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entriamo nella quotidianità dei giovani rifugiati in germania

La fotografa Stefanie Zofia Schulz, residente a Berlino, ha realizzato una serie fotografica chiamata "Duldung", in cui cattura la quotidianità dei giovani rifugiati e le loro famiglie.

di Sarah Moroz
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07 aprile 2016, 2:36pm

Per il progetto fotografico "Duldung" (Tolleranza), visibile al festival della fotografia Circulations a Parigi, la fotografa Stefania Zofia Schulz ha visitato uno dei maggiori campi per rifugiati in Germania per un anno intero, passandoci una settimana al mese.

Il Lager, come lo chiamano i rifugiati, si trova ai confini della cittadini di Lebach, in Saarland. "Questo termine ha una doppia interpretazione. Da un lato può richiamare "Ferienlager", ovvero il termine tedesco utilizzato per designare i campi estivi, dall'altro però è un ovvio riferimento ai campi di concentramento, usualmente definiti "Lager", appunto." spiega Schulz. Secondo quanto sta alla legge, i rifugiati dovrebbero essere ospitati in queste strutture solo un anno, scaduto il quale dovrebbe venir assegnata loro una fissa dimora. La fotografa, però, ha conosciuto persone che si trovavano in questo alloggio "provvisorio" ormai da quindici anni. Per molti bambini è l'unica realtà che abbiano mai conosciuto.

Sono proprio loro i protagonisti delle fotografie di Schulz: bambini e adolescenti che sono cresciuti in questo luogo: nati in famiglie devastate, alle spalle un passato traumatico e davanti a loro un futuro incerto. Pur frequentando scuole pubbliche tedesche, il concetto di "casa" rimane un qualcosa di astratto. Schulz ha il merito di aver rappresentato con sensibilità il dolore e il cameratismo di questa comunità, affrontando temi come la nozione di Patria, la noia e l'incertezza: una ragazzina tredicenne serba che si lascia stirare i capelli dalla sorella con un ferro da stiro, una dodicenne afghana che porta sul volto le cicatrici di sassate, un bambino che posa davanti a un maiale intero che dovrà essere cotto per la Pasqua ortodossa. Noi volevamo saperne di più e abbiamo fatto due chiacchiere con la fotografa.

Come ti è venuta in mente l'idea per il progetto?
Un tempo in Germania esistevano gli "Aussiedlerheime", ovvero dei campi profughi per i rifugiati provenienti da Russia e Polonia. Assomigliavano molto a quelli che compaiono nelle mie foto. I miei genitori sono polacchi e mia mamma è riuscita a passare il confine tedesco quando era incinta di me. Io sono nata in una di queste strutture. Dopo la scuola ho lavorato come cameriera, il mio ex ragazzo era il cuoco. Mi sono sempre chiesta perché sparisse quando i poliziotti venivano a prendere un caffè. Si è poi scoperto che non aveva i documenti, che si trovava lì illegalmente. Viveva in una zona grigia. Aveva un appartamento in cui vivere, ma allo stesso tempo non aveva diritti. Non poteva votare né fare nulla di simile. Se lo avessero beccato, lo avrebbero rispedito al suo paese d'origine. Sono stata con lui tre anni: tre anni in cui abbiamo combattuto insieme per il permesso di soggiorno.

Come hai collaborato con le persone a Lebach? Ti sei inserita attivamente o sei rimasta un'osservatrice distaccata?
Già dalla prima visita alla comunità era chiaro che sarei stata sola. Ero bianca ed ero giovane. La mia identità non era un mistero. Le persone mi vedevano e dicevano subito "Ah, la fotografa". Non potevo passare inosservata, non si trattava di un reportage veloce. Ciò che mi stava davvero a cuore era entrare nelle loro abitazioni, partecipare alla loro quotidianità per poter meglio comprendere la loro situazione. Nelle foto mi sono concentrata principalmente sui bambini, perché in genere parlano anche tedesco. Hanno imparato la lingua in fretta. Altri parlavano bene anche l'inglese, anche se non capivano il mio inglese. Con le persone più anziane comunicare era più arduo.

In che modo ti sei integrata? Avevi una routine particolare?
In principio ero timida e fotografavo di notte. Appena le persone hanno iniziato ad abituarsi alla mia presenza ho iniziato a farlo anche di giorno. Ho fatto amicizia con un paio di famiglie, portavo sempre piccoli regalini o dolciumi senza gelatina ai loro bambini. Se questo non aiutava, mi cercavo un'altra famiglia. Ho passato intere settimane ad ascoltare le loro storie. Ho iniziato a fotografare dall'inizio e pensavo che avrei avuto bisogno di storie che accompagnassero le immagini, ma non era così. È importante vagare il mondo con gli occhi e la mente aperta e non lasciarsi condizionare da pregiudizi e preconcetti.

Come sei riuscita a conciliare senso estetico e sincerità emotiva?
Beh, sto ancora imparando a farlo. È stata dura. Avevo in mente un'immagine precisa del classico rifugiato, un'immagine che assomigliava molto al mio ex. Avevo così tanti pensieri in mente, il problema è che non rispecchiavano la realtà. Sapevo solo ciò che avrei voluto fare in un secondo momento. Fotografare era solo metà del lavoro, l'altra metà sarebbe dovuta essere completata mesi dopo, al momento di riguardare le immagini. Niente è costruito, io mi trovavo lì. Ho imparato ad aprirmi, a farmi da parte e osservare. È stata davvero dura! I bambini volevano parlarmi, ma io dovevo essere invisibile.

La condizione dei rifugiati in Europa si fa sempre più critica. La situazione odierna ti fa cambiare opinione sull'epoca che hai fotografato nel 2012 e nel 2013?
No. La serie parla di attesa. I protagonisti degli scatti per me non erano le persone appena arrivate in Germania. La situazione in Europa è peggiorata però, è vero, c'è sempre più affollamento. Inoltre, quando ho iniziato con il progetto, non c'era ancora tutto questo interesse per la tematica. Se avessi iniziato più tardi, tutti avrebbero pensato che mi sono occupata di questo solo alla luce di ciò che raccontano i notiziari. Non è così.

L'unica cosa che da allora mi ha fatto riflettere è la foto con l'oceano. Fino a quel momento non avevo conosciuto nessun rifugiato che fosse arrivato in Germania via mare. Anche se già allora nello scatto c'era qualcosa di strano: una spiaggia da sogno inserita una gabbia con dei materassi a terra. Oggi quella foto però acquisisce un significato completamente nuovo.

schulzstefanie.de

Crediti


Testo Sarah Moroz
Foto Stefanie Zofia Schulz