creare abiti non basta più, il mondo della moda ha bisogno di identità forti

L’unione fa la forza e il modo migliore per brillare in un mondo affollato è crearsene uno proprio.

di Felix Petty
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18 febbraio 2016, 10:05am

Courtesy grace wales bonner

Il mondo della moda sta cambiando e nessuno sa bene come si trasformerà. Le passerelle sono morte? Le fashion week sono troppo impegnative? I magazine stanno scomparendo? Che senso ha ancora la critica? Stiamo andando troppo di fretta? Si sta uccidendo la creatività? Molte sono le domande ma non le risposte. L'introspezione e l'autoflagellazione hanno avuto serio inizio quando Raf ha lasciato Dior e Alber Elbaz è stato licenziato da Lanvin. Il sistema si è guastato, e peggio ancora, nessuno sapeva come ripararlo. Fino alla valanga di notizie di settimana scorsa, con Burberry, Tom Ford, e Vetements che hanno annunciato che si sarebbero impegnati nel cercare un nuovo modello di settimana della moda allineandola al calendario retail.

"Le tempistiche creavano frustrazione," ha spiegato Demna Gvasalia, in un intervista con BoF in cui annunciava che il suo brand, Vetements, avrebbe sfilato in un altro momento, al di fuori dalla settimana della moda del ready-to-wear di Parigi. "Il ciclo creativo non coincideva proprio con la produzione e le richieste e i numeri di capi che dovevamo realizzare" ha spiegato. "Tutto il sistema non funziona davvero più. Questo circolo vizioso continua ad andare a una velocità tale che uccide sia la creatività che gli affari." Vetements è nato solo tre stagioni fa; il fatto che un brand così giovane e d'avanguardia si sia sentito talmente sicuro da uscire dal giro della fashion-week dovrebbe far capire quanto sia danneggiato il sistema.

Vetements ha colto lo spirito di una Parigi ribelle e underground, sfruttando il talento e le visioni creative della stylist Lotta Volkova, di DJ Clara 3000, del fotografo Pierre-Ange Carlotti; si tratta di abiti, non di fashion, e prende spunto dalla vita di tutti i giorni, o meglio, dalla vita di tutte le notti. Quello che Demna ha creato non è solo nuove silhouette, non solo un marchio che ora va di moda, ma una corrente estetica. Puoi farne parte non solo comprando i capi, ma ascoltando i mixtapes di Clara, seguendo Pierre-Ange Carlotti su Tumblr o acquistando il libro con i suoi scatti della collezione di Vetements spring/summer 16. È uno stile di vita, un universo.

Vetements è solo l'ultimo dei tanti brand che hanno abbracciato uno stile alternativo ribelle e trasformato in alta moda; fa parte di una dinastia che risale ai punk degli anni 80 di Vivienne Westwood, fino a Helmut Lang e Raf Simons. Qualcosa che spunta periodicamente fuori dal nulla per dare una scossa ai nostri gusti in fatto di estetica, trasformando ciò che è da outsider in qualcosa che tutti vogliono avere. È un caso che proprio ora, assieme allo stravolgimento del nostro gusto, vengano stravolte anche le nostre abitudini d'acquisto.

La decisione di Vetements potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso per il vecchio sistema, anche se molti brands giovani stanno testando i limiti di recente. Il mondo del design londinese ultimamente si sta allontanando dalle passerelle spingendosi verso le presentazioni, seguendo sempre le tempistiche del programma delle sfilate. Questo metodo più lento e più coinvolgente, permette ai giornalisti, agli stylists e ai buyers di immergersi più profondamente nel mondo che i designers stanno ricreando. Molti degli shows di spicco della settimana della moda di Londra sono state presentazioni: da Cottweiler e Grace Wales Bonner a Claire Barrow, da Christopher Shannon a Charles Jeffrey sino ad arrivare a Faustine Steinmetz.

La presentazione è l'antitesi del fast fashion; lenta e ponderata, sei libero di ammirare e immergerti nella realtà estetica in cui sei stato immerso. È forte nella sua umanità, un distacco dallo spettacolo esagerato delle sfilate. Se hai qualcosa da dire, le presentazioni possono aiutarti a far risaltare le tue idee. Che si tratti della visione sulla mascolinità nera e sulla storia post-coloniale di Grace Wales Bonner, o della visione di Christopher Shannon sui codici visivi delle cricche di strada britanniche, o dell'omaggio all'eclettica nightlife inglese di Charles Jeffrey, o della visione organica contemporanea dello streetwear di Cottweiler, tutti questi complessi codici visivi hanno trovato il loro spazio e le loro radici fuori dalla realtà superficiale delle passerelle.

C'è così tanta moda ora, così tanti show, collezioni e pre-collezioni che non basta solamente creare abiti; per risaltare devi creare un universo in cui la gente si possa ritrovare, probabile motivo per il quale così tanti brands stanno esplorando altri modi più incisivi per connettersi con il loro pubblico.

Jonathan Anderson ha appena lanciato quello che chiama Workshops all'ACE Hotel di Shoreditch, un'audace versione di flagship store, in un'era in cui i negozi non sono di mattoni e malta, ma siti web. Il Workshops ospiterà una serie di collaborazioni con spiriti creativi che condividono la sua visione. La prima sarà con Luis Venegas, editor di un magazine spagnolo, per il progetto "The Rain In Spain Stays Mainly in the Plain". Parlando con Tim Blanks di BoF, ha usato parole che possono riassumere questo nuovo mood nella moda, "Oggi viviamo in un mondo che non è di lusso, ma è un mondo di cultura, dove dobbiamo creare più esperienze."

Potrebbe essere lo slogan per i progetti di Jonathan nel suo lavoro con J.W. Anderson e Loewe; il suo talento è la sua visione creativa e il dono per una narrativa audace, attinge dall'occhio del maestro, ricontestualizza e vi trova nuova forma. Dopo tutto, come ha detto una volta T.S. Eliot, "I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano." I continui copia e incolla delle sue influenze e ispirazioni sui suoi lavori però, non sono mai semplici rifacimenti o omaggi ma riferimenti a fugaci ma insite memorie culturali: la Berlino degli anni '80, il glam degli anni '70, e il ribelle edonismo pansessuale.

È uno scavatore d'archivi ma ricrea sempre il passato in una visione del futuro, non è mai un viaggio romantico nel mondo dei ricordi. Il suo uso d'immagini d'archivio, da Ian David Baker a Steven Meisel, contestualizza la sua visione del mondo in cui viviamo e del mondo in cui vuole che viva la sua moda. Non si oppone neanche a sfidare i limiti del sistema della moda, respingendo la passarella per Loewe, preferendo lanciare le sue collezioni con libri dai bellissimi scatti fatti con un suo collaboratore di lunga data, Benjamin Bruno e con il fotografo Jamie Hawkesworth.

I libri sono la più impressionante iterazione del modo in cui i designers prendono la loro ispirazione, immergendoti nel loro universo. Gosha Rubchinskiy ha realizzato molti libri fotografici eccezionali, catturando teenagers ribelli, skaters, emarginati, e bellissimi outsiders dallo stile e dall'attitudine che continua a ispirare il suo lavoro. Youth Hotel è stato il suo progetto più recente ed è andato sold out istantaneamente, ma Gosha è tanto un avido fotografo quanto un designer; la sua fotografia è una sfaccettatura del suo brand che continua a invadere il mondo, indipendentemente dai lanci stagionali e dai calendari delle vendite, spinto dall'immediatezza di Instagram, tanto quanto dal coffee-table book. Il successo del suo brand può essere misurato dalla velocità con cui i suoi capi vadano sold out nei negozi; una combinazione tra collezione limitata, pochi rivenditori selezionati con molta attenzione e prezzi accessibili, insomma devi essere prontissimo o rimani escluso.

Inoltre, Liam Hodges e Grace Wales Bonner hanno entrambi collaborato con la casa editrice londinese Ditto Press per delle zines a edizione limitatissima. Non è una coincidenza che due dei designers più giovani, con lavori che prendono spunto dall'estetica mitica e circoscritta delle tribù, abbiano lavorato al di fuori dall'ambito della moda, diffondendo le loro influenze anche con la stampa. Questi brands saranno anche giovani e si può contare sulla loro crescita nel corso delle stagioni, non negli anni, ma i loro mondi creativi sono già totalmente sviluppati e finiti, esistono al di fuori dalle passerelle, al di là dai capi che creano.

I designer di maggior successo sono sempre stati dei cantastorie e spontanei maestri della narrativa, in qualunque modo la rappresentino. Da Olivier Rousteing con la sua Balmain Army, passando per la gang di skaters adolescenti di Gosha e i rockers di Los Angeles di Hedi Slimane, sino alla tribù di Liam Hodges, questi universi nascono fuori dalla fashion week, dalle persone dalle quali prendono ispirazione per le loro creazioni. La moda come pratica, non come teoria. Vetements può sostenere di creare abiti, non moda, ma quello che fa davvero bene è creare anche un mondo in cui possano vivere questi capi.

La moda è ovviamente ancora vendere prodotti, questi innovatori che si presentano con nuove soluzioni, sono brands giovani che non possono fare affidamento sulle vendite dei profumi per sostenere le collezioni ready-to-wear. Ciò che tutto questo rappresenta davvero è la libertà.
La moda è intrappolata, più di qualsiasi altra forma d'arte, da un calendario commerciale. I registi non sono obbligati a fare film due volte all'anno, nessuno chiede a un pittore di esporre quadri finiti per metà, o a uno scrittore di pubblicare un romanzo non revisionato. Perché i fashion designers dovrebbero creare 45 look se hanno idee solo per 10? Perché dovrebbero sfilare se non hanno nulla di pronto? Se non c'è libertà di espressione per i creativi del settore, cosa rimane?

Crediti


Testo Felix Petty

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