Fotografia di Joost Termeer

queste foto sono un dito medio alla nostra ossessione per le foto

Sembra un paradosso, e probabilmente lo è.

di Sarah Moroz
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14 febbraio 2019, 11:18am

Fotografia di Joost Termeer

"Quando ho visitato la Torre Eiffel a Parigi, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era quanto fosse bella in foto, e quanto facesse schifo dal vivo," scrive Joost Termeer nell'introduzione della sua serie This Reminds Me Of An Experience I Never Had [Questo mi ricorda un'esperienza che non ho mai avuto, NdT]. Il fotografo olandese, da poco uscito dall'Accademia d'Arte di Utrecht, usa il suo lavoro per parlare dell'enorme discrepanza tra hype e realtà—tema quantomai calzante nella nostra epoca, in cui le opinioni sembrano ormai valere più dei fatti e lo scetticismo vince sempre e comunque sull'autenticità.

Le immagini che crea potrebbero essere a tratti viste come promesse inconcludenti, ma sono anche una forza motrice nell'azionare la leva della curiosità, spalancando le porte all'escapismo che tutti bramiamo. Termeer gioca con la seduzione delle illusioni nei suoi lavori iper-saturati. Fotografa i corpi da vicino, vicinissmo, accentua dettagli minimi come gocce di sudore o capelli che sfuggono all'acconciatura. Gli oggetti su cui si sofferma sono così luminosi e illuminati da diventare quasi perversi, tanto intriganti quanto repellenti.

Le opere di Termeer dal 7 al 10 febbraio sono state esposte alla Haute Photographie, fiera annuale di fotografia che si tiene a Rotterdam e unisce i lavori di artisti affermati a quelli di talenti emergenti. Termeer, nello specifico, rientra nella seconda categoria. L'abbiamo contattato per parlare della difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che è finto, la fascinazione dell'estetica pubblicitaria ed essere stimolati creativamente da qualunque cosa, che si tratti di sculture Barocche o confezioni di cibo in scatola, poco importa.

Descrivi il tuo Instagram come "visual vomit." Cosa significa questo termine per te?
Ho aggiunto quello slogan un po' di tempo fa. Questo graphic designer voleva che io scattassi per lui, ma doveva prima convincere il suo socio, che invece guardando le mie immagini ha detto qualcosa come: "Mi piace il suo punto di vista, ma la maggior parte di quello che scatta è sciatto, mal editato." Volevo fosse chiaro che molti dei contenuti che pubblico non sono lavori finiti o immagini in alta risoluzione, quanto invece cose interessanti a livello visivo. Voglio che dal mio profilo emerga il modo in cui vedo il mondo, non solo una serie di scatti ultra-professionali.

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Come giochi con il colore? Crei una palette saturata dall'inizio? O alzi la saturazione in fase di editing?
Entrambe le cose. Prima di scattare metto a punto una palette di colori, ma poi durante l'editing mi assicuro che ogni colore si incastri perfettamente con tutti gli altri. Tonalità, intensità, sfumature: ogni dettaglio deve funzionare. Mi piacciono i contrasti, come un blu caldo insieme a un rosso più freddo. Oppure desaturo un certo colore per farne risaltare un altro. Ogni immagine subisce lo stesso tipo di lavorazione: edito ogni singolo colore finché non ho l'impressione che nel complesso sia perfetta.

Come si inseriscono ironia ed esagerazione nel tuo lavoro?
Ironia ed esagerazione sono di vitale importanza per me, ma non voglio che siano il centro dei miei lavori. L'ironia spesso è un mezzo per parlare con sincerità, perché riesce a essere diretta e attirare l'attenzione degli spettatori.

Lo stesso vale per l'esagerazione: voglio che le mie opere facciano riferimento a una realtà eccentrica ed eccessiva, come se fossero la fantasia in PVC degli oggetti quotidiani che ci circondano. Sono pubblicità della vita reale. Trovo affascinante che la nostra percezione ci spinga a pensare che siano veri, quando in realtà sono distanti anni luce dalla realtà. Eppure ci crediamo comunque. Tutti immaginiamo incredibili tramonti sulle spiagge delle Hawaii, ma non penso che quell'idea che abbiamo nelle nostre teste corrisponda al vero. Attraverso film, fotografia e altri media ci è stata inculcata una certa visione, che è poi quella che cerco di replicare nelle mie opere.

Credo che uno dei miei punti di forza stia nel fatto che creo opere molto fake e molto vere insieme. Mi ispiro guardandomi intorno, camminando per supermercati e negozi di tecnologia. Ci piacciono le tazze con fotografie di città marittime, ci piacciono i ristoranti greci con finte colonne all'interno. Ci piace essere circondati da questa finzione così simile alla realtà. Ci piace lasciarci trasportare, anche solo per un secondo, in un altro mondo in cui le cose ci sembrano migliori o più belle. Per me, queste immagini sono una rappresentazione di un mondo diverso, creato ad hoc per il popolo del consumismo.

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Come ti approcci alla fotografia di still life?
Scattare è metà del divertimento. L'altra metà sta invece nel chiedersi cosa una fotografia potrebbe diventare, come se l'immagine diventasse il materiale con cui lavorare. Spero che questo processo di trasformazione dello scatto in oggetto faccia sorgere nello spettatore alcune domande. Come ci relazioniamo alla fotografia quando diventa prodotto? Giudichiamo l'oggetto, oppure il modo in cui è stato fotografato? Stiamo ancora parlando di arte?

In This Reminds Me Of An Experience I Never Had parli dello scarto tra l'immagine di qualcosa di iconico (come la Torre Eiffel a Parigi) e quello che è poi nella realtà tridimensionale. Credi che sia una questione problematica? O una semplice via d'escapismo?
Il filosofo francese Jean Baudrillard aveva teorizzato che la vita nel terzo millennio fosse completamente distaccata dalla realtà. Sosteneva che avessimo basato la nostra percezione di ciò che è vero sulla base di elementi non oggettivi, ma creati da noi stessi a questo preciso scopo. Copie di cose che abbiamo già visto o sentito da altri. Chiamo questo mondo l'iper-realtà, dove le cose hanno perso il loro significato originale, assumendo invece una nuova accezione. La copia diventa l'originale. E tutte quelle copie ora sono codici e modelli su cui diamo forma alla realtà. E la fotografia gioca un ruolo fondamentale in questo meccanismo. Non credo sia un processo necessariamente negativo, ma sono piuttosto convinto che da esso nascano più problemi che soluzioni, ecco.

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Quali fotografi, o artisti in generale, ammiri?
Sono un grande fan di Wolfgang Tillmans. A dirla tutta, ho deciso di studiare fotografia dopo che il mio migliore amico mi ha fatto vedere una rivista dove c'era un suo editoriale. Erano tutte foto di spalle e colli di uomini. Quelle immagini avevano un qualcosa di super ordinario in loro, erano tagliate in modo impeccabile e il risultato finale era piuttosto sensuale. Lì ho avuto per la prima volta la sensazione che avrei potuto trasformare il mio amore per la fotografia in qualcosa di più elaborato.

Ah, anche la fotografia di cibo degli anni '60, '70 e '80 mi gasa da morire!

E Toiletpaper!

A parte la fotografia, quali sono le cose che più ti ispirano a livello creativo?
La scultura. Sogno di poter vedere dal vivo le opere di Christo e Jean-Claude, prima o poi. Il modo in cui ricoprono edifici, alberi e paesaggi di plastica può sembrare uno sciocco espediente artistico, ma cercare di nascondere qualcosa non fa altro che renderlo più visibile. Ho un fetish (non sessuale) per i materiali, specialmente i tessuti. È per questo che amo le sculture in marmo del Bernini: ogni dettaglio è minuziosamente definito. I capelli, i muscoli, la pelle e le espressioni facciali, ma soprattutto il modo in cui gli abiti cadono sui corpi! Quando le osservo è come se mi mancasse l'aria.

Anche le pubblicità, le auto, i materiali che brillano, le confezioni dei cibi, gli anni '90 e '00 mi ispirano. Tutto ciò che è innaturale, costruito e fake esercita una forte attrattiva su di me. Il contrasto tra la bellezza indomabile della natura e il mondo attentamente costruito in cui ci muoviamo è una fonte creativa inesauribile per me.

Per certi versi, questa tua parodia del consumismo mi ricorda Martin Parr. In che modo il tuo lavoro si collega al suo?
Sono un grande fan di Martin Parr. Il modo in cui usa i colori e il flash anche con la luce solare sono tra gli elementi che più hanno influenzato la mia ricerca estetica durante gli anni all'Accademia di Belle Arti. So che ha fotografato alcuni luoghi in cui anche io sono stato e anche i nostri soggetti sono spesso simili. Quando ho iniziato a lavorare alla mia tesi, mi sono detto che non avrei fotografato nulla che Parr avesse già scattato in passato—ovviamente, era impossibile. Ho sempre provato a inserire molto di me nelle immagini, a volte ricreando vecchi ricordi d'infanzia, persone ed esperienze che mi hanno reso la persona che sono. In questo modo ho il controllo totale di ciò che finisce nel riquadro, e posso unire l'iper-realtà con memorie dei miei viaggi, dissolvendo infine alcuni confini tra ciò che in definitiva è reale e ciò che non lo è.

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Anche Skoglund utlizza colori saturati e contrasti per interpretare attraverso l'arte il mondo in cui viviamo. Le sue opere sono in mostra in Italia in questi mesi, ne parliamo qui:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D US