le femministe spaventano ancora l'italia e gli italiani nel 2018?

Ne parliamo con Giorgia Serughetti, scrittrice che di femminismo se ne intende eccome e che ci spiega perché lottare per i diritti delle donne terrorizza alcuni uomini.

|
11 aprile 2018, 2:57pm

Immagine via Wikipedia.

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare una sezione tematica alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Così abbiamo chiesto a Essia Imjed e Francesca Motta—due giovani giornaliste specializzate in femminismo—di intervistare la scrittrice femminista Giorgia Serughetti, autrice di più libri sul tema ed esperta dei movimenti italiani che lottano per i diritti delle donne.

Le femministe sono tutte cattive, incazzate e pelose. Astiose nei confronti del sesso, mordono se regali loro rose e tramano da decenni un colpo di stato femminista. Ritenuto la morte del romanticismo da una parte e ampiamente deriso dall’altra—quando non percepito come un capriccio di ragazze annoiate e isteriche—il femminismo è stato dichiarato dal sito machoman.com come la seconda causa di morte al mondo, dopo la febbre a 37 gradi, ovvio. In effetti, in seguito all’ondata di proteste e all’espandersi della campagna #meetoo, il dibattito in Italia ci ha confermato quanto panico i termini femminismo e violenza di genere siano ancora in grado di scatenare. E come dimenticare madame Catherine Deneuve, la sua teoria della mano morta e la recente campagna elettorale, con annesso ritorno della retorica razzista e sessista dello straniero che stupra le nostre donne.

Insomma, il femminismo spaventa così tanto l’Italia e gli italiani, che—invece di riconoscere l’esistenza di un grande problema—si continua a nascondere tutto sotto un tappeto di silenzio e strumentalizzazioni.

Una che di femminismo e diritti delle donne se ne intende è Giorgia Serughetti, ricercatrice all’Università di Milano-Bicocca, giornalista per i blog Femministerie e InGenere, autrice di Uomini che pagano le donne (Ediesse, 2013) e coautrice, insieme a Cecilia D’Elia, di Libere Tutte (Minimum Fax, 2017). Abbiamo incontrato Giorgia per farci raccontare cosa significa per lei questo lavoro, quali sono i limiti del femminismo attuale e perché le femministe fanno così tanta paura—in particolare quelle che vogliono sia i diritti, sia le rose.

In Libere Tutte lei cita il saggio di Rebecca Traister All the Single Ladies, in cui l’autrice sostiene che questa sia “l’epoca delle single”. Eppure, ancora oggi, molte donne vedono nell’essere single una misura del proprio disvalore, come se senza un compagno fossero in qualche modo incomplete. Come si può modificare questa forma mentis così radicata?
Il libro della Traister è la prova del fatto che questa mentalità sia già parzialmente superata. È vero che sin dall’infanzia le donne subiscono forti ingiunzioni culturali a vedere il matrimonio come forma di risoluzione, considerandosi complete solo nel momento in cui incontrino un compagno e abbiano dei figli. Al tempo stesso, questa cultura è stata messa però in discussione proprio dalle donne, grazie anche alle acquisizioni normative come la legge sul divorzio, che ha consentito sia di uscire da un matrimonio non voluto, sia di non entrarci.

Sempre più donne rifiutano questa istituzione per normare la propria vita affettiva, e questo è un altro dato che dimostra il cambiamento culturale. Negli Stati Uniti, le donne single sotto i 34 anni hanno superato le donne sposate. Certo, il matrimonio non è necessariamente la morte dell'autonomia della donna; si possono costruire forme di relazione totalmente paritarie, ma lo snodo della questione è far sì che le donne possano scegliere di essere in coppia o sole e trovare in ambedue le situazioni una pienezza di sé. Questa consapevolezza può essere realizzata solo attraverso la decostruzione di modelli culturali, a partire dai racconti che vengono fatti alle bambine dove l'happy ending porta sempre la donna a risolversi nel matrimonio, invece di insegnare che nel loro futuro ci può essere tutto, che si può essere madri o non avere figli, avere il compagno o una compagna come non averlo. Fortunatamente, oggi l’intrattenimento inizia a fornire al pubblico personaggi femminili nuovi che parlano a (e di) quel mondo delle single di oggi, donne che spesso di un uomo non hanno proprio alcun bisogno e non per questo smettono di essere tali.

È quindi possibile un matrimonio (o una convivenza) davvero egualitario? I ruoli di genere, come dimostrato dall’indagine Istat del 2016 sull’uso del tempo, sono ancora molto radicati e il lavoro domestico è ancora prettamente a carico delle donne. Quale può essere una via d’uscita?
Che i ruoli di genere siano ancora radicati è una grandissima verità, nonostante grazie alla riforma del diritto di famiglia del ‘75 sulla carta le donne siano equiparate all'uomo nel ruolo all'interno del nucleo. Nei fatti però, i ruoli sono del tutto sbilanciati, specie quando ci sono dei figli. Oltre alla resistenza dei modelli tradizionali, esiste anche quella che possiamo definire una forma di complicità femminile con tali modelli: l'arretratezza sociale e culturale rispetto all'avanzamento delle donne nei ruoli pubblici fa sì che le donne stesse siano portate ad aggrapparsi al ruolo di colei che gestisce la casa e che ha la prima responsabilità di crescere i figli. Quindi, se da una parte mancano da parte degli uomini disponibilità e capacità di assumere un ruolo paritario, dall'altra persiste l’aggrapparsi delle donne a ruoli che danno loro anche un senso di soddisfazione.

A guardare i dati si nota come le donne italiane sembrano essere particolarmente soddisfatte di ricoprire la gran parte della responsabilità del lavoro domestico e di cura. Questo non è ovviamente una sorta di masochismo femminile, ma si esplica nel fatto che la discriminazione all’esterno si riproduce in una sorta di reclusione all’interno, ricercando quindi un ruolo più importante dentro la famiglia. Importante è dire che la cura delle relazioni umane fa parte del nostro essere umani e dunque l'alternativa a questo sbilanciamento nei ruoli non é “ognuno per sé”, ma condividere.

Justin Trudeau, primo ministro canadese, si è sempre definito femminista. In Italia invece, la cultura machista fa sì che gli uomini si vergognino di dirsi per la parità di diritti, figuriamoci femministi. Quanto è importante una diversa formazione maschile e sessuale se si vuole rompere questo schema?
Non è facile che gli uomini si dichiarino femministi, e alcune femministe non lo apprezzano, perché ritengono che gli uomini non possano definirsi tali. Io ho delle aspettative così basse nella capacità degli uomini di aderire a un discorso femminista che in realtà gioisco quando succede, come nel caso di Trudeau e Obama.

L'educazione maschile è un primo passo verso lo sviluppo di una cultura nuova che faccia i conti con la libertà delle donne, ma è tutta da costruire. Le donne hanno portato avanti le loro battaglie partendo da una situazione di oppressione, ma gli uomini che intendono fare una battaglia di cambiamento, partono da una posizione di privilegio. Qui sta la grande differenza. Per gli uomini che lavorano al cambiamento dei modelli maschili è difficile far passare il messaggio che il femminismo faccia bene anche agli uomini.

Lo abbiamo visto con la campagna Me Too, dove da parte degli uomini c'è stata una chiusura particolarmente forte: ammettere l’esistenza di un problema significherebbe infatti mettere in discussione un certo modo di pensare la sessualità. Ecco allora che l'educazione sessuale come parte di un'educazione di genere è essenziale per ripensare una sessualità maschile al di fuori di un modello predatorio e di colonizzazione fisica dello spazio, spostando la società verso un modello aperto alle più belle e più ricche possibilità offerte dalle relazioni paritarie.

In ambito politico gli attacchi sessisti si sono rivelati spesso molto spinti e violenti, e Laura Boldrini è una delle vittime più colpite. Sembra che la critica a una donna in politica non possa esistere senza passare per insulti a sfondo sessuale, commenti sull’aspetto fisico o sulla vita privata e intimidazioni. Come spiega questo fenomeno, e perché ancora siamo riluttanti a considerare la violenza verbale e mediatica come violenza a tutti gli effetti?
Laura Boldrini incarna l'autorevolezza femminile, la rivendicazione di essere in politica come donna e al tempo stesso la propria bellezza. L’unione di questi tre elementi è letteralmente insopportabile per una cultura sessista come quella di questo paese, dove la scena pubblica é dominio aperto alle donne finché non impongono la propria autorevolezza femminile senza rinnegare il proprio corpo.

Il suo caso dimostra dunque l'incapacità della nostra società ad accettare la presenza delle donne in politica, che scatena una quantità inquietante di reazioni nevrotiche e attacchi che la riducono a oggetto. Essendo donna, la rabbia suscitata è di tipo sessuale: ne sono un esempio gli auguri di stupro, le caricature a sfondo sessuale e così via. Si mina l’autorevolezza della figura politica attaccando la donna. La Boldrini é stata una eroina, che per 5 anni non ha mai fatto un passo indietro e non si é lasciata scalfire.

Nel suo libro Libere Tutte affronta così il tema del femminicidio: “È impressionante rileggere in sequenza i titoli degli articoli che raccontano questi casi, quelli per esempio selezionati da Loredana Lipperini e Michela Murgia nel loro «L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!: i femminicidi sono raccontati come improvvisi accessi d’ira o disperati gesti d’amore, eccessi di passione, raptus. Non è così, il gesto dell’uccisione è quasi sempre l’epilogo di un rapporto che è stato segnato da comportamenti violenti e di controllo da parte dell’uomo.” Perché, secondo lei, è sbagliato il modo in cui la stampa affronta le storie di violenza e femminicidio?
In parte, questo aspetto ben delinea un giornalismo di qualità scadente, che—non solo nell’ambito della violenza sulle donne, ma in generale nella narrazione dei problemi sociali—cerca sempre delle scorciatoie, puntando sul sensazionalismo, sul pietismo e su tutti quegli elementi torbidi o morbosi che vanno a stuzzicare l’immaginario collettivo. Questo approccio porta il lettore a leggere la notizia come fosse la trama un romanzo noir e non una vicenda di cronaca.

Raccontare un femminicidio attraverso scorciatoie—ricorrendo, per esempio, alle sfere tematiche della passione, o al raptus, all’ira—devia in un’altra direzione, perché parlare di passione o gelosia mette in relazione la violenza a una dinamica amorosa per cui la donna ha operato delle scelte (lasciare il compagno o non sottostare più a determinate regole da lui imposte) ed è diventata co-responsabile dell’accaduto: non c’è più un solo colpevole (la persona che ammazza). Entrambe le parti sono in qualche modo responsabili.

La tematica del raptus e dell’eccesso d’ira momentaneo, invece, porta nella direzione del disagio psichico e individuale: come se quella violenza non fosse altro che la reazione eccessiva di una persona labile dal punto di vista psichico, una persona malata per cui si può provare, in fondo, anche un po’ di pietà. In questi casi, non solo manca del tutto una dimensione strutturale della violenza, ma si omettono anche tutti gli altri episodi di violenza che s’intensificano nel corso della relazione e culminano poi nell’omicidio.

Sia per quanto riguarda la prostituzione, sia per quanto riguarda lo spinoso dibattito attorno al velo islamico, in Libere Tutte lei sostiene sia necessario dar voce alle dirette interessate e ascoltare più testimonianze. Secondo lei il femminismo attuale pecca un po’ di presa sulla realtà, teorizzando senza aver toccato con mano?
Il femminismo, soprattutto in alcune sue espressioni, fa uso di un linguaggio e di alcune teorizzazioni un po’ datate, risultato di quel fare politica tipico degli anni ‘70 e ‘80. Ma è fondamentale che tenga conto di come si sono trasformate le vite delle donne e del moltiplicarsi dei profili femminili presenti nella nostra società, altrimenti non riuscirà più a rispondere in maniera lucida a determinate questioni. Per questo è necessario che il femminismo contemporaneo si relazioni con le donne e ascolti le voci delle dirette interessate.

Entrando nello specifico, negli anni ‘70 e ‘80 la nostra società era omogenea dal punto di vista della nazionalità e le donne che non avevano la possibilità di accedere ad altri tipi di lavoro finivano più facilmente nel giro della prostituzione. In quegli anni, la prostituzione era quindi una tematica profondamente connessa alla povertà, e si pensava che, agendo sull’una, si sarebbe debellata anche l’altra. Non era un’idea sbagliata, di fatto la prostituzione aveva subito un calo. Ma oggi le donne che si prostituiscono sono per l’80% straniere, e non si può in alcun modo prescindere dalla loro testimonianza. Se lasciamo i soggetti implicati fuori da ogni discussione o lotta in merito, finiamo a combattere una battaglia maternalista, in cui, a partire da una teorizzazione vecchia, si parla a donne considerate incapaci di avere voce. Le prostitute straniere e migranti, infatti, vengono considerate non solo povere, ma anche prive di soggettività.

Lo stesso succede per il velo: il semplice fatto di essere straniere spinge molti a considerare queste donne meno capaci di fare un’elaborazione autonoma della propria condizione. Questa sorta di visione neocoloniale rende del tutto impossibile anche un’operazione politica collettiva. E questo non è femminismo. In Libere Tutte io e Cecilia D’Elia partiamo spesso da testimonianze raccolte da altre persone. Pur non avendo sempre la possibilità di parlare direttamente con quelle donne, sappiamo di poter leggere le loro storie nei vari modi in cui le hanno raccontate, e ci affidiamo a quelle. Io voglio credere a quelle testimonianze, non voglio (e non posso) pensare di detenere una aprioristica verità su di loro.

La retorica dello straniero come figura inquietante e mostruosa che stupra “le nostre donne” e dell’uomo autoctono che si impone il valoroso incarico di difendere “le sue donne” si sta facendo sempre più insistente. Il corpo delle donne diventa così campo di battaglia per l’affermazione di ideologie e istanze identitarie. Come fare per combattere questa retorica al contempo razzista e sessista?
È necessario innanzitutto cogliere l’intreccio tra queste due battaglie, perché non esiste antisessismo senza antirazzismo e non esiste antirazzismo senza antisessismo. Tutte quelle retoriche sull’onda del “difendiamo le nostre donne” trovano terreno fertile proprio perché annulla il nesso tra la battaglia per i diritti delle donne e l’antirazzismo. Periodicamente queste retoriche trovano un capro espiatorio: l’uomo straniero, portatore di una cultura più arretrata, considerato più violento e più predisposto allo stupro rispetto all’italiano: oggi è il musulmano (ma come abbiamo visto, poi, di recente l’attenzione si è spostata sui nigeriani), prima c’erano i marocchini e gli albanesi.

Si tratta di una retorica sciocca e insensata, che le femministe hanno sempre respinto al mittente, però è anche quella grazie a cui la destra riesce a strumentalizzare la violenza sulle donne per fomentare odio e razzismo. È una strumentalizzazione facile, se non si legano le battaglie contro la violenza con le battaglie contro il razzismo. Vale però anche il contrario: se le battaglie antirazziste non tengono conto di come il razzismo colpisca diversamente uomini e donne in un’ottica sessista, si rischia spesso di tacere la violenza sulle donne migranti per paura di nuocere a una certa comunità.

Quando si tratta di violenza dentro le comunità migranti, i movimenti antirazzisti fanno più resistenza, per paura di additare quella specifica comunità come violenta ed esporla dunque a reazioni razziste. Le donne straniere e migranti subiscono violenza non solo da parte delle istituzioni e dagli uomini italiani, ma spessissimo anche da parte dei propri compagni. È una violenza che bisogna imparare a conoscere e a raccontare senza paura, perché, in caso contrario, si finisce per dimenticare quelle donne, per abbandonarle.

Nel saggio lei cita più volte Il Secondo Sesso di Simone de Beauvoir, testo del 1949. Secondo lei, perché è ancora oggi così importante? Inoltre, per quali importanti testi femministi dovrebbero passare le/i giovani oggi?
Scrivendo Libere Tutte ci siamo ritrovate, quasi senza accorgercene, a ripercorrere le orme di Il Secondo Sesso: stavamo costruendo, nel nuovo millennio, una fenomenologia delle situazioni in cui si trovano le donne. Ci ha un po’ fatto sorridere il parallelismo, e ci siamo dette che, nel nostro piccolo, quello era il lavoro in cui ci volevamo rispecchiare. Nel ‘49 de Beauvoir stava effettivamente descrivendo un grado zero della libertà delle donne, che, benché iniziassero ad acquisire un qualche dominio sulle proprie vite, erano ancora disperse in mezzo agli uomini, incapaci di riconoscersi tra di loro come parti di questo secondo sesso.

Quello femminile viene definito “il secondo sesso” proprio sulla base di quella condanna all’alterità rispetto a quello maschile: la donna riceve il suo significato solo in relazione all’uomo. Simone de Beauvoir portava alla luce questa situazione, mostrando la condizione della donna ed esplicando la necessità di combatterla in uno sforzo collettivo. Ci sembrava che questo fosse ancora un validissimo punto di partenza per vedere cosa è cambiato nella vita della donna dal ‘49 ad oggi, e come ci siano in realtà ancora residui di quell’essere il secondo sesso. La battaglia, insomma, non è ancora conclusa. Di certo Il Secondo Sesso non è un libro facile, perché filosofico ed esistenzialista. Sulla questione femminile, però, è un saggio illuminante, e ancora oggi ne consiglierei certamente la lettura, anche nelle scuole.

Oltre alla de Beauvoir, altre opere sono state per me importanti fonti di ispirazione: Il Contratto Sessuale (1988) di Carole Pateman, che analizza la società politica degli esseri umani e come questa sia stata costruita sull’esclusione delle donne. Nel panorama italiano poi è impossibile non citare Carla Lonzi, forse la più grande autrice nell’ambito degli studi critici sulla cultura. La sua capacità di fare a pezzi le tradizioni culturali su cui è costruita la cultura occidentale, soprattutto quella degli ultimi secoli, è stata fondamentale per le donne. Per stare su titoli più recenti, mi è piaciuto molto Inclinazioni di Adriana Cavarero, che invita a ripensare l’umano attraverso un nuovo codice, nuove parole, nuove letture delle relazioni, mettendo sempre al centro l’interdipendenza tra esseri umani. Su temi simili ha lavorato anche Tina Chanter, una filosofa da tenere assolutamente sul comodino insieme a Bell Hooks, scrittrice afroamericana che ha analizzato l’intreccio tra sessismo e razzismo.

Crediti


Testo di Essia Imjed e Francesca Motta
Immagine via Wikipedia