggi! [Nicole è effettivamente in felpa e occhiali da sole alla Matrix, NdA]. Mi piace molto unire stili diversi, quindi vedo di buon occhio il trend dello street style. I miei pezzi non nascono per essere usati come tailleur eleganti, ma come capi da mixare ad altri meno formali per dare un tocco di italianità e unicità al look. Non dobbiamo seguire ciecamente i canoni estetici che ci vengono proposti da brand stranieri, perché non c'è niente di peggio dell'omologazione a tutti i costi. Lo stile di New York, quello di Parigi, di Londra e di Los Angeles sono unici e peculiari, però imitarli non serve a nulla, anzi, sarebbe controproducente. Rimanere fedeli all'italianità invece—sempre mixandola a trend che funzionano a livello internazionale—ha molto più senso, almeno dal mio punto di vista.

Cosa ci sarà nel futuro di Valenti?
Attualmente sono in fase di ricerca per la seconda collezione, alla quale vorrei unire una linea di gioielli, quindi nel futuro immediato c'è tanta, tantissima progettazione. L'idea è quella di crescere e ampliare l'offerta del mio brand, ma voglio farlo in modo ragionato e maturo, perciò non sto cercando di affrettare le cose, ma anzi, mi godo il successo di questa prima collezione, sempre tenendo a mente che sarà poi con la seconda che dovrò dimostrare davvero chi sono.

Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Marcello Arena
Styling di Riccardo Maria Chiacchio
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