orlando è la prova che dobbiamo restare fieri e uniti

L'orribile attacco a Orlando avvenuto il 12 giugno mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare per combattere l'omofobia, e che ora più che mai dobbiamo rimanere uniti.

di Jacob Hall
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14 giugno 2016, 11:23am

Ho passato alcune tra le più belle serate della mia giovinezza nei locali gay. Come milioni di altri queer in tutto il mondo, mi recavo in questi luoghi per sfuggire ai pregiudizi del mondo esterno. In questi affollati santuari dell'accettazione potevo ballare liberamente, incontrare alleati con un'idea del mondo simile alla mia e celebrare la mia identità senza paura della violenza e del pregiudizio. Per me e per milioni di altre persone, questi luoghi sicuri possono davvero salvare delle vite. Tutto questo è cambiato la scorsa notte, quando il ventinovenne Omar Mateen ha varcato le porte del Pulse con l'intenzione di uccidere il più persone possibili. Ci è riuscito. In 50 hanno perso la vita e 53 dei frequentatori del locale sono rimasti feriti. Si tratta della più devastante matanza nella storia americana e l'atto terroristico più letale dopo l'11 settembre. L'ISIS ha rivendicato l'attacco in una dichiarazione ufficiale che è stata rilasciata dalla Amaq News Agency ed è emerso che l'attentatore ha espresso la propria fedeltà nei confronti dell'organizzazione con una chiamata telefonica. Ciò che è chiaro è che la motivazione dietro questo atto di violenza sia stato l'odio.

La cosa sorprendente è che i principali media si sono dimostrati reclutanti a classificarlo come un "crimine d'odio". Owen Jones ne ha avuto le prove la stessa notte, mentre diventava il capro espiatorio nel corso di una X su Sky News. Il giornalista si è affrettato a specificare come le pubblicazioni nazionali si stessero preoccupando di omettere il contesto in cui è avvenuto questo attacco. Ha continuato affermando che "si è trattato di una delle peggiori atrocità commesse nei confronti della comunità LGBT nel mondo occidentale delle ultime generazioni" ed è stato accolto con la risposta "beh, è un crimine contro l'umanità, no? Non puoi dire che è un attentato peggiore di quello di Parigi." Al che Jones si è lasciato progressivamente prendere dalla frustrazione, affermando infine "non capisci, perché non sei gay". Questa frase semplice, ma profondamente X, ha trovato ampio riscontro online. La scrittrice Lola Okolosie ha centrato il punto quando ha affermato "Il discorso del 'siamo tutti esseri umani' è un primo passo per cancellare le problematiche che io sono costretta ad affrontare ogni giorno in quanto persona gay, è un altro modo di dire 'stai zitta.'" Per gli attivisti che difendono i diritti della comunità LGBT non si è trattato che dell'ennesimo modo per metterli a tacere.

Celebrare pubblicamente la propria identità queer rappresenta ancora un atto di coraggio monumentale, un "vaffanculo" a tutti i bigotti del mondo.

Questo è stato, senza ombra di dubbio, un attacco diretto in modo specifico nei confronti di una minoranza. Decontestualizzarlo è una forma di censura. Cosa ancora più grave, sembra essere indicativo di un'intenzione generale di danneggiare le comunità gay: solo poche ore più tardi, un uomo che portava con sé pistole ed esplosivi è stato trattenuto e arrestato sul tragitto verso il pride di Los Angeles. Per molti si è trattato di un ennesimo promemoria del fatto che moltissime persone queer di tutto il mondo camminano per strada con un bersaglio stampato sulla schiena e una prova dolorosa del fatto che al mondo ci sono persone che ci vogliono morte solo ed esclusivamente per la natura della nostra sessualità. Il massacro non ha fatto altro che sottolineare quanto siano necessari manifestazioni come il Gay Pride e un articolo pubblicato solo pochi giorni fa su Matador Network ricorda agli alleati eterosessuali che "il primo Pride è stato una vera e propria rivolta" e mette in luce l'importanza di questi eventi in quanto "luogo in cui noi queer possiamo celebrare le nostre vittorie e piangere i nostri morti in quanto comunità". Solo tre giorni dopo, queste parole sarebbero state più rilevanti che mai. Celebrare pubblicamente la propria identità queer rappresenta ancora un atto di coraggio monumentale, un "vaffanculo" a tutti i bigotti del mondo. La cosa davvero triste è che molti di noi l'hanno dimenticato e si sono accontentati. Quando si è parlato di questo tipo di eventi quest'anno lo si è fatto prettamente da un punto di vista commerciale; una chiara indicazione di come molti queer milleniali abbiano dedotto, in modo errato, che la battaglia per i diritti sia in procinto di essere conclusa.

Nello stesso modo in cui abbiamo passato intere giornate a #PrayforParis e #PrayforBeirut, ora stiamo #PrayforOrlando, in un clima di solidarietà generale online e non. È davvero commovente aver la possibilità di assistere ad una simile reazione sulla rete, ma la vera domanda è: cosa possiamo fare di concreto per dar voce al nostro supporto? Bastano le preghiere? La scrittrice e attivista trans Paris Lees ha ritenuto opportuno chiamare in causa le assurde leggi sulla detenzione di armi in vigore in america con un tweet che recitava "'accade ovunque'. Ma sapete quante volte ho sentito il Primo Ministro Britannico tenere un discorso dopo un simile fatto? Zero. Obama? 17." Le sue parole sono state ferventi, ma il concetto è valido: questi massacri accadono con una regolarità a dir poco allarmante negli Stati Uniti e la mancanza di leggi che limitino significativamente la possessione e l'utilizzo di armi di fuoco è sicuramente una delle ragioni. Negli Stati Uniti risiede solo 4,4% della popolazione totale, eppure, sempre negli Stati Uniti, si può trovare la metà delle armi da fuoco possedute da privati di tutto il mondo. In Gran Bretagna, a partire dal 1849, ci sono state sette stragi da armi da fuoco. Negli Stati Uniti ce ne sono state sette a partire da lunedì. Qualcosa deve cambiare. 

I media mainstream hanno dato prova della loro intenzione di togliere alla comunità LGBT il potere di discutere un crimine d'odio che è stato intenzionalmente diretto a loro.

È importante ricordare come la solidarietà sia l'unico modo per rispondere alla violenza, non l'odio. Molti hanno sottolineato come, tristemente, questo evento non potrà far altro che aiutare Donald Trump nella sua campagna islamofobica. Un articolo che è diventato virale dopo l'attacco di Orlando è significativamente intitolato "Sono un attivista gay e, dopo Orlando, ho scelto di sostenere Trump". Il problema è che Trump è apertamente razzista e che allearsi con lui significa prendere le parti della paura che sta alla base dell'islamofobia e dell'omofobia. Pochi giorni fa è stato pubblicato un articolo che spiega alla perfezione la posizione dei musulmani queer. Samra Habib scrive "esistono musulmani queer e anche noi siamo in lutto". I musulmani che non hanno colpe si vedono costretti a chiedere scusa per un crimine che non hanno commesso e "ricordare al mondo che l'Islam è una religione di pace, affinché i musulmani innocenti non siano vittime di ripercussioni". I musulmani queer non si devono scusare, perché questo attentato non è opera di una religione, ma di un "singolo musulmano criminale" le cui azioni fanno sì che "un'intero credo e tutti i fedeli vengano messi in dubbio e diventino dei sospetti". Se non eri d'accordo con Trump prima di questo massacro, non fare sì che questa disgrazia cambi il tuo voto. Sarebbe solo una scelta affrettata e mossa dalla paura.

Questo attacco ha portato ala luce molte verità scomode. I media mainstream hanno dato prova della loro intenzione di togliere alla comunità LGBT il potere di discutere un crimine d'odio che è stato intenzionalmente diretto a loro. Si può evidenziare un evidente paradosso anche nel modo in cui vengono trattate le vittime: le persone che lottano tra la vita e la morte e necessitano di sangue compatibile sono vittime di una burocrazia che impedisce le persone gay e bisessuali di donare il proprio sangue a meno che non siano celibi da almeno 12 mesi. Certo, ci sono altri modi per aiutare: su GoFundMe sono già stati raccolti oltre un milione di dollari per le vittime e le loro famiglie, mentre in tutto il mondo sono state organizzate veglie per piangere i morti e dimostrare solidarietà. La cosa più importante che le persone queer possono fare è vivere le proprie vite in modo autentico ed onesto, senza arrendarsi alla paura. È ovvio che le leggi sulla detenzione di armi dovrebbero venir finalmente venir modificate, che la comunità LGBT dovrebbe combattere per far sentire la propria voce persa tra le parole dei giornalisti omosessuali che catalogano questo atto come un gesto che "è stato diretto a tutte le persone," e che la scelta di un voto non dovrebbe essere mossa esclusivamente dalla paura. Il primo Gay Pride è stato una vera e propria rivolta e ora, 40 anni dopo, siamo arrivati al punto in cui questo tipo di eventi internazionali possono essere vissuti pacificamente, senza che accada nessun incidente. Senza dubbio ci troviamo in una posizione privilegiata rispetto a coloro che ci hanno aperto la strada dell'accetazione, ma non possiamo dimenticare che, purtroppo, l'odio esiste ancora e abbiamo ancora moltissima strada da fare.

Crediti


Testo Jacob Hall
Fotografia Benjamin Alexander Huseby
Styling Thom Murphy
Capelli Justin Fieldgate using Bumble and Bumble
Assistente Styling Leeds
Modelli Adam and Richard
The Youth Issue, No. 271, Novembre 2006

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