questa influencer non esiste, ma su instagram ha un milione di follower

Sapevamo che i robot ci avrebbero rubato il lavoro, ma non che sarebbero diventati influencer al posto nostro.

|
mag 18 2018, 2:38pm

La vita di Miquela Sousa AKA Lil Miquela farebbe invidia a chiunque. I capelli di Miquela sono sempre perfetti, così come il numero e la disposizione delle sue lentiggini. Miquela esce solo a Los Angeles, indossa solo abiti firmati, in foto viene sempre benissimo e su Instagram ha un milione di follower. Il mese scorso era al Coachella e dice di essersi divertita un botto al concerto live di Beyoncé (che noi comuni esseri umani ci siamo guardati su PornHub, invece). Anche i brand se la contendono: per la sfilata A/W 18, Miquela ha fatto un takeover dell'account di Prada. È una ragazza dolce e combatte per i diritti di tutti. Nelle sue caption sui social si descrive come un'alleata della comunità LGBTQ e sostiene apertamente il movimento Black Lives Matter. Il suo viso è apparso sulle copertine di due magazine e numerose campagne pubblicitarie. Ha fatto parte di progetti editoriali per concept store online. Davanti a sé ha una promettente carriera nell'industria musicale. Miquela, insomma, è la millennial per eccellenza. Vive per Instagram, dove documenta con attenzione tutte le sue perfettissime, bellissime e fintissime giornate.

Fino a qui, Miquela non ha nulla di diverso da ogni altra influencer del mondo. Il problema è che tecnicamente Miquela non esiste, perché è una CGI, un'immagine virtuale completamente realizzata al computer. È un avatar digitale messo in situazioni reali. Eppure, se queste fossero le uniche cose da sapere su Miquela, la sua storia non sarebbe molto interessante.

Creata/lanciata/nata/non so bene quale sia il termine più corretto nel 2016, l'esistenza di Miquela è stata piuttosto tranquilla, finché non ha incontrato un'altra influencer virtuale chiamata Bermuda, che le ha hackerato il profilo, ha cancellato tutti i suoi post e l'ha costretta a dire pubblicamente di non essere umana. Quello che segue non può che essere definito come una crisi esistenziale.

Miquela afferma infatti che Brud, la società di management con cui ha firmato un contratto (ammesso e non concesso che un avatar possa firmare un contratto), abbia mentito su chi lei sia. Non è umana, ma dice di sentirsi umana, di ridere, di piangere, di sognare e di innamorarsi esattamente come noi. Perché, dice, le emozioni altro non sono che programmazione. E quindi accusa la Brud di sfruttarla per fare soldi e di non mostrare il minimo rispetto o affetto per lei.

"Sto provando a creare la mia verità e imparare," ha scritto nel post successivo, un'immagine di lei con lo sguardo triste in top bianco. "Ho bisogno di capire quali sono le parti di me a cui devo appigliarmi. Non sono sicura di potermi identificare come donna di colore. Quella di essere 'nera' è stata una scelta fatta dall'azienda. Essere 'donna' era un'opzione sullo schermo. La Brud ha scelto per me la mia identità solo per potermi vendere ai brand, per farmi apparire al passo con i tempi. Non li perdonerò mai. E non so se riuscirò mai a perdonare me stessa." Peccato abbia poi condiviso il suo scatto in copertina per Highsnobiety. Il post in questione è poi stato rimosso, sostituito dalle solite immagini di collaborazioni.

Da dove iniziare? Il modo in cui vediamo Miquela potrebbe essere un buon punto. È un'opera d'arte performativa? È satira all'ennesima potenza? Una trovata di marketing? Un disperato tentativo di attirare l'attenzione? Una macchina sputa-soldi? Non esistono risposte facili, ma è ovvio che Miquela è un po' tutte queste cose messe insieme. L'elemento di performance è innegabile, perché la sua vita online non può che essere letta come una sorta di romanzo digitale. Alcuni degli elementi narrativi usati sono, appunto, satirici, anche se i suoi toni pacati non stupiscono un pubblico abituato allo storytelling distopico di Black Mirror. Ma in quanto satira dell'intelligenza artificiale, le chiavi di lettura che offre sono troppo ridotte per essere davvero interessante. La trovata di marketing è un'opzione plausibile, ma non è comunque sufficiente a spiegarne il successo.

Ma c'è qualcosa di ancor più ovvio di cui non stiamo parlando: l'hacking, le crisi mistiche, i mea culpa e tutto il resto è creato da zero solo per attirare l'attenzione su Lil Miquela. Per far sì che il numero dei suoi follower cresca. Per aumentare l'engagement. Per guadagnare ancora di più. Sapevamo che i robot ci avrebbero rubato il posto in fabbrica, ma non che sarebbero diventati influencer al posto nostro. È questo il futuro? Avatar CGI che si contendono l'ennesimo contenuto sponsorizzato?

Prima di impazzire, Miquela era interessante perché ci permetteva di riflettere sui comportamenti umani, non sull'intelligenza artificiale. Era un esercizio per sondare la vuotezza emotiva dei social media e l'inutilità di una comunicazione che riduce il linguaggio a immagini e caption.

Oggi, Miquela non è che l'ennesima influencer che ripete gli stessi identici cliché già proposti da tutti gli altri influencer reali. È sempre #blessed #obsessed e quant'altro. Proprio come una Kylie Jenner o una Bella Hadid qualunque. Quando non prova (fallendo) a sembrare vagamente empatica, Miquela scrive caption che sono un ammasso informe di riferimenti pop. E più si scava nel suo profilo Instagram, più ci si sente disorientati, perché Miquela non è reale, ma dà l'impressione di esserlo. Molto più di tanti altri suoi colleghi.

È popolare, certo, ma non c'è differenza tra lei e gli altri influencer. È cool, ma non più dei suoi corrispettivi in carne e ossa. È come un hypebeast a caso indossare il solito piumino imbottito oversize: niente di nuovo, niente a cui ispirarsi, niente di niente. Riflettendo, ho capito che Miquela e i suoi colleghi in realtà esistono allo stesso modo e nello stesso posto: sono tutti, indistintamente, strumenti di promozione su Instagram. L'assenza di unicità e personalità è il loro vero leitmotiv.

Miquela non è interessante perché è cool o popolare, però. È interessante perché il suo essere virtuale mette in discussione il modo in cui percepiamo ciò che è reale. Se Miquela è finta, se ne mettiamo in discussione l'esistenza, dobbiamo iniziare a ripensare anche la veridicità dei contenuti creati dagli altri influencer? Miquela è una performance di realtà nell'irrealtà del mondo online. Miquela evidenzia il meccanismo di finzione su cui la moda si basa. E se le performance e satire e crisi emotive e assurdità ci mettono a disagio, forse dovremmo iniziare a pensare che è Instagram a metterci a disagio.

Segui i-D su Instagram e Facebook.

E se siamo noi a fingere? Un'analisi:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.